Liberi tutti. "Libero" aveva scritto Mario Sechi in un tweet che solo ora assume contorni più delineati. Il sardo non è più il direttore del quotidiano Libero dopo due anni e mezzo di lavoro. E nel tweet successivo è decisamente più specifico: "Angelucci mi ha licenziato. Lo ha fatto nel momento in cui sono finito sotto scorta, minacciato di morte dai terroristi anarco-insurrezionalisti". Ma la vera domanda è: caro Sechi, di cosa ti sorprendi? Ti sei messo nelle fauci del lupo e ora ti lamenti perché ti ha morso? Angelucci non è nuovo a questi comportamenti, anzi. I giornali del gruppo del magnate delle cliniche sono sistemi separati ma comunicanti. Un complesso risiko editoriale dove direttori, giornalisti e linee editoriali vengono spostati come pedine in base ai delicatissimi equilibri del governo e delle "destre". Sembra il gioco delle sedie: Sallusti va a Libero, poi al Giornale, poi torna a Libero. Feltri va al Giornale, poi torna a Libero poi di nuovo al Giornale. Cerno va dal Tempo al Giornale. Capezzone va da Libero al Tempo. Poi, come nel gioco delle sedie, la musica si spegne e qualcuno resta in piedi. In questo caso è rimasto Mario Sechi.
Lui su X parla delle minacce di morte che gli avrebbero rivolto gli anarco-insurrezionalisti dopo i suoi editoriali, per cui è sotto scorta da qualche settimana. Dagospia dice cripticamente che "i motivi che hanno spinto Il Giornale ad accompagnarlo all'uscita, probabilmente, forse, magari saranno ben altri...". Il Foglio è più specifico, parla di: "lite furibonda fra editore e direttore che riguarda l'autonomia di Sechi, le scelte editoriali, un "no" pesante di Sechi, e il fastidio che Angelucci prova per il presidente della Federtennis". Dunque delle frizioni che partono dai banchi della maggioranza e riecheggiano fino ai corridoi della redazione. Si parla di una resa dei conti "tutti contro tutti", con la Lega che avrebbe lamentato nei mesi scorsi un trattamento non favorevole sui giornali del gruppo. E allora Antonio Angelucci, editore di Libero e deputato leghista (ma niente di serio), sarebbe corso ai ripari con la defenestrazione di Sechi in vista delle politiche. Sulla sedia torna Sallusti, meloniano sì, ma non di strettissima osservanza. Più un conservatore classico che ha trovato sotto l'ala di Fratelli d'Italia un riparo sicuro, e che tra l'altro dalla linea della fiamma negli ultimi tempi si era anche parzialmente distaccato e già alla fine del 2023 era stato querelato dal ministro Crosetto, lui sì legato mani e piedi a Giorgia Meloni. Non dimentichiamo poi la storia che porta Sechi alla guida di Libero. Meloni infatti prima lo chiama a fare il portavoce, ma lo depotenzia a capo ufficio stampa ancora prima di iniziare, poi la storia del giornalista sardo a Palazzo Chigi finisce in appena tre mesi, qualche figuraccia dopo (emblematica la prima uscita pubblica, a Cutro) lo accasano a Libero, prima della silurazione odierna.
In ogni caso Sechi non verrà certamente rimpianto dalle parti di via dell'Aprica. Lascia in eredità un giornale in crisi, che sopravvive grazie ai finanziamenti pubblici. A marzo 2026 Libero registrava una diffusione pagata di sole 16.144 copie, con un calo del 12,2% rispetto all'anno precedente. Come dimenticare poi la guerra fredda con Daniele Capezzone. Il punto di non ritorno arrivò nel febbraio 2025, con due titoli di prima pagina che fecero traboccare il vaso: "S'è bruciato il würstel", sull'esito delle elezioni tedesche, e "Borsettate alla sinistra", sul caso Santanchè. Capezzone sollevò i suoi dubbi che Sechi liquidò con un: "Mi vuoi insegnare tu come si fa un giornale?". Alla fine fu Capezzone ad andarsene, per lui la sedia si liberò al Tempo. Dulcis in fundo l'accoppiata di "uomo dell'anno" (e sarebbe bene sottolineare "uomo") in copertina per Libero nel 2023 e nel 2024. Prima Giorgia Meloni, "uomo" dell'anno 2023 e poi, ciliegina sulla torta, Benito Mussolini, uomo dell'anno 2024. Insomma...