Mi piace molto la definizione dei partigiani data da Giorgio Bocca alla fine della sua Storia dell’Italia partigiana (1980): “La guerra politica nota come Resistenza non è una rivoluzione, eppure forma un tipo d’uomo riconoscibile come i rivoluzionari, come lo furono fino all’Impero il giacobino e il convenzionale. Lascia all’Italia della ricostruzione e dell’acerba democrazia una generazione di partigiani, di resistenti: localizzata nel Centro-Nord, minoritaria rispetto alle masse raccolte dai partiti, presto estromessa dai posti di potere, però unico gruppo capace di alleanze orizzontali, al di fuori e al di sopra dei partiti, guardia antifascista che dirà altri no decisi a ogni restaurazione autoritaria”. Mi piace perché dice due cose, soprattutto: che chi fa la resistenza, chi è partigiano, si riconosce. E che il partigiano, quello vero, non orbita intorno a un partito, non lo tiene in gabbia l’istituzione. Alla fine i partigiani la guerra l’hanno fatta tra i monti e tra i boschi, perché a quelli appartenevano, dalla Val di Susa al Monte Sole. Proprio queste due caratteristiche, oltre a un’organizzazione capace di reggere per anni, rendono i No Tav la cosa più vicina ai partigiani che ci sia in Italia. Mettiamo da parte per un momento le considerazioni strategiche, politiche, l’economicismo che ci potrebbero far propendere per l’alta velocità. Il sabotaggio di sabato 25 luglio è l’attacco più pesante al lavori per l’alta velocità dal 2011. 1 milione di danni, un cantiere bloccato e semidistrutto. Mentre la politica condanna in modo trasversale la violenza, il Movimento No Tav non fa figli e figliastri, non parla di black bloc e facinorosi. Appunto: i partiti da una parte, pure quelli di sinistra, e un movimento dal basso dall’altra. Nel 2015 lo scrittore Erri De Luca finì a processo per aver “pubblicamente istigato a commettere più delitti e contravvenzioni”. Per difendersi scrisse un libro, La parola contraria, in cui definiva i lavori per la Tav uno “stupro di territorio”. Contro di esso “la Val di Susa si batte dal tempo di una generazione […] perché il luogo ci sia ancora”. Dunque cosa stava istigando, la violenza o una risposta alla violenza? In ogni caso, la definizione che dava di se stesso corrisponde esattamente a ciò che Bocca diceva dei partigiani: “Non appartengo a nessuna formazione politica. Partecipo da cittadino a manifestazioni che condivido e per interesse di testimone”.
L’errore, nella condanna bipartisan, è vedere nelle azioni dei No Tav soprattutto la violenza e non la testimonianza, quella di cittadini radicati in un territorio e che ritengono incontestabili certi diritti acquisiti per il solo fatto di vivere quelle montagne, quelle valli e quei territori con una lentezza tutta diversa da quella sottesa alle grandi opere. È giusto, è sbagliato? La stessa domanda si dovrebbe porre parlando del Ponte sullo Stretto. Velocizza il tragitto, ma a quale costo? Che costo ha, cioè, la velocità in sé? Il sociologo Hartmut Rosa lo chiarisce iniziando col dire che non si tratta solo di questa, ma di una sua versione dinamica, l’accelerazione. La sua conseguenza può essere l’alienazione, tra le varie anche quella spaziale, che Rosa sintetizza così: “Per molti, se non per tutti i processi, la collocazione o palcoscenico spaziale non è più rilevante e neppure determinabile”. Questo abdicare ai corpi, tipico della politica nazionale e della logica delle grandi opere, è proprio ciò contro cui i No Tav si scontrano, e proprio perché si oppongono con il corpo, allora la loro azione non può che rispettare le leggi della meccanica newtoniana.