La Banca Centrale Europa ha saputo della “fuga” di euro soltanto dopo che gli Stati Uniti li avevano già immessi sul mercato. È infatti successo che la Federal Reserve Bank di New York, per conto del Tesoro americano, ha iniziato a vendere euro per acquistare yen, nell'ambito del primo intervento valutario congiunto tra Washington e Tokyo da quasi 30 anni a questa parte. A Francoforte la notizia è arrivata a operazione conclusa, tanto che Christine Lagarde e il segretario al Tesoro americano Scott Bessent hanno discusso della vicenda soltanto il giorno successivo. La notizia è rilevante per almeno due ragioni. La prima: per quale diavolo di motivo gli Usa hanno usato gli euro e non i dollari per “salvare” lo yen giapponese? La seconda: perché gli Stati Uniti sono intervenuti per sostenere la valuta nipponica? Partiamo dalle singolari modalità dell'intervento, che poi è quello che ha fatto scattare l'allarme. Di solito, quando le principali autorità monetarie occidentali decidono di entrare sul mercato dei cambi, si consultano prima e concordano almeno le linee generali dell'operazione. Questa volta non è successo niente di simile. Washington ha deciso autonomamente di utilizzare le proprie riserve in euro, trasformandole in yen, e lo ha comunicato agli europei soltanto dopo aver premuto il pulsante.
Per sostenere lo yen e aiutare il Giappone, gli americani avrebbero potuto vendere dollari e acquistare la valuta giapponese, come ha fatto la stessa Tokyo. Sarebbe stata la soluzione più semplice e immediata, ma avrebbe avuto un effetto collaterale che Washington ha voluto evitare: l'indebolimento del “biglietto verde”. L'amministrazione Trump sta cercando infatti di preservare la credibilità del dollaro e non vuole che un intervento ufficiale venga interpretato dai mercati come un tentativo di svalutare la moneta americana. C'è poi una questione ancora più concreta: un dollaro più debole rende più care le importazioni negli Stati Uniti e rischia quindi di alimentare l'inflazione proprio mentre la Casa Bianca e la Federal Reserve devono già fare i conti con pressioni sui prezzi. Vendere euro ha invece consentito al Tesoro di ottenere yen senza scaricare direttamente dollari sul mercato. Si è trattata di una scelta tecnica ma con un preciso significato politico: Washington ha deciso di proteggere la propria valuta utilizzando quella europea come strumento di intervento. E così il destino dello yen è finito, almeno in parte, nelle mani dell'euro.
Il Giappone aveva bisogno di un simile aiuto perché lo yen era precipitato ai minimi da quarant'anni, arrivando a sfiorare quota 164 contro il dollaro. Una valuta così debole aumenta il costo delle importazioni, alimenta l'inflazione e mette sotto pressione la Banca del Giappone, che rischia di dover accelerare l'aumento dei tassi in un'economia ancora fragile. Tokyo, necessaria agli Usa per contenere le attività militari di Cina, Corea del Nord e Russia in Asia, è quindi intervenuta pesantemente sul mercato, spendendo secondo le stime preliminari circa 13.800 miliardi di yen, pari a 87 miliardi di dollari, in appena due giorni. Non solo: il Giappone è uno dei principali detentori stranieri di Treasury americani e, per difendere lo yen, avrebbe potuto essere costretto a vendere una parte dei propri titoli statunitensi. In un momento in cui i rendimenti dei Treasury a lunga scadenza sono già ai massimi da anni, una pressione del genere avrebbe potuto rendere ancora più costoso finanziare il gigantesco debito americano. Il punto focale dell'intero dossier è che, per sostenere Tokyo, Washington ha scelto di usare l'euro senza consultare prima Francoforte. E fregandonese di ogni possibile conseguenza finanziaria sull'Europa.