Il capo degli inquirenti della Procura di Caltanissetta Salvatore De Luca è intervenuto per smentire la ricostruzione fatta su Report il 4 gennaio a proposito della presunta “pista nera” per la strage di Capaci e, successivamente, di via D’Amelio. Nel servizio di Report si torna a parlare della confessione di un collaboratore di giustizia smentito negli anni, Alberto Lo Cicero, autodefinitosi “uomo d’onore” di Cosa Nostra, anzi della versione più ricca fornita dalla sua compagna nel 2007, Maria Romeo che, sostanzialmente per ricongiungersi con il compagno, raccontò una storia che inquirenti e procuratore (al tempo era Pietro Grasso) non reputarono sufficiente per aprire nuovi filoni giudiziari.
Secondo Lo Cicero/Romeo l’omicidio di Giovanni Falcone avrebbe visto coinvolto Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale, uno dei più potenti uomini dell’estrema destra del tempo, uno che, per esempio, parlava con Pinochet. Secondo il racconto di Lo Cicero/Romeo, Delle Chiaie avrebbe partecipato all’organizzazione dell’attentato, addirittura impegnandosi in prima persona per recuperare dell’esplosivo e per fare dei sopralluoghi nel tunnel dove venne piazzato l’esplosivo. Il nome di Delle Chiaie, che fu accusato di concorso in strage nell’attentato di Bologna, non è solo l’elemento centrale di questa “pista nera”, ma è anche l’anello di congiunzione di alcune stragi di fine Novecento.
L’intero edificio si basa sulla testimonianza di Lo Cicero, che tuttavia venne completamente sbugiardato già nel 1995 con una sentenza del Tribunale di Palermo in cui veniva definito “assolutamente non credibile, inattendibile” e, per altro, neanche “uomo d’onore di Cosa Nostra”. A screditare completamente Lo Cicero sono anche altri fatti. Come ricorda Damiano Aliprandi su Il Dubbio, nei suoi racconti non si nomina mai, per esempio, Antonino Troia, fratello di Mariano Tullio Troia, il boss con cui Lo Cicero diceva di avere rapporti. Antonino Troia è stato condannato all’ergastolo proprio per la strage di Capaci. Lo Cicero non lo nominerà mai.
Non sapeva nulla neanche dei veri esecutori della strage, legati alla famiglia Altofonte-Monreale, Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera e Mario Santo Di Matteo. Di più: neanche Gioè e La Barbera sanno chi sia Lo Cicero. In sintesi, come sostiene De Luca, quanto detto da Lo Cicero sarebbe “carta straccia” e la sua credibilità sarebbe la stessa di un altro collaboratore noto per i depistaggi proprio sulla strage di Capaci, Vincenzo Scarantino. Lo Cicero non sarebbe neanche un uomo d’onore di Cosa Nostra, non era conosciuto dagli esecutori materiali dell’attentato, nonostante lui avesse detto di aver partecipato ai sopralluoghi. Il nome di Delle Chiaie, infine, è stato fatto anni dopo dalla compagna, considerata persino meno attendibile di Lo Cicero stesso, tanto che nessuno sceglierà di prenderla sul serio.
Nessuno tranne Report, che già nel 2025 aveva mandato in onda un servizio sulla pista nera in cui si fece sentire anche un audio di un anonimo che sosteneva di aver ascoltato proprio da Lo Cicero la storia di Delle Chiaie, uomo potentissimo, presente nei sopralluoghi (un lavoro da manovalanza spicciola), e della presenza di un’auto blu, come quella di magistrati e politici stessi, sui luoghi in cui la strage venne pianificata.
De Luca è intervenuto ricordando, tuttavia, che nessun filone è stato mai escluso in via pregiudiziale, ma che ogni informazione è stata analizzata, studiata e solo successivamente accantonata o approfondita. Uno dei due filoni sulla “pista nera” venne archiviato dal gip Santi Bologna, che ritenne Lo Cicero inattendibile. Un altro filone, invece, è ancora aperto e la gip Graziella Luparello si rifiuta di accogliere la richiesta di archiviazione di De Luca e dei pm di Caltanissetta.
