C’è stato un momento, durante la serata di Sanremo, che non era scritto in scaletta. Non era previsto dagli autori, né dalle luci, né dalla regia perfetta della televisione italiana. È successo sul divano di casa mia.
Laura Pausini canta Heal the World. Un inno sacro, laico e universale. Le parole di Michael Jackson scorrono come una preghiera moderna: make it a better place, for you and for me and the entire human race ( Rendilo un posto migliore, per te e per me e per l’intera razza umana).
Il coro dei bambini dell’Antoniano accompagna la voce. Angeli. Simbolo di innocenza. Simbolo di futuro. Per molti decenni, lo Zecchino d’Oro rappresentava l’innocenza dell’infanzia, l’educazione attraverso la musica e l’uguaglianza tra i bambini, un messaggio universale di pace. Non era una gara per creare star, ma un modo per dare voce ai bambini e ai loro valori.
Mio figlio, dieci anni, italo-americano non sapeva nulla dello Zecchino d’Oro e nel mentre mi guarda e dice: “Mamma, ma non ci sono bambini di colore”. Silenzio. Perché la verità è che non ci avevo fatto caso. Ed è proprio questo il punto.
Il coro dello Zecchino d’Oro è un’istituzione morale prima ancora che televisiva. È il luogo dove l’Italia racconta a se stessa chi sono i suoi bambini. Chi siamo. Chi vogliamo essere. E allora la domanda diventa inevitabile: che pace stiamo raccontando, se non rappresenta tutti?
L’Italia reale, quella delle scuole, dei parchi, delle palestre, è piena di bambini italiani di ogni etnia. Bambini misti. Bambini con radici africane, asiatiche, sudamericane. Bambini italiani.
Eppure, quando cantiamo la pace in prima serata, quella diversità scompare. Viviamo in un’epoca in cui l’Occidente parla continuamente di pace. La canta, la celebra e cerca di trasmetterla, ma i fatti sono ben altri. L’Europa e l’Italia finanzia molte guerre per i propri interessi ed è complice di governi e Stati terroristi. Negli ultimi decenni da alleati abbiamo bombardato terre lontane e siamo rimasti a guardare. Terre dove vivono bambini con la pelle scura. Bambini che non hanno mai avuto un palco. Né un microfono. Né un coro. Bambini che non hanno mai potuto cantare Heal the World e che mai potranno farlo.
E allora forse, il minimo che possiamo fare, qui, nelle nostre televisioni sicure e illuminate, è onorare la loro esistenza e le loro vite spezzate. Riconoscerli, Renderli visibili. Non per senso di colpa, ma per onor del vero. Questo non è un attacco allo Zecchino d’Oro né tanto meno a Sanremo. È un invito al Coro dell’Antoniano, custode di una delle tradizioni più pure della nostra cultura, a fare un passo ulteriore. A selezionare, accogliere e rappresentare anche i bambini di tutte le etnie che oggi fanno parte dell’Italia. Perché quei bambini esistono già e fanno parte del nostro paese. La verità è che i bambini sono più avanti di noi, non vedono ideologie, e notano le assenze. Fanno domande semplici che gli adulti hanno smesso di farsi.
“Mamma, ma non ci sono bambini di colore”. Non era una accusa. Era una richiesta di coerenza. Perché se davvero vogliamo “guarire il mondo”, come cantava Michael Jackson, dobbiamo iniziare dal modo in cui lo rappresentiamo. Anche su un palco. Anche in coro a Sanremo con lo Zecchino d’Oro. La Pace non è solo una canzone, ma chi scegliamo di far salire sul palco a cantare.