Giuseppe Calabrò, “U Dutturicchiu”, è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Cristina Mazzotti, sequestrata il 30 giugno 1975 e ritrovata morta il primo settembre dello stesso anno. Aveva 18 anni. La ragazza si trovava in vacanza a Eupilio, provincia di Como, con il suo fidanzato e un’amica. I tre stavano tornando a casa in auto dopo aver passato la serata a Erba quando una Fiat 125 bianca taglia loro la strada e dal bordo della carreggiata escono i due rapitori. Gli uomini armati salgono nella Mini Minor dei ragazzi, guidano per diversi chilometri e una volta identificata Cristina Mazzotti la portano via. Nei 28 giorni in cui è rimasta sequestrata, viene tenuta in una buca alta poco più di un metro, larga e lunga circa un metro e mezzo, scavata in una cascina nel Novarese. Cristina non può stare in piedi. A Mazzotti vennero somministrate quotidianamente grosse dosi di farmaci. I rapitori avevano inizialmente chiesto 5 miliardi di lire alla famiglia (il padre della ragazza, Elios Mazzotti, era un imprenditore dell’industria cerealicola e titolare della Mazzotti e Co), poi abbassando le pretese a 1 miliardo e 50 milioni di lire. Il primo settembre 1975 il corpo della vittima viene ritrovato in una discarica a Galliate. È l’esito del primo rapimento di una donna da parte della ‘ndrangheta. Il processo del 1977 si conclude con 13 condanne e quattro ergastoli. Quasi cinquant’anni dopo, il 4 febbraio 2026, gli esecutori del delitto sono stati condannati dalla Corte d’Assise di Como. Calabrò e Demetrio Latella hanno ricevuto l’ergastolo per omicidio aggravato. Il reato di sequestro ai fini di estorsione, invece, era già caduto in prescrizione. La Corte ha anche disposto una provvisionale di 600mila euro da destinare alla sorella e al fratello di Cristina Mazzotti.
Dutturicchiu, originario di San Luca, considerato figura apicale della ‘ndrangheta in Lombardia, è uomo sfuggente, parla poco. Quasi mai. Ha seguito tutte le udienze senza mai lasciarsi andare davvero con i giornalisti. Raggiunto da Enrico Lupino de Lo Stato delle cose per l’inchiesta Doppia Curva le uniche risposte che ha dato sono state il silenzio e una frase emblematica: “Io ho buoni rapporti con tutti”. Abbiamo contatto proprio Lupino per farci raccontare qualcosa di più di questo personaggio: “La sentenza di ieri riguarda un’altra stagione della vita di Calabrò, molto più violenta e brutale. Nella formulazione dell’accusa risulta evidente come Dutturicchiu abbia avuto un ruolo attivo: ferma il fidanzato e poi opera il sequestro. Il Calabrò che ho trovato io è anziano, 76 anni oggi, un uomo ingrigito. Questo, però, è sintomatico del suo livello criminale. L’unica foto dell’inchiesta Doppia Curva è di lui che scende dal tram”. Il suo nome compare nelle carte dell’indagine soprattutto in riferimento alla curva Sud e alla guerra interna tra Luca Lucci, capo del tifo organizzato rossonero, e il rivale Domenico Vottari, leader dei Black Devil, gruppo a cui apparteneva anche Enzo Anghinelli. Calabrò viene colto dagli investigatori proprio mentre parla con Vottari. L’intercettazione venne segnalata già al tempo dal procuratore Nicola Gratteri, segno di come l’inchiesta abbia radici molto più profonde di quelle recenti: “Nel 2018 a quell’incontro ci sono elementi di spicco dei Mancuso. I Mancuso sono legati al territorio di Limbadi, del Vibonese, Calabrò è uomo di San Luca, ma la sua statura criminale gli permette di parlare con tutti. Specialmente con il clan di Platì, da tempo radicato in Lombardia. È un personaggio che non mai avuto condanne per mafia, e anche in questo caso il sequestro è caduto in prescrizione. La condanna è solo per omicidio. La mia impressione è che ci troviamo di fronte a un dirigente”. In ogni caso, aggiunge Lupino “la brutalità del 1975 non è più parte di lui. È la parabola criminale di uno che ora è ai vertici, cominciando da esecutore di crimini fino alle mire sullo stadio. Un altro elemento che ci fa capire la sua importanza nell’ecosistema malavitoso è la sua capacità di parlare sia con la curva Sud che con Antonio Bellocco, referente della famiglia in curva Nord”.
“L’abilità criminale di Calabrò”, dice sempre Lupino, “è che lui agisce anche quando non si vede”. E con Pino Caminiti, ras dei parcheggi di San Siro, i rapporti erano stretti: “I due hanno lunghi dialoghi. Caminiti chiede soldi per Calabrò, Caminiti facilita Calabrò con Bellocco. Anche quando non c’è, Dutturicchiu si muove tra le linee. Magari non si vede, ma tira i fili. È un console fra la Calabria e la Lombardia”. Nel 2018 Mimmo Vottari vuole tentare la scalata mettendo da parte sia Lucci sia Giancarlo “Sandokan” Lombardi. È ambizioso. Ma questa sua volontà deve trovare un argine, ne va dell’equilibrio in curva. Calabrò sarebbe intervenuto proprio per mettere un freno alla fame di potere del capo ultrà: “Non è che vi potete prendere tutto lo stadio”, dice intercettato. Anche perché tra gli altri c’è già qualcuno a fare da ombrello: “Se non era intervenuto Peppe, se non c’era Sarino gli saltavo in testa. Stavo andando con la prepotenza proprio a fargli male”. Sarino sarebbe Antonio Rosario Trimboli, uomo di Lucci e ritenuto vicino al clan Papalìa. A Domenico Papalìa peraltro sarebbe stata intestata l’auto con cui Islam Hagag e altri sono andati a Motta Visconti per la spedizione punitiva ai danni di una persona legata a un ultras colpevole di non aver sanato un debito.
Per soldi e consenso, per entrare nei salotti che contano e stringere le mani alle persone giuste. La ‘ndrangheta in Lombardia c’è da decenni. Oggi lo sappiamo. Ma quello di Cristina Mazzotti è il primo che apre la stagione dei sequestri anche nel Nord Italia. Sono tanti i nomi dei clan che emergono nelle inchieste recenti: Barbaro, Papalìa, Morabito. Oggi se ne parla perché il calcio è sport nazionale. L’associazione della dimensione criminale a quella sportiva ha un valore non solo simbolico. Anche lì, anche in curva, i clan sono al lavoro.