“Che poi è tutta una grande bugia, ’sta ’ndrangheta. Parole sue del dicembre 2025. Tutto quello che ci siamo raccontati finora era uno scherzo?”, domanda la pm Alessandra Cerreti a Occhi Celesti. Probabilmente davanti agli occhi azzurri del collaboratore di giustizia Francesco Bellusci passa, in una frazione di secondo, tutto il film della sua vita, congelato in un secco “No”. Ma poi si spiega, perché sa benissimo che dalla ’ndrangheta, una volta affiliati, non si esce semplicemente rinnegando la propria dote. O la morte o collaborare con la giustizia. Esiste anche una terza via, ma di quella parleremo più avanti, perché la seconda è quella che fornisce più risposte e reinterpretazioni di fatti di sangue che si credevano ormai chiusi. Come l’omicidio di Emanuel Rroku, avvenuto a Turbigo il 16 settembre 2022 e non solo. La collaborazione, poi, ogni tanto illumina anche i giudici. Come in questo caso la presidente del collegio, Maria Luisa Balzarotti, a proposito delle placche delle forze dell’ordine, che ha scoperto che le placchete identificative delle forze dell'ordine sono vendute dalle armerie. E quindi, qualora un criminale volesse fingersi forza dell’ordine e sequestrare, ad esempio, cocaina a qualche trafficante, avere un contatto dentro un’armeria potrebbe tornargli parecchio utile. A Cuggiono, dove è nato Bellusci, un’armeria c’è ed è quella di Pasquale Daniele Pelligrò che non sapendo come far fronte a un debito da circa diecimila euro, si rivolge al suocero di Bellusci. Questo, provvidenzialmente, gli “passa la palla”. Il titolare di un’armeria indebitato può fare comodo a un criminale come Bellusci. “Quando gli do i soldi, lui mi assicura di volermeli ridare con gli interessi. Io gli dico che gli interessi non li voglio, ma gli chiedo in cambio qualche fucile e qualche pistola in prestito”.
Comodo per lui e per il suo violentissimo compare Giacomo Cristello, interessato ai tesserini da carabiniere. Il piano è quello di mettere in scena una finta retata antidroga ai danni di alcuni soggetti che hanno in saccoccia parecchia cocaina. “Ho imparato una cosa nuova”, commenta la giudice. Ma non è l’unica novità che emerge dalla luce gettata sul rapporto con l’armiere. E’ proprio da quest’armeria che arrivano i proiettili esplosi dallo Scorpion di Mimmo Cutrì. Quei proiettili che uccideranno suo fratello Nino durante la liberazione di suo fratello. Durante la fuga dalla polizia e dal Tribunale di Gallarate, scappa dalla canna dell’arma una raffica di proiettili che uccidono l’amico fraterno di Bellusci. Lo stesso che qualche giorno prima gli aveva chiesto di prendere parte al colpo, ma che non si era voluto immischiare in quell’operazione, a suo dire, realizzata con una batteria di criminali non validi, per lo meno non validi come lui, spiega ai pm. Il giorno seguente la tragica liberazione di Mimmo Cutrì, Occhi Celesti incontra l’armiere al bar. Pelligro’ è preoccupato che le pallottole conficcate nel collo di Nino possano portare fino a lui. Uno dei tanti motivi per cui l’armiere comincia a tirarsi fuori dagli affari con la locale di Legnano. Diventa sempre più difficile giustificare ai controlli, l’assenza delle armi dal deposito e il loro utilizzo da parte dei criminali. Per giustificare questi “prestiti” un altro criminale, Roberto La Bruna, racconta Bellusci, propone a Pelligro’ di mettere in scena una rapina alla sua armeria. Semplice semplice e pure foriera di qualche soldino in più nelle tasche di entrambi. La domenica Pelligro’ è solito andare a pesca? Perfetto. La Bruna e altri soggetti non identificati gli svaligiano l’armeria. Poi si dividono con l'armiere i soldi dell’assicurazione e pure quelli ricavati dalla rivendita sul mercato nero delle armi fatte sparire. Siamo nel 2023, ben dopo alla fascia temporale identificata da Bellusci che, sempre più stanco delle domande dei pm Rosario Ferracane e Alessandra Cerreti, perde a tratti il senso del tempo di una vita il cui quotidiano è scandito da reati penali gravissimi. Per questo Bellusci è una fonte preziosa per i pm. Il rango di sgarrista che lo caratterizza lo mette nella condizione di sapere tutto di tutti. E infatti Bellusci è anche a conoscenza del retroscena sull’omicidio di un uomo albanese a Turbigo, avvenuto nel settembre del 2022, perché racconta di aver riconosciuto, attraverso un articolo di MilanoToday, la Beretta calibro 6 e 35, argentata e damascata, di “Rigi”, ossia Rigels Gjinaj, l’albanese che gravitava nella sua batteria. Una testa calda, Rigi, criminale di bassa lega che pochi giorni prima dell’omicidio di Emanuel Rroku, suo giovane connazionale, incontra Bellusci al ristorante Da Mariuccia, in località Malvaglio, a Robecchetto con Induno, insieme alla sua famiglia. Rigi è fuori controllo. Sta litigando con un compaesano ed è arrivato a puntargli alla testa la sua calibro 6,35 damascata. Bellusci allontana la famiglia, gli si avvicina, gli toglie la pistola di mano e lascia che le acque si calmino. Si prendono una bevuta per sciogliere la tensione.
