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19 aprile 2026

Ghali, Paradiso, Frah Quintale: tre milioni di euro in biglietti venduti in un weekend. I concerti sono tutti soldout e i poveri sempre più poveri, qualcuno sta mentendo

  • di Helena Velena Helena Velena

19 aprile 2026

Mentre gli studenti universitari urlano slogan filopalestinesi ai cortei, masse di giovani si precipitano a pagare 70 euro in prevendita per Tommaso Paradiso. La povertà che non si vede, la borghesia che non dovrebbe esistere, e una sinistra che ha smesso di occuparsi di salari, sanità e pensioni

Foto di: Ansa

Ghali, Paradiso, Frah Quintale: tre milioni di euro in biglietti venduti in un weekend. I concerti sono tutti soldout e i poveri sempre più poveri, qualcuno sta mentendo

Un giorno lontano nel tempo un certo Silvio Berlusconi, per rispondere a chi parlava di aumento della povertà, dichiarò che lui non lo vedeva, perché "i ristoranti sono sempre pieni".
Ovvio quindi che la "sinistra piddina" rispondesse quotando la solita Oxfam, la ONG delle ONG, molto ricca in quanto a budget, da permettere perfino ad alcuni suoi dirigenti di pagare le prostitute con la credit card aziendale, che ogni anno ci ammanta la solita classifica dell'1% più ricco della popolazione mondiale che detiene quote sempre più alte della ricchezza globale, prendendo i dati dal Global Wealth Report del Credit Suisse/UBS (da non confondere né con uno spinotto né col sindacato USB), incrociandoli con le liste annuali di Forbes e Bloomberg.
Insomma tutta roba da miliardari, che per parlare dei "poveri" e della "povertà" non mi sembra proprio il metodo migliore. E infatti poi saltano fuori i soliti gruppi anarchici (notori rompicoglioni delle narrative buoniste tanto care ai fan del Fiorellamannoismo de sinistra), che gli chiedono, alla Oxfam, senza mai ottenere risposta, se non sia stato così SEMPRE, dai tempi di Dario il Grande, fino all'altro ieri, cioè a quando Oxfam ha cominciato a terrorizzarci con ovvietà e truismi, forse neanche veramente reali.

Perché quello che in queste ricerche si dimentica sempre di dire è come in realtà sul pianeta, e non solo in occidente, la piccola borghesia stia aumentando esponenzialmente, e non solo in Cina, ma anche in India, Brasile, e perfino Vietnam. Ma appunto, su questi dati non è possibile "allupare" (gridare al lupo), e come ben sanno tutti gli scrittoruncoli da sito web generico che posta news per raccattare pubblicità, i PROPHETS OF DOOM fanno più click di chi si limita a descrivere la realtà, quella amaramente, squallidamente, banalmente vera.

Attenzione: adesso passiamo dai "massimi sistemi" della retorica piddina (ma anche genericamente sinistrista), a parlare di cazzate del quotidiano, e lo facciamo dando una scorsa ai concerti in programmazione a Roma questa settimana.

Cazzo c'entra, dirai??

Centra, centra.

Allora, giovedì 16 aprile suoneranno gli Apparat all'Auditorium, a 45 euro a cranio più diritti di prevendita. La sala Sinopoli ha 1133 posti. Ed è soldout. Millecentotrentatré cranii, ops, persone, che hanno già pagato in anticipo 45 euro più i soliti ddp.
Venerdì invece al Monk Club suonano i The Notwist, e pure questo è soldout. Si tratta di un locale piccolo, sui 250 posti, quindi volendo ci sta pure, salvo che il biglietto è di 24 euro. E va bene così (personalmente non mi interessano né loro né gli Apparat), però contemporaneamente al Palazzo dello Sport rappa Frah Quintale, e pure lui ha fatto soldout.
E qui la faccenda si fa spinosa. Il Palazzo dello Sport di Roma, quello di Piazzale Nervi, ha una capienza di 11.500 persone. Possibile che 11.500 persone — lo ripeto perché stento a crederci — abbiano pagato, in anticipo tra l'altro, da 49,22 a 73,83 euro per sentirlo fare rime? A quanto pare sembra di sì.
Passa un solo giorno e quei magici 11.500 posti vengono di nuovo riempiti da tal Tommaso Paradiso, anche lui soldout, con biglietti che vanno da 57,50 a 69 euro. La cosa strana è — e servirebbe un articolo solo per far luce su questa "stranezza" — nonostante sia soldout, per i possessori Mastercard, ma solo per loro, i biglietti sono ancora disponibili. (Proprio vero, per tutto il resto c'è Mastercard.)
Ma non finisce qui. Tommaso Paradiso, che io — che amo la musica, quasi tutta (non la new age né il folk irlandese) e odio le canzonette (proprio tutte) — so solo molto vagamente chi sia, bissa anche il giorno successivo, domenica 19, ancora soldout, con altri 11.500 posti riempiti dai soliti 57,50 a 69 euro a cranio, con la stessa "stranezza" di un concerto soldout dove però se hai Mastercard puoi ancora comprare il biglietto.

