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22 aprile 2026

Gratteri va su Disney+ con una serie del marito di Lilli Gruber ma è tutto sbagliato. Tutto quello che non torna di World Wide Mafia, dal flop di Rinascita Scott alla giustizia che diventa intrattenimento

  • di Michele Larosa Michele Larosa

22 aprile 2026

L'hanno chiamata “Rinascita Scott” perchè “Volevo essere Falcone” era troppo lunga, ma Disney ve la racconterà lo stesso. Le storture di World Wide Mafia, la docuserie che racconterà Nicola Gratteri e la sua lotta alla 'ndrangheta

Foto di: Ansa

Gratteri va su Disney+ con una serie del marito di Lilli Gruber ma è tutto sbagliato. Tutto quello che non torna di World Wide Mafia, dal flop di Rinascita Scott alla giustizia che diventa intrattenimento

Prego, sedetevi comodi. Dal processo spettacolo si passa al processo kolossal. World Wide Mafia, la docuserie che debutterà il 20 maggio su Disney +, è la deriva definitiva della giustizia italiana. È la docuserie, scritta e diretta da Jacques Charmelot, marito di Lilli Gruber, che racconta “la storia personale e la realtà quotidiana” di Nicola Gratteri e della sua lotta alla 'ndrangheta, “seguendo il suo lavoro di ‘comandante in capo’ di un’indagine che coinvolge servizi segreti, carabinieri, unità militari e forze speciali”. Un'inchiesta antimafia “venduta” a una produzione televisiva, come fosse un evento sportivo o un concerto. Una docuserie su un'operazione, Rinascita-Scott, che ancora deve giungere al terzo grado di giudizio, e che per ora, tanto per la cronaca, si è rivelata un flop. 416 indagati, 13.500 pagine di ordinanza di custodia cautelare, un maxi blitz che nel dicembre del 2019 ha portato all'arresto di 334 persone e che prometteva di scardinare la 'ndrangheta della provincia di Vibo Valentia. I risultati, a sei e più anni di distanza, sono ben più ridimensionati. Un processo nato morto. Voleva essere il maxi processo alla 'ndrangheta, ma ancor prima dell'inizio del dibattimento circa 140 provvedimenti di arresto sono stati annullati o revocati dai giudici. In primo grado 117 assolti su 338 imputati. Le condanne “scendono” a 154 nella sentenza di secondo grado. Soprattutto cade l'impianto accusatorio che ne avrebbe fatto un'inchiesta rivoluzionaria, quella commistione tra criminalità organizzata e colletti bianchi che era alla base dell'inchiesta. Una collusione sistemica di politici, amministratori, professionisti, che più che con una raffica di condanne si è conclusa con un salasso delle casse pubbliche a causa dei risarcimenti per ingiusta detenzione. E chissà con che occhi guarderanno la serie quelle persone che dall'inchiesta hanno visto la propria vita rovinata, le proprie facce associate a criminali di rango e a reati gravissimi.

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La locandina di World Wide Mafia

Ma forse sono conclusioni affrettate, il processo deve ancora concludersi. Esatto. È lo stesso ragionamento che dovrebbe fare la produzione di “World Wide Mafia”: come si manda in onda una docuserie su un procedimento ancora aperto, senza che questo rappresenti uno schiaffo alla presunzione d'innocenza? “Chissà se, accanto alla storia di 'guerra di giustizia e coraggio' verrà dato spazio alle vite devastate delle persone arrestate o accusate, e poi assolte con formula piena” scrive oggi Il Foglio. Ma Disney ve lo racconterà lo stesso. È la lotta alla mafia che si fa narrazione personale. Nicola Gratteri, ormai a tutti gli effetti un personaggio pubblico e televisivo, diventa un superpoliziotto alla Montalbano. In un processo nato con l'ambizione, nemmeno velata, di replicare il maxiprocesso di Palermo in salsa piccante. "Questa indagine è una pietra angolare nella conoscenza della 'ndrangheta e di questa nuova frontiera del crimine di matrice calabrese che si serve dei colletti bianchi per gestire il potere” diceva all'epoca il magistrato, che fra un'intercettazione e un'ordinanza girava la docuserie che lo avrebbe glorificato come novello Falcone. Il regista Jacques Charmelot, tanto per completare il cortocircuito istituzionale, ha avuto un accesso privilegiato e selettivo a materiale investigativo, che un imputato o il suo difensore non ha nella stessa forma e misura.

La giustizia non può diventare una serie, men che meno ancor prima di compiersi. Non perché Gratteri non meriti rispetto — per i trent'anni sotto scorta e una storia di lotta genuina alla criminalità organizzata — ma perché il racconto che si sovrappone alla verità processuale finisce per soffocarlo. Prima c'era il processo-spettacolo: le conferenze stampa in mondovisione, gli arresti ripresi dalle telecamere all'alba, i titoloni. Ora c'è il livello successivo: il processo-kolossal, con distribuzione globale, locandina da thriller americano e un eroe in primo piano che però è un magistrato ancora in carica. Disney lo vende al mondo come una storia di coraggio. Il problema è che la storia non è ancora finita. E il “the end”, per ora, non è quello che la serie vi racconterà.

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