Ma quindi Youssef Siher è un pericoloso jihadista o un giovane incastrato? Tra le due, ce ne passa, e parecchio. Sicuramente il profilo che è emerso in questi giorni è quello di un leader, capace all’università prima e nelle piazze poi di catalizzare consenso (o meglio, dissenso), una persona radicalizzata, con idee per molti discutibili, inneggianti ad Hamas e al 7 ottobre, ma che, per ora, restano idee. E questo è il punto, repressione e prevenzione, idee e azione, uno stato di diritto punisce le seconde, non le prime e per ora secondo il giudice per le indagini preliminari di Milano Tiziana Landoni nelle carte non ci sono gravi indizi che testimonino che Youssef Siher abbia istigato alla violenza, per questo ne ha ordinato l’immediata scarcerazione. Per lei i messaggi del ricercatore trentenne, amministratore del canale Telegram “Movimento 17 ottobre”, sono protesta politica e disobbedienza civile, non reato. Ieri perciò non ha convalidato il fermo e ha respinto il carcere chiesto dalla Procura, che gli contestava anche la finalità di terrorismo: una decisione che pesa sull’impianto dell’accusa, anche se la Procura può ancora ricorrere in Cassazione. Ecco, punto per punto, cosa sostenevano accusa e giudice dove restano i nodi.
Cosa contestava la procura
La pm Francesca Crupi, con il procuratore Marcello Viola, contestava a Siher tre ipotesi: istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’uso di strumenti informatici (in concorso con la moglie, 32 anni, indagata a piede libero), violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (il nuovo articolo 420-bis, introdotto dal decreto sicurezza dopo i disordini) e associazione con finalità di terrorismo. Nessuna di queste accuse riguarda direttamente i disordini del 17 e 18 ottobre a Milano: i fatti contestati sono successivi e riguardano l’attività online sul gruppo Telegram, creato domenica 18 ottobre alle 19:58, a saccheggi appena avvenuti.
Secondo la procura in pochi giorni Siher avrebbe messo insieme un gruppo di quasi 9mila follower, in larga parte ritenuti propensi a reati contro l’ordine pubblico; sarebbe dotato di competenze informatiche per “sviluppare una strategia rivoluzionaria”; i suoi messaggi sarebbero una dichiarazione di guerra continua, capace di incutere timore nella popolazione, da cui l’aggravante terroristica e sul suo notebook sarebbero stati ritrovati due messaggi Telegram programmati per le 14:31 e le 15:31 del 24 ottobre, con le nuove piazze di ritrovo, mai partiti per il blitz della polizia postale. Cruciale per le accuse sarebbe stato anche il vademecum “Rivoluzione, istruzioni per l’uso”, ispirato alle proteste egiziane del 2011, che servirebbe a istruire i manifestanti alla guerriglia.
La Procura ammetteva però che non ci sono riferimenti diretti ad atti di devastazione e saccheggio. L’esempio di “contenuto violento” citato nel fermo è un post di contestazione politica: “lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove”. Segue una “guerra” dichiarata a un “presente infame”, legata a una critica alla premier. In un altro messaggio citato nel fermo, Siher invita a organizzarsi come in Francia, dove sono “ben organizzati e soprattutto attivi”. I messaggi dal contenuto più violento però, gli inviti a distruggere le banche, a colpire gli edifici pubblici e alle devastazione generale sono riconducili a terzi. Gli inquirenti contestavano a Siher anche il pericolo di fuga, indicando il rifiuto di consegnare le credenziali del telefono, il telefono spento al momento del fermo e i contatti con altri vari movimenti dislocati sul territorio nazionale e internazionale.
Le motivazioni del Gip, punto per punto
La prima precisazione da fare è che il Gip, nella sua ordinanza di 37 pagine, non ha giudicato la colpevolezza di Siher, che eventualmente spetterà a un giudice, ma ha esaminato la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza e esigenze cautelari e se fossero tali da giustificare la custodia cautelare, e quindi una restrizione della libertà personale.
Per quanto riguarda queste ultime, la procura contestava a Siher il pericolo di fuga, ma secondo il Gip il rifiuto di dare la password è un dato neutro, “neppure inusuale”, e non indica la volontà di scappare. I contatti con i movimenti non provano un rischio concreto e non sono documentati spostamenti abituali all’estero. Il 24 ottobre Siher era a Milano da amici solo in vista della manifestazione, e non risulta sapesse delle indagini.
Sui gravi indizi di colpevolezza, il giudice scrive che non è istigazione a delinquere. Il reato richiede un pericolo concreto, non presunto, riferito a delitti specifici e riconoscibili, con una reale efficacia persuasiva. I contenuti sono modalità di protesta contro le politiche del governo e richiami alla disobbedienza civile, che si traducono nella programmazione di manifestazioni settimanali, non in condotte violente o criminose.
L'appello alla “guerra” è retorica politica. Il post sullo Stato è una critica aspra e volgare a governo, Stato e media e dichiarazione di guerra è generica, rivolta a un “presente infame” e non alle istituzioni, non è inoltre accompagnata da riferimenti concreti ad azioni violente. Il vademecum non incita alla violenza, non ci sono riferimenti a commettere violenze né a strumenti offensivi. Mentre le chat degli altri non sono sue, Siher non ha caldeggiato né sostenuto le proposte violente di altri utenti contro banche, edifici pubblici e ripetitori Rai. Nei post e nei comunicati non c’è alcun richiamo ai disordini. Non si può nemmeno parlare di terrorismo o eversione: non si può sostenere che le condotte fossero volte a esercitare costrizione sui vertici delle istituzioni o sorrette da finalità di eversione dell’ordine democratico. Quanto ai gruppi Signal da cancellare, per il Gip servivano a ostacolare l’identificazione dei partecipanti da parte delle forze dell’ordine, probabilmente per manifestazioni non autorizzate o per prevenire interventi contro proteste comunque pacifiche. Non è un indizio di violenza.
In sintesi, per il giudice Siher si è limitato a promuovere una mobilitazione collettiva e “consapevole” contro il governo, aperta anche a chi non appartiene a organizzazioni, con l’obiettivo dichiarato di far nascere una coscienza collettiva. Richiama anche la giurisprudenza costituzionale: la libertà di espressione si limita solo quando è in gioco un altro bene, come la sicurezza pubblica.
Siher l’ha messa in pericolo? È un punto contestato, ma giudicarlo spetterà eventualmente al processo. Anzi, già ora la Procura potrà ricorrere in Cassazione contro la mancata convalida, e resta da vedere se il fascicolo andrà verso il rinvio a giudizio o l’archiviazione. Siher è libero ma indagato, come la moglie, e gli accertamenti sul telefono sequestrato e sui contatti WhatsApp proseguono.