Il concerto di Lucio Corsi all'Ippodromo di Milano

Ti faccio io i conti: con una media di circa 63 euro a biglietto si arriva comunque a un milione e mezzo di euro. Per due concerti. Il che rende palese ed evidente come mai 300.000 cantanti pop o rapper pop italiani l'anno scorso hanno postato almeno un pezzo su Spotify. 300.000 aspiranti miliardari, interpretando canzonette, scritte da altri, magari con l'autotune a manetta. Altro che lo Zio d'America, eccolo qui il vero sogno americano.
Ma non è finita. Sempre domenica il "mitico" Chiello, che se non ricordo male è arrivato tra gli ultimi al Festival del Controllo Sociale di Sanremo, porta le sue canzonette all'Atlantico, che — ma guarda un po' che sorpresa — è soldout anche questo, con una capienza che "a seconda delle configurazioni" varia tra le 2500 e le 4000 persone, che hanno pagato anche loro una cifra che sembra calcolata col famoso "euroconvertitore", di 39,30 euro più i soliti ddp.

E io che pensavo il pubblico di Tommaso Paradiso fosse lo stesso di Chiello sono costretta a ricredermi, ma magari chi ha visto uno il sabato andrà a vedere l'altro domenica: un bel weekend da 100 euro solo di biglietto.

Ma non è finita, perché lunedì 20 aprile tal Giordana Angi — e qui devo ammettere che ho dovuto googlare perché questa proprio non l'avevo mai sentita nominare, scoprendo che è una popparola come una vasta parte di quei 300mila di cui sopra — è riuscita a riempire 440 posti, solo che per sentirla cantare tocca schiodare dai 34 ai 39 euro, che a quanto pare 440 persone hanno davvero fatto.
La chicca però l'ho tenuta per ultima.
Perché sarebbe facile dire: "eh beh sai, il pop è musica di massa." Invece qui il giochino del soldout lo fanno anche i… gruppi punk. Infatti sempre sabato 18 aprile arrivano a Roma al Largo Venue i Bull Brigade, mediocre e insignificante gruppo street punk italico, recentemente diventato sempre più rock/pop, che — sia chiaro, anzi chiarissimo — nulla ha a che vedere né spartire con l'anarchopunk, il crust o l'hardcore. Punkrockettino inoffensivo alla Punkreas insomma.
Bene, al Largo Venue per fare soldout serve vendere 700 biglietti, e il loro concerto costa ben 23 euro più i soliti ddp.
Alla faccia (come il culo) del gruppo "punk", quando i festival hardcore (il vero punk) di gruppi italiani con anche ospiti stranieri (i Bull Brigade sono di Torino) si paga in genere 10 euro. Ora ben venga ai Plakkaggio, grande band hardcore, e agli ottimi Discomostro, e se vogliamo anche ai Sud Disorder, che suonando da supporto si trovano una vasta audience, ma il fatto è che questi Bull Brigade, prossimi al pop, si portano dietro già un soldout a Torino e uno a Bologna. Ma io dico — e qui un "porca miseria" ci sta più in topic che bestemmiare Dio o la Madonna — quando mai un concerto punk/hardcore è andato soldout?

Parliamoci chiaro, cazzonissimamente maledettamente chiaro.
Io per 40 anni della mia vita sono andata a una marea di concerti punk, hardcore, psichedelici, doom, death e black metal, stoner, hard rock, blues, free jazz, new wave, progressive, kraut, reggae, hip hop (non rap, proprio hip hop) e quanto cazzo, e mai uno che uno fosse soldout, o men che meno mi preoccupassi di comprare i biglietti in prevendita. Certo, non erano megabands che in linea di massima non mi interessano, ma era grande musica in ogni caso. Soldout & prevendita erano concetti proprio inconcepibili, come pensare che "un rave sia soldout" (e ricordatela bene questa frase)…
Ora, che la narrazione della destra di regime ci sfanga i coglioni ogni anno col mantra del "i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri", oltre al secondo mantra altrettanto falso ma creduto sempre da tutti — "la borghesia non esiste più" — una marea di cazzo di concerti, perfino di mediocri gruppi di pop stradaiolo (un nuovo genere, un nuovo mercato, pagante in prevendita) travestito da punk, sono soldout.

