Per il ministro della Difesa Guido Crosetto Hiroshima non ci ha insegnato niente e il rischio della guerra contro l’Iran è un’ecatombe nucleare.
Il Boeing E-4B Nightwatch, il doomsday plane del governo Usa, l’aereo progettato per garantire la sopravvivenza del governo in caso di guerra atomica, è stato visto volare (la colomba dell’età delle macchine non poteva che essere una colomba di guerra).
Trump dà un ultimatum all’Iran e li minaccia: “Hanno tempo fino alle 8 o li riporteremo all’età della pietra”. Che significa distruzione totale.
Il filosofo Jean Guitton sosteneva che la guerra è una “tecnica” che mira al bene (e cioè l’indipendenza) di una nazione. È difficile capire in che modo l’America stia beneficiando di questa guerra, visto che il consenso popolare per questo conflitto è uno dei più bassi mai registrati e pare che le minacce presunte (tra cui la costruzione di un ordigno nucleare) fossero più uno spauracchio che altro.
Se la guerra è una tecnica, è evidente allora che i termini usati finora, la “bomba atomica”, “Hiroshima”, “l’età della pietra”, non possono essere il lessico proprio della guerra. Il significato di queste espressioni è talmente stratificato e di uso comune che non può rientrare nel vocabolario tecnico di una guerra mirata.
Stando ai parametri elaborati da un altro filosofo, Michael Walzer, quella in Iran non è decisamente una “guerra giusta”, cioè una guerra che mira a preservare o espandere il diritto umanitario. Le minacce di chi la perpetra, e cioè Trump, danno il senso di quanto lontano sia questo conflitto da un’opera di “civilizzazione”: “Li riporteremo all’età della pietra”.
Non c’è civilizzazione e linguaggio specifico per questa guerra, solo un lessico dell’Apocalisse, immotivato e guidato da rabbia e vocazione egemonica. I più diranno che è sempre stato così: non proprio. Che ogni guerra è una guerra per interessi: non esattamente. Gli interessi, che ci sono, possono produrre senso, possono fornirci una logica della guerra.
In questo caso la guerra non serve a nulla. Non maschera il fallimento politico di Trump e non dà, a breve termine, una spinta agli affari Usa o degli alleati, cioè gli europei. Anzi, questa guerra potrebbe allontanare ulteriormente l’Europa dagli Stati Uniti.
Se la guerra non può essere chiamata col suo nome proprio, diventa difficile giustificarla e diventa impossibile gestirla. Infatti i nostri politici non la stanno gestendo. Nonostante provino, con cautela, ad arginare le mire di Trump, Italia compresa, la sensazione è che la guerra si stia sbriciolando e si stia trasformando, come fu l’invasione russa, in un conflitto di logoramento che farà male a tutti, soprattutto all’Europa petrolio-dipendente. Anche l’America di Trump sta perdendo molto, circa un miliardo di dollari al giorno.
Dunque, a chi fa bene questa guerra? Alla società iraniana? Meno di un omicidio mirato, che c’è già stato, nelle prime ore di guerra. Come suggerisce l’assenza di linguaggio tecnico, non fa bene a nessuno. È una guerra, dunque, insensata.
Intorno a questa mancanza di senso si attorcigliano varie vicende del presente. È il “nichilismo” ultramoderno, contro il quale si scaglia un pacifismo altrettanto nichilista, vuoto, buonista.