Alessandro Di Battista vuole abolire il "reddito di giornalanza", quel finanziamento diretto ai giornali per garantire il pluralismo dell'informazione. Lui vuole farlo per "smettere di pagarli per mentirci", la realtà è che il problema è un altro. Il "Fondo per il pluralismo dell'informazione" viene assegnato con criteri superati, facilmente aggirabili e abbastanza aleatori. Possono accedervi: cooperative giornalistiche, imprese editoriali controllate da cooperative, fondazioni o enti no profit, enti senza fini di lucro che svolgono attività editoriale ed editori di giornali espressione di minoranze linguistiche. E andando a spulciare l'elenco di coloro che ne beneficiano si trovano quotidiani e riviste a dir poco curiosi.
In primis l'enorme ammasso di giornali cattolici e clericali. Dal più famoso Famiglia Cristiana, che tra quelli gestiti da cooperative e enti no profit riceve il contributo maggiore, 6 milioni di euro. Fino ad arrivare a una miriade di piccoli giornali, riviste, settimanali. Parliamo ad esempio di "Notizie", il settimanale ufficiale della Diocesi di Carpi (che, per inciso, ha un sito il cui ultimo aggiornamento risale al 2022 mentre il settimanale continua ad essere pubblicato). Come dimenticare poi"Il settimanale della Diocesi di Como", o ancora "Il Messaggero di Sant'Antonio", il bollettino per i devoti di Sant'Antonio sparsi per il mondo, che percepisce circa un milione di euro. Suscita qualche perplessità il motivo per cui, in un paese formalmente laico, senza contare poi tutte le ricchezze possedute dalla Chiesa, oltre che lamole di offerte, tutti questi giornali cattolici debbano essere tenuti in piedi dallo Stato italiano.
Ci sono poi una miriade di giornali locali sparsi in tutta la penisola, ma i più particolari riguardano il filone "nel mondo". Bellunesi nel mondo, Trentini nel mondo, Trevisani nel mondo: ognuna di queste pubblicazioni riceve tra i 40.000 e i 60.000 euro l'anno di contributo pubblico. Quello che però merita un premio per la più creativa interpretazione del concetto di "comunità da tutelare" è senza dubbio "Buccinesi nel mondo": 11000 euro per gli emigrati di un comune di 4458 abitanti in provincia di Salerno.
E poi c'è l'Alto Adige. La tutela delle minoranze linguistiche è doverosa e stabilita dalla Costituzione, ma resta legittimo interrogarsi sulla proporzionalità dei finanziamenti e sulla loro distribuzione concreta. La Provincia Autonoma di Bolzano, con un PIL pro capite tra i più alti d'Europa, risorse proprie straordinarie garantite dallo Statuto speciale, e una qualità della vita che figura stabilmente ai vertici delle classifiche nazionali, è anche la principale beneficiaria del sistema di finanziamento all'editoria in nome della tutela della minoranza linguistica tedesca. Dolomiten è in assoluto il giornale più finanziato dallo Stato italiano. Ma, se agli italiani di lingua tedesca non bastasse, ce n'è da leggere per tutto il giorno: Die Neue Südtiroler Tageszeitung, ff – Südtiroler Wochenmagazin, Salto.bz, Südtiroler Wirtschaftszeitung, Unser Tirol 24. Il totale dei contributi supera i 9 milioni di euro l'anno.
Ma i più curiosi di tutti rimangono i grandi giornali che beneficiano lautamente di questo fondo attraverso degli escamotage. Perché se per le testate fin qui nominate si può discutere l'opportunità della scelta, per Libero (5,4 milioni di euro), ItaliaOggi (4 milioni) e Il Foglio (oltre 2 milioni) il problema è strutturale e riguarda le fondamenta stesse del sistema. Si vendono come cooperative di giornalisti ma in realtà appartengono a grandi gruppi editoriali o a editori privati di peso. Un meccanismo perfettamente legale, ma costruito apposta per aggirare il principio che il Fondo dovrebbe sostenere l'editoria indipendente.
Sia ben chiaro, l'intenzione non è attaccare nessuna delle testate citate, i giornalisti che ci lavorano, né i lettori che le scelgono. Ma piuttosto è quella di documentare come i soldi dei contribuenti vengono spesi e se le attuali modalità hanno senso. Il problema non è chi prende i soldi ma chi li distribuisce. Il Fondo dovrebbe finanziare voci diverse, prospettive nuove, giornali che davvero avrebbero bisogno di soldi dei contribuenti per sopravvivere e giornali di cui davvero i contribuenti avrebbero bisogno per informarsi.
Certo, lo Stato non può fare il Ministero della Verità orwelliano. Scegliere i "giornali giusti" sarebbe la fine della libertà di stampa, ma neanche elargire danari indiscriminatamente sulla base di criteri a dir poco aleatori è un problema. Piuttosto andrebbero costruiti criteri oggettivi, verificabili e indipendenti dalla politica: diffusione reale certificata, assenza di altri canali di finanziamento strutturati, capacità di raggiungere aree o pubblici altrimenti scoperti. Il paradosso finale è che il Fondo finisce per finanziare un'informazione omologata, una serie di giornali e quotidiani tutti sugli stessi temi, tutti che si rivolgono ad una nicchia sì, ma alla stessa nicchia. Il tutto mentre le redazioni chiudono, l'online arranca e i giornalisti di tutta Italia lavorano tanto per troppo poco. Anche questo danneggia il pluralismo, se un giornalista per sopravvivere e continuare a lavorare è costretto a chiudere la bocca, a scendere a compromessi. E allora, analizzando la lista, forse sarebbe il momento di chiedersi se quei soldi non potrebbero fare qualcosa di più utile.