Ma se siamo tutti più poveri perché Elon Musk & Peter Thiel & Jeff Bezos & Mark Zuckerberg e chissà quanti altri avidi sionisti col naso adunco ci succhiano tutti i nostri faticosamente guadagnati col sudore della fronte, soldini, come mai masse sempre crescenti di giovani si precipitano come indemoniati a pagare prezzi folli in anticipo per vedere concertucoli coll'unico scopo di mandarli soldout?

Mi vengono in mente quei famigerati siti acchiappalike sulle orme di "Technoandroid" (e le ormai decine e decine di emuli) con titoli come: "utenti di Tim, Wind, Iliad e Tre in delirio per le nuove tariffe di Splumpf". E me li immagino tutti, a correre come disperati, senza più riuscire a controllare le mani, irrefrenabilmente gettati a pigiare sulla tastiera per ottenere a qualunque prezzo i biglietti per Blanco e Achille Lauro, Tanananai (sì sì, TanaNAnai) e Tony Effe, e 157 (centocinquantasette) altri fotocopiati cantanti e rappoppers, Levante ed Elodie comprese.

Ma allora Berlusconi aveva ragione: "i ristoranti sono sempre pieni e i concerti sempre soldout."
Ma com'è oggettivamente possibile questa situazione?
Ora lasciando da parte la verità pulcinellesca dei "finti soldout" su cui si discetta pubblicamente da oltre un anno, resta il fatto che mai come in questo preciso periodo storico i biglietti dei concerti sono cari, mai come in questo preciso periodo storico la gente spende quantità incredibili di denaro per qualunque cosa, e dulcis in fundo (o "il salato sta nella coda", a te la scelta) mai come in questo preciso momento storico qualcuno "a sinistra" ci sfracella i coglioni con la retorica dei ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, ovviamente con la borghesia che non esiste più (e per questo motivo aumenta il consenso a destra, cosa che peraltro sappiamo per certo non essere vera, visto che a destra ora vota il proletariato, che ancora esiste, anche se "la sinistra" sembra essersene dimenticata).
Chiaro che una o più di una di queste retoriche è una panzana colossale.

Nel 2019 Luca Ricolfi coniò il concetto di "società signorile di massa", quella italiana, che è basata su tre fattori: 1) il numero dei non-lavoratori supera quello dei lavoratori; 2) l'accesso a consumi opulenti è diventato di massa; 3) l'economia è stagnante, non cresce più.
Esaminiamo un attimo il primo concetto. In questo momento in Italia i "non lavoratori" (concetto molto diverso da "disoccupati") è circa del 52%, mentre quello dei lavoratori è costituito dal 39,9%, di cui il 7,9% di stranieri. Il che spiega anche il continuo appello a impiegare sempre nuovi lavoratori immigrati per "poter pagare le pensioni", in cui la classica domanda da bimbo piccolo — ma maledettamente seria — sarebbe "dove cazzo vanno a finire i contributi che i lavoratori dipendenti pagano ogni mese"??? Ma possiamo andare oltre, visto che sappiamo che i migranti in realtà servono principalmente a fare dumping salariale. E poco importa, visto che, assunto 2, l'accesso ai consumi opulenti è diventato di massa, creando di fatto anche in Italia una sorta di borghesia maggioritaria che può permettersi di finanziare il mercato delle stars del poppettino, come non mai in passato… Certo, Il Sole 24 Ore si preoccupa di smontare la tesi della "società opulenta (di massa)", spiegando che, cito testualmente: "(Ricolfi) mischia cocaina con accesso a internet, videogiochi con gioco d'azzardo, vacanze, cellulari, auto e fitness visti come lusso sfrenato quando invece sono diventati quasi status sociali obbligatori: provate voi a trovare lavoro o vendere i vostri servizi presentandovi sovrappeso, con un aspetto sciatto, guidando una Tipo e con un Brondi del 1990 e nel mentre magari parlando delle vostre meravigliose vacanze nel giardino di casa."
Capito? Status Sociali Obbligatori. Lo dice il pensatore marxista proletario Alessandro Guerani sul quotidiano leninista Il Sole 24 Ore.
Quindi scopriamo che correre a pagare cifre assurde per il nostro beniamino canterino e fargli fare soldout è appunto uno Status Sociale Obbligatorio. Ricolfi vede l'inizio di questa particolare situazione nella distruzione dell'istruzione e in particolare dell'università, che in Italia non è più in grado di formare persone qualificate.
D'altro canto nessuno ha più le palle per dire una cosa sotto lo sguardo di chiunque, cioè che abbiamo abdicato agli studenti universitari la costruzione di ogni narrativa di sinistra.
E questo fin dal '68, verificando poi anche quale nicchia economica & sociale occupino ora i leader del tempo.

