C’è una domanda apparentemente banale che rischia di rimanere schiacciata sotto tutto il resto. Lavitola ha dichiarato di non aver pagato da solo i sondaggi su Ranucci. Viene da chiedersi quindi chi, oltre a Lavitola, fosse interessato al potenziale politico del giornalista di Report, tanto da pagare per saperlo.
Tutto nasce da un’idea coltivata da Valter Lavitola: verificare se Sigfrido Ranucci potesse avere uno spazio politico nazionale, addirittura come possibile candidato premier dell’area del centrosinistra. Questo sondaggio non era quindi un generico test di popolarità, ma era costruito per capire se ci fosse spazio per una figura terza rispetto a Elly Schlein e Giuseppe Conte. Open ha pubblicato il testo di una bozza con 21 domande orientate proprio a misurare quest’ipotesi.
La genesi concreta del questionario è abbastanza particolare. Stefano Cappellini, oggi direttore di Repubblica, ha raccontato in prima persona che Lavitola lo contattò già a febbraio parlando di un misterioso “big” pronto a scendere in campo. Cappellini non sapeva inizialmente che si trattasse di Ranucci. Il 20 aprile inviò a Lavitola una decina di possibili domande per il sondaggio. Il 29 aprile Lavitola gli scrisse che la bozza era passata anche al vaglio di Paolo Mieli e dello stesso Ranucci. L’8 maggio gli disse poi di aver ingaggiato l’istituto che avrebbe provveduto materialmente a realizzare la rilevazione.
Questo non significa che Cappellini, Mieli e Ranucci fossero parte di un progetto politico organizzato. Cappellini sostiene di aver collaborato soprattutto perché voleva capire quale fosse la possibilità notiziaria dietro la proposta di Lavitola. Ranucci, da parte sua, ha ammesso di aver visto il questionario, ma ha sostenuto di non aver mai avuto intenzione di candidarsi. Paolo Mieli, nelle recenti dichiarazioni, ha invece affermato che il suo contributo al sondaggio è stato zero. Ha ammesso di essere stato contattato da Lavitola, ma ha sostenuto di non sapere che si trattasse di Ranucci.
Però c’è un punto decisivo: i soldi. Nella prima versione pubblica fornita da Lavitola a luglio, il sondaggio sarebbe stato finanziato con una sorta di colletta tra amici ed estimatori di Ranucci. Lavitola avrebbe contribuito personalmente, mentre Ranucci, secondo il suo racconto, non avrebbe mai messo denaro.
Ma dopo l’arresto sono emerse delle conversazioni captate dagli investigatori e riferimenti differenti. Open ha riportato che Lavitola parlava esplicitamente dell’esistenza di finanziatori del progetto. Secondo quella ricostruzione il sondaggio avrebbe avuto un costo nell’ordine degli 8-10 mila euro. Parliamo quindi di un sondaggio professionale, non di quelli che si possono ottenere attraverso banali rilevazioni sui social network o cose del genere.
Ed è questo il punto interessante. Chi avrebbe avuto interesse a testare le potenzialità politiche di Ranucci? Oltre a Lavitola, quali sono i legami che poteva innescare e intersecare Lavitola e quali gli interessi corrispondenti? Qui entriamo totalmente nel campo delle ipotesi.
Lavitola ha praticamente contatti ovunque e abbiamo visto come i suoi interessi e le sue relazioni attraversino parti politiche anche molto differenti. Anche quelle vicine all’ambiente berlusconiano. Ed è una coincidenza che in quel periodo, ad aprile 2026, iniziasse a circolare sulla stampa l’ipotesi di un riassetto politico dell’area berlusconiana. Il Riformista parlava di una possibile trasformazione di Forza Italia, anche sotto la spinta di Marina e Pier Silvio Berlusconi, verso un polo liberale, riformista, popolare, europeista e garantista, potenzialmente capace di occupare uno spazio politico più trasversale rispetto al centrodestra tradizionale. C’entra? No, ma a noi risuona una frase che Lavitola ha scritto a Ranucci in una chat privata del 27 ottobre 2024. Ora ci arriviamo.
Il 7 maggio La Stampa parla apertamente del cosiddetto “fattore Marina” e dei sospetti nel centrodestra intorno a possibili interlocuzioni con il Partito Democratico. L’8 maggio Repubblica pubblica invece il retroscena di un incontro riservato tra Marina Berlusconi e Luca Zaia, mentre il 12 maggio La Stampa arriva a raccontare di Gianni Letta che si sarebbe mosso per avviare contatti con i vertici del Pd.
Marina Berlusconi interviene e smentisce tutto. Nega contatti con esponenti del Partito Democratico e nega soprattutto di essere artefice o ispiratrice di manovre finalizzate a ridisegnare alleanze e schieramenti politici. Quindi, almeno ufficialmente, la storia finisce qui. Ma c’è una coincidenza temporale che vale la pena registrare.
Mentre sulla stampa italiana si discute della possibile nascita o trasformazione di un’area liberale, riformista, europeista e garantista legata al mondo berlusconiano e al centrosinistra, negli stessi giorni Valter Lavitola sta lavorando concretamente per capire quanto potrebbe valere elettoralmente Sigfrido Ranucci. Il 7 maggio Ranucci invia a Lavitola materiale relativo alla propria popolarità. L’8 maggio, secondo quanto raccontato da Stefano Cappellini, Lavitola gli comunica di aver raggiunto l’accordo con la società che avrebbe dovuto realizzare il sondaggio. E leggendo di queste strani e casuali concidenze, nella mia testa riemerge un'uscita di Lavitola, scritta due anni fa, con cui tentava di galvanizzare Ranucci sulla sua ipotetica carriera politica: «Berlusconi ti avrebbe ceduto il posto».