Peccato che qualche giorno dopo il “boccia” di Rigi, Catanga – cocainomane – si trova a Turbigo con la moglie per un compleanno in un bar e con lei sta litigando furiosamente. Catanga la picchia forte e il giovane Rroku interviene con veemenza per fermarlo. Catanga viene affrontato dal gruppo di Rroku, al che chiama Rigi, che in quel momento, stando alla deposizione di Bellusci, si trova nel bar di Giacomo Cristello, compare di Occhi Celesti. Cristello è presente, d’altronde è il suo bar, ascolta tutta la chiamata e il giorno dopo l’omicidio ne parla con Bellusci. Chiusa la chiamata Rigi raggiunge Catanga, finisce in mezzo alla rissa per aiutare l'amico ad uscirne, ma quando per loro le cose si mettono male, estrae la sua 6 e 35 e spara. Uno dei proiettili raggiunge Rroku al collo e lo ammazza. A Rigi danno 17 anni e 4 mesi di reclusione per l’omicidio volontario di Rroku. La pena in appello viene ridotta a 13 anni e 10 mesi. Dal bar di Cristello ne passano di storie. D’altronde, nel racconto di Bellusci, Cristello stesso è un personaggio totalmente disinibito. “Lo ripeteva spesso, ovunque si trovasse, di non aver paura di nessuno. Lo faceva per imporre il suo controllo sul territorio con il terrore”.
Tant’è vero che una sera Cristello, insieme a Christian Sesto, decide di menare un omone del Nord alto due metri che a Samarate dava problemi ogni sera. Sesto gli spacca una sedia sulla schiena e Cristello prende una spranga e comincia a colpirlo così forte da fargli perdere un occhio. Un’altra scena a cui Bellusci racconta di aver assistito direttamente è il regolamento di conti con “un rumeno”, al quale Cristello spacca un boccale di birra in testa. I cocci che gli restano tra le mani, racconta Occhi Celesti, Cristello, insieme a Filippo Sergi, glieli conficca ulteriormente nel cranio. “Nessuno interviene?”, domanda Cerreti. “Assolutissimamente no. Nessuno avrebbe mai neanche lontanamente pensato di mettersi in mezzo a una situazione del genere”. Tutti, nel territorio della locale di Legnano, sapevano benissimo chi fosse l’indomabile Cristello. Bellusci racconta che, durante una precedente e lunga detenzione a Bollate legata a un procedimento per rapina poi conclusosi con l’assoluzione, Cristello avrebbe conosciuto anche Vito Cosco. Sì, lo stesso Vito Cosco condannato per la strage di Rozzano del 2003, costata la vita a quattro persone, ed è stato poi condannato in via definitiva all’ergastolo anche per l’omicidio di Lea Garofalo. Lo stesso Vito fratello di Carlo Cosco, ex compagno di Lea e suo carnefice, nonché padre di Denise Cosco. Denise, che nel processo contro gli assassini della madre fu una testimone decisiva, è morta il 10 settembre 2026 dopo essersi lanciata dal palazzo in cui viveva ad Ariccia.
Un frattale di violenza, la vita di Cristello, che porta sempre la firma di una calibro 9. Come quella che, il 12 agosto 2015 a Buscate, durante la veglia funebre per il padre Carmine, esplode contro suo fratello Francesco vari colpi e gli ferisce una gamba. Il tutto alla luce del sole e durante il rosario del loro defunto padre che proprio in quella piazza Giacomo aveva già picchiato tempo addietro. Sangue che non lava via il sangue di questa violentissima locale lombarda il cui capo società, colui che – riferisce Bellusci in aula – “porta la crociata”, è Pasquale Rienzi, detto Paki. ’Ndrangheta nella quale si può entrare, ma non uscire. Eppure, “è una grande bugia”, conferma Bellusci ai pm. Tutto quel sistema di affiliazione è una macchina capitalista del profitto, priva di sentimenti e di scrupoli. “Guadagnavo meglio quando lavoravo”, ammette il pentito, e ci tiene che alla dottoressa Cerreti questo punto sia chiaro. Perché nella ’ndrangheta, ripetiamo, si entra ma non si esce se non in tre modi. Con la morte, con il “ritiro di buon ordine”, riservato a pochi eletti che hanno “dato tanto”, oppure collaborando con la giustizia. Le prime due opzioni, per Occhi Celesti, non sono contemplate. La parola d’ordine, ora, è una sola: la pelle. Salvare la pelle.