Però, parliamoci seriamente: perché mai uno studente universitario — che dopo la laurea non andrà certo a fare il contadino o l'operaio, e se si troverà a far parte del precariato sfruttato sarà proprio perché il suo titolo di studio "non vale nulla perché non offre nulla", e comunque aspirerà, e prima o poi riuscirà, a fare ben altro — dovrebbe interessarsi alla lotta di classe?
E allora ecco spiegato il segreto non detto più grande della politica di "sinistra" italiana. Il perché di una narrativa che si concentra da anni, soprattutto gli ultimi 3/4, sempre e solo su GAZA, e non sulla avvenuta distruzione della sanità pubblica, sui salari stagnanti col costo della vita che cresce a dismisura. E ancora con le pensioni da fame, e l'incapacità stessa dell'università di formare alcunché.

In fin dei conti in una società dell'opulenza, a chi fregano queste cose?

Lo studente universitario non ha bisogno di pensare alle pensioni, né tantomeno di andare in ospedale, proprio in quanto giovane, quindi neppure sa che tocca pagare almeno 120 euro (cento se paghi in contanti in nero) per fare qualunque cosa, perché se aspetti i tempi delle prenotazioni del Servizio Sanitario fai in tempo a crepare. Allo studente universitario fotte un cazzo dei salari, perché lui aprirà una startup o diventerà un dirigente della fabbrichetta di papà, e se sarà costretto a un periodo di sfruttamento nel precariato sarà solo una momentanea fatalità da cui affrancarsi il prima possibile (come i militanti afroamericani dicevano degli hippies, che quando si metteva male avevano sempre mamma e papà alla cui casa tornare).

Quindi dato che si è "gggiovini" e si ha il testosterone che ribolle (anche nelle estrogenizzatissime vocine femminili che intonano fri fri palestain), e quindi giocare alla guerra tirando sampietrini alla polizia produce dopamina, quale miglior battaglia politica si può fare se non quella più umanamente condivisibile, quella che non mette in discussione i tuoi futuri privilegi, quella che non crea dissonanza cognitiva, quella buonista, cattocomunista, condivisibile da chiunque? E quale può essere quindi, se non quella già pronta, con un nemico condiviso già pronto, per anime belle "dalla parte giusta della storia", che non entra minimamente nel merito della lotta di classe e nemmeno di alcunché di vagamente "socialista", in cui si può allegramente giocare per un po' anche a dirsi comunisti, contro il riformismo perché "lo stato non si riforma ma si distrugge"?

Proteste Gaza
I cortei Pro Pal

Eccola lì la narrativa bella e pronta. Con contorno di piagnonismo da moglie del Reverendo Lovejoy, sugli ineffabili "bambini" ammazzati, anche se magari con un kalashnikov in braccio (a cui davvero non fotte un cazzo a nessuno, avrebbe detto Carmelo Bene, ma che intenerisce ogni cuore politicamente corretto).

La Palestina.

E allora, dato che non si sono vissuti gli anni della lotta armata, si fa il segno della P38 intonando gli slogan di Hamas, e chi se ne frega se Hamas è stata creata in chiave anticomunista e antisocialista dalla Fratellanza Musulmana (alleata di Hitler durante la seconda guerra mondiale), che prima di iniziare la "resistenza antisionista" si è ben premurata di distruggere tutte le istanze palestinesi di sinistra anticapitalista e antimperialista, a favore dell'islamismo jihadista. Ma tanto, nella società dell'opulenza che va a vedere concerti di merda comperando i biglietti a prezzi assurdi in prevendita su piattaforme che ti chiedono anche quanti peli hai intorno al buco del culo, passando poi tutti i dati a Palantir, fa molto fico poi parlare del Capitalismo della Sorveglianza tra una manifestazione Propal e l'altra, inframmezzata da 72 apericena e una vacanza alle Maldive, passando per Dubai (dove si gode un po' di esotismo islamico da opulenti occidentali) senza dirlo ai "compagni".

