Oggi sul Fatto Quotidiano è stato pubblicato un articolo di Giorgio Mottola, ovvero l’unico giornalista d’inchiesta in Italia a essere stato querelato direttamente da un partito nella sua figura giuridica, Fratelli d’Italia. Allegata al pezzo dell’inviato di Report c’è la foto della premier in compagnia di Gioacchino Amico, pluripregiudicato ed esponente del clan Senese, coinvolto in qualità di pentito nel maxiprocesso Hydra della procura di Milano a proposito del consorzio lombardo di ’ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra. “Oggi la ‘redazione unica’, composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report, mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi”, ha dichiarato in risposta sui propri profili social la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. “Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo”, ha proseguito Meloni, “e ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Ma a questi ‘professionisti dell’informazione’ non importa niente. Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito. Nessun giornalismo, solo politica. Poco importa. Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede”. A proposito di queste parole abbiamo contattato il diretto interessato, Giorgio Mottola, chiedendogli un commento di risposta e un approfondimento sulla figura di Gioacchino Amico, purtroppo non certo uno sconosciuto in ambienti di Fratelli d’Italia, vicino a niente meno che Carlo Fidanza, uno dei big di via della Scrofa.
Cosa ne pensi delle parole della Premier in risposta al tuo articolo di oggi sul Fatto?
Le parole di Meloni somigliano più che altro ad una reazione per lesa maestà. Dovremmo crederle sulla parola rispetto alla bontà con cui lei combatte la mafia, ma il tema che è al centro dell’inchiesta e che abbiamo anticipato oggi era un altro. In tutto il post di risposta non cita mai una volta la parola Senese, e questo è un dato. Poi non spiega perché si trovava in quel momento con Gioacchino Amico. Non spiega se conosceva o no Gioacchino Amico e soprattutto non spiega come mai Gioacchino Amico fosse riuscito così facilmente a instaurare un rapporto così stretto con alcuni dei suoi parlamentari e dirigenti apicali come Carlo Fidanza e Paolo Frassinetti.
Tra l’altro il tuo articolo, a leggerlo tutto, non è poi così insinuante nei suoi confronti, perché del testo non emerge il fatto che lei lo conosca direttamente
Da quel pezzo emerge una cosa allarmante, ovvero la facilità con cui Gioacchino Amico e altri esponenti del consorzio mafioso lombardo riuscivano ad avere contatti diretti personali con parlamentari di Fratelli d’Italia. Questo è il dato centrale. Ma soprattutto, perché Gioacchino Amico era presente? Quest’uomo non era uno sconosciuto, non si era imbucato come un passante, lui due settimane dopo quell’evento, dopo il selfie, porta Carlo Fidanza a un congresso di un altro partito dove si era accreditato dicendo che era un referente di Fratelli d’Italia e Carlo Fidanza lo ringrazia dal palco. Il dato inquietante e assurdo, è che la Presidente del Consiglio non senta il bisogno di fugare ogni dubbio dicendo “io con questo Gioacchino Amico non ho niente a che fare e ho chiesto ai miei parlamentari la natura dei loro rapporti”. Questo deve fare un Presidente del Consiglio, non dimostrarsi offesa e attaccare la stampa che prova a fare il proprio lavoro.
Qual è la storia di questo Gioacchino Amico?
Un personaggio dalla storia incredibile. Nato a Canicattì, quando si stabilisce al Nord viene assoldato dal clan Senese e comincia a lavorare con uno dei luogotenenti di Michele O’Pazzo in Lombardia, ovvero Giancarlo Vestiti, anch’egli una figura centrale. Si tratta di un manager molto amico di Lele Mora, addentro al “G7 milanese” e che però sostanzialmente era un capoclan, rappresentando gli interessi di Michele Senese. Quando Giancarlo Vestiti viene arrestato, Gioacchino Amico diventa allora la figura più importante del clan Senese in Lombardia. È fondamentale nel consorzio mafioso lombardo perché era il procacciatore di affari per i Senese e per gli altri clan, essendone facilitatore di rapporti: lui è quello che sostanzialmente faceva sedere allo stesso tavolo gli emissari di Matteo Messina Denaro, i capi delle cosche di ’ndrangheta e gli altri esponenti del clan Senese.
Tra l’altro Senese è un cognome che ritorna sia in Hydra, sia nella vicenda Delmastro e poi, se si volesse addirittura essere sibillini, anche Franco Meloni
Neanche poi così tanto sibillino. C’è un collegamento diretto in realtà fra il clan Senese e il padre di Giorgia Meloni perché dall’inchiesta che ho realizzato nel 2024 era emerso che Franco Meloni, trasportando droga, hashish e marijuana nello specifico, lavorasse proprio per conto di Michele Senese. Ce lo aveva raccontato un pentito che si chiama Nunzio Perrella. La premier, poi, ha sempre detto di aver interrotto ogni rapporto col padre quando aveva 11 anni. Ciò nonostante, nel suo libro la Premier racconta di aver fatto più viaggi, insieme alla sorella, da piccola, alle Canarie, ma questo è secondario. L’aspetto in quella vicenda un po’ opaco è che la madre di Giorgia Meloni, Anna Paratore, ha avuto prima una relazione sentimentale, poi dei rapporti professionali e societari con Raffaele Matano, che era il socio di Franco Meloni e che è rimasto socio di Franco Meloni anche negli anni 2000. Questo chiaramente non vuol dire che ci sia un collegamento tra Giorgia Meloni e il clan Senese, ma anche su questa inchiesta Giorgia Meloni non ha mai risposto e non ha mai provato a spiegare con qualche dettaglio in più se fosse o meno a conoscenza di questa storia. L’unica risposta è stata la querela da parte di Fratelli d’Italia nella sua figura giuridica.
Tra l’altro il clan Senese intreccia anche il caso dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che alla “Bisteccheria d’Italia” ci andava a mangiare anche con i dirigenti del DAP, responsabili, peraltro fra le numerose prerogative, anche dello spostamento dei detenuti e della loro sicurezza. Nell’inchiesta Hydra ricordiamo per inciso lo strano suicidio di uno fra i pentiti più importanti, Bernardo Pace
Questa è la parte più inquietante di tutta quanta la storia perché Bernardo Pace aveva cominciato a collaborare e niente lasciava presupporre che si sarebbe suicidato, anche perché lui era membro di Cosa Nostra e la collaborazione ovviamente in quegli ambienti ricade sul resto della famiglia, quindi mai, questo lo confermano anche fonti investigative, avrebbe fatto un gesto simile. Aveva cominciato a collaborare veramente da pochissimo. Da qui a mettere questa circostanza in relazione con il DAP e con Delmastro, ce ne vuole. Sicuramente il fatto che un sottosegretario alla Giustizia, deputato a vigilare sull’amministrazione penitenziaria – e le carceri sono un luogo centrale di gestione di potere, di segreti e di informazioni in Italia – fosse a un solo grado di separazione da Michele Senese è una cosa estremamente inquietante.