Quindi la storia non è finita. Se la pista nera sembra un vicolo cieco, tuttavia, che l’omicidio di Falcone sia stato un evento del tutto interno a Cosa Nostra è questione aperta. In un’intervista uscita su Repubblica nel 2015, infatti, Raffaella Fanelli, che dopo le parole di De Luca interviene sui suoi social ricordando quanto avvenne, fece parlare per la seconda volta in vent’anni proprio La Barbera, una delle persone direttamente coinvolte nella strage e divenuta successivamente collaboratore di giustizia. Intervista che verrà registrata.
Nell’intervista La Barbera disse cose pesantissime. La prima: “C’era un uomo sui 45 anni che non avevo mai visto prima. Non era dei nostri... Arrivò con Nino Troia, il proprietario del mobilificio di Capaci dove fu ucciso Emanuele Piazza, un giovane collaboratore del Sisde che pensava di fare l’infiltrato”. Quindi una persona esterna a Cosa Nostra. Chi è? Forse era legata ai servizi segreti? A domanda La Barbera risponderà in modo sibillino e ironico: “In questi anni mi hanno mostrato centinaia di fotografie ma non l'ho mai riconosciuto... Evidentemente mi hanno mostrato quelle sbagliate”.
Seconda cosa pesantissima. A proposito dell’omicidio Lima (il primo attacco omicida diretto di stampo mafioso contro lo Stato), La Barbera dice: “Vuole sapere se ci fu una collaborazione dei servizi segreti? Ci fu. C'erano uomini dei servizi sul Monte Pellegrino”.
La terza cosa pesantissima riguarda invece l’omicidio Mattarela: “Per quel che ne so io, fu voluto da politici”. Infine una suggestione: “Credo che Dalla Chiesa sia stato ucciso per fare un favore. Ma non ho le prove”.
Le dichiarazioni furono varie e tutte registrate, ma quando venne ascoltato dagli inquirenti durante il processo Capaci bis e in seguito all’intervista La Barbera negò tutto, sostenendo che la giornalista avesse esagerato e “ritoccato” le sue dichiarazioni. Peccato che sia chi stava facendo le domande e, forse, lo stesso La Barbera, fossero a conoscenza del fatto che l’intervista era stata registrata. Anzi, dopo la pubblicazione dell’intervista, gli inquirenti partirono da Caltanissetta per prendere da dalla giornalista l’audio completo dell'incontro, che lei ovviamente consegnò. Ma questi audio non vennero mai riprodotti in aula. Al contrario, durante il processo Capaci bis vennero utilizzate solo delle trascrizioni piene di omissis. La Barbera sostenne, infine, di aver esagerato lui stesso, per “fare colpo” sulla giornalista, per fare il paicione. E la smentita di La Barbera portò Raffaella Fanelli a querelare il collaboratore di giustizia.
Domanda: perché gli audio non vennero riprodotti in aula e si usarono delle trascrizioni incomplete?
Ma la storia non è tutta qui. Quando uscì quell’intervista su Repubblica, Raffaella Fanelli venne convocata da Giovanni Grasso, direttore dell’Ufficio Stampa della Presidenza del Quirinale, nominato il 13 febbraio 2015, per sapere cosa La Barbera avesse raccontato. Perché il Quirinale si interessava direttamente all’intervista rilasciata da un collaboratore di giustizia a una giornalista di Repubblica? Perché le chiesero se ciò che La Barbera aveva raccontato era tutto ciò che si trovava nell’intervista uscita su Repubblica?
Non solo. Per ritirare la querela, La Barbera accetta un nuovo incontro con Fanelli. Fu in questa occasione che La Barbera raccontò del casino scoppiato in seguito all’intervista. Un casino che portò evidentemente La Barbera a ritrattare. Ma da dove arrivarono queste pressioni? Raffaella Fanelli, che dopo le parole di De Luca è intervenuta nuovamente sui social, lo chiede da anni: “Perché a La Barbera fu chiesto di ritrattare proprio le risposte su Mattarella e su quell’uomo nero comparso a Capaci?”
Se le pressioni fatte a La Barbera si rivelassero fondate, la domanda centrale in tutta questa storia riguarderebbe le parole di una persona che certamente fu coinvolta nelle stragi mafiose, a differenza di Lo Cicero. E cioè un testimone credibile. Chi era quell’uomo, estraneo a Cosa Nostra, che uno degli esecutori della strage di Capaci vide nei giorni in cui l’attentato venne pianificato?
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