E i "compagni" — da quelli dei centri sociali (non degli squats anarchici però) ai boomers veterocomunisti con ancora l'occhietto di riguardo alla Russia anche se putiniana ("ma la NATO li ha circondati") — vivono un immane senso di colpa nei confronti degli studenti universitari. E che sì, il problema della sanità e dei salari ce l'hanno, e spesso della pensione pure, e che questi sì fanno parte (non tutti) del 39,9% di chi lavora, magari facendo lavori di merda, ma la segreta ammirazione/invidia mista a senso di colpa verso gli studenti fa sì che si segua comunque la loro agenda.
Quella del pauperismo terzomondista.
Meravigliandosi poi che a chi vive qui in Italia sotto la soglia di povertà (condizione che coesiste con l'opulenza di massa), della situazione di Cuba non freghi un cazzo perché Cuba se la vive sulla sua pelle, ogni giorno, e poi finisca a votare a destra. Ma non gli universitari borghesi opulenti della minoranza rumorosa, anche se-dicenti comunisti che gridano slogan filocubani, filopalestinesi, filomaduriani, ai cortei. Certo, lo ripeto, per i comunisti "lo stato non si riforma ma si distrugge", ma in questo tanto-peggio-tanto-meglio, in cui la rivoluzione comunista è più di là da venire della possibilità che il trombone arancione diventi una persona gentile e assennata, la verità — piaccia o meno — è un'altra.

Prendiamo la Sapienza. Oltre 200.000 studenti che non si occupano di politica, e che aspirano a diventare la classe dirigente di domani, e qualche centinaio che pur aspirando a diventare anch'essi la classe dirigente di domani (tolti i 22 che faranno i "mediatori culturali") ma che ora non lo dicono, dettano l'agenda politica a tutto un paese di principalmente non lavoratori opulenti, classe media, lavoratori malpagati e poveri sotto la soglia di reddito minimo, ma il cui cuore batte ancora a sinistra. Un'agenda di sinistra — e lo ripetiamo & lo dovremmo fare allo sfinimento — che non si occupa di lottare contro la sparizione della sanità pubblica, contro i salari più bassi dell'Europa trainante, contro le pensioni da fame, contro un'educazione, anche universitaria, che forma solo gente mediocre in qualunque ambito.
Già nel 1967 i Situazionisti di Strasburgo denunciarono la "miseria dell'ambiente studentesco", ma ancora 60 cazzo di anni dopo non abbiamo ancora imparato un cazzo. Tanto i situazionisti sono i "soliti provocatori"; e sono pure anarchici, cioè non veri compagni (a meno che non intonino anche loro fri fri palestain). Quindi quando vedrai un futuro chirurgo, un futuro avvocato, un futuro dirigente d'azienda, un futuro "capitalista" (che si ricorderà un giorno quando da giovane "faceva il compagno") — in sostanza un futuro "padrone" — che grida solo e soltanto "palestina libera dal fiume al mare", beh ricordati che quella persona, quel futuro padrone, ti sta pigliando per il culo, si sta divertendo a fare il gggiovine rivoluzionario a tempo, e delle lotte politiche se ne fotte, anzi sta facendo POLITICA DI DESTRA, di conservazione dei suoi privilegi, mascherata da lotta per i diritti civili, sociali, pauperisti e terzomondisti.

E adesso preparati a comprare in prevendita a 70 euro i biglietti per far fare soldout a Ghali, che lui sì che è un vero rivoluzionario contro il neo-colonialismo e per il femminismo intersezionale, anche un po' genderfluid (come si studia nelle università, quelle americane comprese, con una retta media mensile che permetterebbe di sostenere interi clan famigliari palestinesi per anni!). Tanto chi se ne fotte, mentre la merda sale, nessuno muore veramente di fame, nella società dell'opulenza di massa, e le vacanze alle Maldive sono uno Status Sociale Obbligatorio, ce lo dice un compagno de Il Sole 24 Ore. E lo sanno gli studenti universitari, la minoranza rumorosa, che crea la narrativa politica della ex sinistra cadaverizzata, mentre grazie alla monoidea dei "compagni" boccaloni e a loro sottomessi, rimane solo lo strapotere delle destre.

Frin Frin Palestain, mi raccomando.

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