Dal reddito di cittadinanza al "reddito di giornalanza". È la nuova battaglia di Alessandro Di Battista, che ha indetto una raccolta firme per l'abolizione del finanziamento pubblico ai giornali. Parliamo in particolare dei fondi diretti, quelli rivolti a giornali gestiti da cooperative di giornalisti, enti no profit oppure di proprietà di fondazioni o soggetti non a scopo di lucro. Un sussidio che dovrebbe garantire il pluralismo dell'informazione, foraggiando le voci più "scomode", meno tutelate dal mercato, che però è diventato la stampella di grandi gruppi economici che, attraverso degli escamotage, riescono ad accedervi. Parliamo in particolare dei giornali che, pur avendo effettivamente un editore, riescono a contare (anche lautamente) sul Fondo adottando uno statuto formalmente non commerciale. Sono molti dei giornali identificati con l'area filo-governativa e "liberale": Il Foglio (2 milioni di euro), il Secolo d'Italia (498 mila euro, rata d'anticipo al 29 maggio 2025) ma soprattutto quelli di proprietà di Antonio Angelucci, il magnate delle cliniche e dell'editoria, deputato leghista, che possiede Libero, quotidiano che dal 2003 al 2017 ha ricevuto oltre 53 milioni di euro di fondi pubblici perché formalmente di proprietà di una cooperativa. Una questione per cui Angelucci è stato anche condannato nel 2017 per falso: i quotidiani Libero e Il Riformista infatti avevano ricevuto contributi pubblici indebitamente.
Sono proprio loro i frontman della campagna di raccolta firme di Dibba, che sul sito bastafondiaigiornali.it identifica il finanziamento ai giornali con il sistema editoriale "delle destre", Mette in prima pagina infatti proprio Angelucci, Sechi (direttore di Libero), Cerasa (direttore del Foglio), Capezzone (direttore del Tempo, che in realtà non riceve contributi diretti), Italo Bocchino (direttore del Secolo d'Italia) e Cerno (direttore del Giornale, che non accede al finanziamento diretto).
Ma il paradosso politico è grottesco. I giornali che a parole, e alcuni anche nel nome, si definiscono liberi (o Libero) e liberali in realtà sguazzano nei danari pubblici. Mentre la parte politica che dei sussidi ha fatto una bandiera lotta per abolirlo.
Sì perché, nonostante Di Battista sia fuoriuscito dal Movimento 5 Stelle nel 2021, a quel retroterra pentastellato, quello dei primi tempi, di Casaleggio, dell'abolizione della povertà e della democrazia diretta contro la casta, è ancora profondamente legato. La raccolta firme si collega a una storia che parte dal Conte I, quando una norma voluta dall'allora sottosegretario Vito Crimi prevedeva la riduzione progressiva dei finanziamenti fino all'azzeramento entro il 2022. Invece sono stati mantenuti, di proroga in proroga, posticipandone la fine al 2030. A giustificare i rinvii, federazioni degli editori, sindacati dei giornalisti e mondo cooperativo hanno sempre invocato la tutela del pluralismo informativo, seriamente minacciato dal tracollo strutturale dell'editoria cartacea travolto dalla digitalizzazione. Ragione per cui, fra parentesi, l'Unione Europea non considera questi fondi come aiuti di Stato e non li assoggetta ad autorizzazioni. Non è un caso che il giornale più battagliero contro il finanziamento, che del "non ricevere alcun finanziamento pubblico" ne ha fatto anche una bandiera in prima pagina, sia Il Fatto Quotidiano.
Ma abolire i sussidi ai giornali è un'idea che può piacere per ragioni molto diverse, e non sempre compatibili. Può essere una battaglia squisitamente liberale, contro l'intervento statale, a favore della mano invisibile del mercato che decide da sola quali giornali siano meritevoli di sopravvivere. Oppure può essere guidata dai principi ispiratori della campagna Dibbattistiana: la solita e stantia crociata populista e antigovernativa. L'obiettivo è quello di penalizzare i giornali delle "destre". Il claim è "Smettila di pagarli per mentirti", il sapore è quello del grillismo dei primi tempi, la retorica sui soldi degli italiani, del controllo delle élite e del palazzo.
Ma Dibba non ci pensa che un'abolizione tout court travolgerebbe anche le testate realmente gestite da cooperative di giornalisti e da enti no profit, quelle per cui il finanziamento pubblico è spesso l'unica condizione di sopravvivenza. Piccole redazioni, giornali di nicchia, voci che il mercato da solo non avrebbe mai tenuto in vita.
Il nodo vero sono le maglie larghe che permettono l'abuso del Fondo. Basterebbe una normativa più stringente: requisiti societari verificabili, soglie di proprietà, controlli reali sulla natura non commerciale dell'editore. Distinguere chi il fondo lo usa per sopravvivere da chi lo usa per arricchirsi. "Liberi" sì, ma quando conviene.