"A 34 anni dalle vicende più drammatiche della storia italiana contemporanea, denunciamo una sorta di depistaggio politico, orchestrato dalla maggioranza in Commissione Antimafia, intorno alle figure di Falcone e Borsellino e dei loro uomini e donne di scorta". A scriverlo sono 33 cronisti siciliani, in una nota rivolta al Presidente della Repubblica Mattarella e alla Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, in quota Fratelli d'Italia, Chiara Colosimo. Il motivo? La scelta da parte della Commissione e della Procura di Caltanissetta di concentrare gli sforzi investigativi dell'indagine sulle concause delle stragi di Capaci e via D'Amelio sulla pista "Mafia e Appalti" piuttosto che sulla "pista nera". Insomma, il solito governo fascista, in combutta con la Procura di Caltanissetta, che vuole derubricare tutto a un fatto di mafia, legato all'interesse che Cosa nostra aveva nel mondo degli appalti, invece di continuare a perseguire i soliti teoremi su neofascisti, servizi segreti deviati, massoni e chi più ne ha più ne metta. Peccato però che sulla pista nera si sia già indagato, senza cavare un ragno dal buco, per anni. Una pista che il procuratore di Caltanissetta De Luca ha definito "zero tagliato", addirittura "un'autentica perdita di tempo".
Cos'è la pista nera?
La pista nera è uno dei filoni investigativi sui "mandanti esterni" delle stragi di Capaci e via D'Amelio. L'ipotesi: dietro gli assassinii di Falcone e Borsellino non ci sarebbe solo Cosa Nostra, ma anche soggetti esterni che, per interessi convergenti, avrebbero ordinato o agevolato le uccisioni. Al centro c'è la figura di Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, che sarebbe stato presente a Capaci e protagonista di alcuni sopralluoghi pochi giorni prima della strage.
Il castello probatorio poggia su due colonne: Alberto Lo Cicero e Maria Romeo. Lo Cicero è stato un collaboratore di giustizia, autista del boss Mariano Tullio Troia, vicino agli ambienti dell'estrema destra. Avrebbe riferito della presenza di Delle Chiaie in Sicilia nei giorni dell'attentato — ma lo fa solo nel 2007, poco prima di morire, quindici anni dopo l'inizio della sua collaborazione. A corroborare la sua versione ci sarebbe la "nota Cavallo": la testimonianza che la sua ex compagna Romeo avrebbe reso nel 1992 all'ufficiale dei Carabinieri Gianfranco Cavallo.
La tesi è tornata in auge solo nel 2021, quando l'allora procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato — oggi senatore M5S e membro della Commissione Antimafia — ripesca i colloqui del 2007, privi di valore probatorio, tra Lo Cicero e l'ex sostituto Donadio. È stata poi rilanciata più volte dalla trasmissione Report, che nel 2022 ha anche ospitato in prima serata Maria Romeo, che avrebbe svelato e aggiunto elementi rispetto all'interrogatorio con Scarpinato.
Cosa non torna?
Partiamo dai testimoni. Lo Cicero collabora con la giustizia dal 1992 e in ventidue verbali parla di tutto: boss, traffici, ambienti mafiosi. Di Capaci, però, non dice una parola. Dimostra anzi di non saperne niente. L'amnesia dura quindici anni esatti, poi si dissolve nel 2007 durante l'interrogatorio con Donadio. Il GIP di Caltanissetta Santi Bologna nel 2024 già accoglie una prima richiesta di archiviazione su Capaci,e nel decreto è netto: "plurimi profili di inattendibilità sia generale che specifica". Non è tutto: nei suoi verbali Lo Cicero si descrive come affiliato a Cosa Nostra, cerimonia di iniziazione inclusa. La sentenza 434/1995 lo smentisce "clamorosamente", attraverso le dichiarazioni di Marino Mannoia. Un curriculum non proprio impeccabile.
Romeo non se la passa meglio. Nel 2021 dice a Scarpinato di aver incontrato Delle Chiaie solo due volte, alla fine degli anni Ottanta, mai a Palermo. Nella "nota Cavallo" del 1992, invece, lo colloca in Sicilia prima della strage. Anche qui l'amnesia finisce e riaffiorano i ricordi: Delle Chiaie sarebbe stato a Palermo nell'aprile 1992, per non meglio precisati "contatti politici". Il decreto di archiviazione è esplicito: la conoscenza di Delle Chiaie e il rapporto con Lo Cicero sarebbero stati "artificiosamente uniti" dalla Romeo per ottenere lo status di collaboratrice di giustizia. I Carabinieri, in una loro relazione, descrivono Romeo come soggetto con una "forte tendenza a rielaborare a suo piacimento" le notizie apprese — una "tendenza al mendacio" che, scrivono, "condiziona irreversibilmente" la possibilità di valorizzare le sue dichiarazioni.
Sulla base di questo la Procura di Caltanissetta chiede l'archiviazione per quanto riguarda Capaci, in una richiesta che non porta solo le firme dei magistrati nisseni: la firmano anche due sostituti della Direzione Nazionale Antimafia, Domenico Gozzo e Francesco Del Bene. Non è una scelta politica della procura: il tema è stato valutato anche a livello nazionale, con la stessa conclusione.
A margine, un filone distinto riguarda Paolo Bellini, ex militante di Avanguardia Nazionale già condannato per la strage di Bologna. Bellini viaggia in Sicilia tra il 1991 e il 1992 e avrebbe avuto contatti con Antonino Gioè — boss di Altofonte, tra gli esecutori di Capaci, morto suicida in carcere nel 1993 prima di poter parlare. Bellini ha sempre spiegato quei viaggi come attività di recupero crediti. Anche questo procedimento è stato archiviato.
Poi c'è il movente. La versione più suggestiva vuole che Borsellino fosse stato ucciso proprio perché, dopo aver parlato con Lo Cicero, stava raccogliendo i fili della pista nera. Peccato che questa tesi non trovi conferma in nessun atto, in nessuna memoria dei colleghi di Borsellino. E che, stando agli atti, Lo Cicero non avesse mai fatto il nome di Delle Chiaie prima del 2007 — quindici anni dopo la morte del giudice.
E ora?
Nonostante i riscontri investigativi modesti però si continua a insistere e a stracciarsi le vesti sulla pista nera, portata avanti da qualcuno come una verità assoluta. Il GIP di Caltanissetta Graziella Luparello ha per due volte respinto la richiesta di archiviazione da parte della procura del filone riguardante la pista nera sulla strage di via D'Amelio, richiedendo ulteriori approfondimenti. Un provvedimento contro cui la procura ha anche presentato ricorso per abnormità alla Cassazione, rigettato nel giubilo dei componenti pentastellati della Commissione Antimafia: "È un pronunciamento fondamentale per la ricerca della verità". La Cassazione si era pronunciata sulla legittimità del provvedimento del GIP, non sulla veridicità della pista. Ma è un dettaglio.
A guidare la crociata per la pista nera è Roberto Scarpinato, oggi senatore M5S e membro della Commissione Antimafia. Un ruolo che solleva qualche interrogativo sul piano dei conflitti di interesse: Scarpinato è stato infatti magistrato titolare, insieme a Guido Lo Forte, del procedimento mafia-appalti alla Procura di Palermo negli anni delle stragi. Fu tra coloro che ne chiedevano l'archiviazione. Quel fascicolo che Paolo Borsellino considerava decisivo e che, secondo la Procura di Caltanissetta, è una delle concause della sua morte. Oggi Scarpinato siede in Commissione Antimafia a spingere la pista nera e a sminuire mafia-appalti: esattamente la pista su cui lui stesso, trent'anni fa, decise di non indagare. Quella che, secondo il pm De Luca, sarebbe l'unica, finora, con elementi concreti per spiegare la finalità stragista nei confronti dei due magistrati. Pista che ha tra l'altro dimostrato, con un notevole apporto documentale, che un insabbiamento davvero potrebbe esserci stato. Altro che il governo con la pista nera.
Nel frattempo si continuano ad alimentare dietrologie senza riscontro, si tengono in piedi teoremi che crollano al primo confronto con gli atti, si spacciano suggestioni per verità accertate su spinta smaccatamente ideologica. Con il tentativo sistematico di dettare l'agenda a una Procura, di decidere dall'esterno quale verità meriti di essere cercata e quale no. Le tesi vanno bene quando confermano, diventano sospette quando contraddicono. È una narrazione portata avanti come verità già sentenziata, in cui l'unica cosa che manca, sono le prove.