Aprile 2026. La situazione a Gaza non è solo grave. È al collasso. Bombardamenti continui lungo quella che viene chiamata “linea gialla”. Infrastrutture distrutte. Una popolazione quasi interamente sfollata. Fame estrema. Nessuna reale assistenza medica. Gaza oggi viene descritta da molti come una prigione a cielo aperto. Ma questa definizione, per quanto forte, non basta più. Perché dietro queste parole ci sono persone. Volti. Voci. Come quella di Wajih.
Wajih ha 16 anni. Aveva una casa. Una famiglia che lavorava. I suoi genitori avevano un supermercato. Una vita semplice e dignitosa. Una vita che oggi sembra appartenere a un’altra epoca. Wajih mi scrive quando può. Il telefono è rotto. L’audio a volte non funziona. Le immagini arrivano a scatti, ma arrivano. E le parole restano nella mia testa. “Lo giuro su Dio, sorella mia, è stato Dio a salvarmi… Ho visto qualcosa di davvero orribile. Non riesco a dimenticarlo. Ogni giorno ci sono bombardamenti. Ogni giorno moriamo di fame. Ogni giorno moriamo di dolore.” Due settimane fa, Wajih era a pochi passi dalla fine. Due ragazzi gazawi sono stati uccisi a circa venti metri dalla sua tenda. Venti metri non sono una distanza, ma una condanna che sfiora e, per puro caso, non colpisce.
Poi c’è il racconto più difficile. Quello degli aiuti. “Oh sorella mia, stavamo letteralmente morendo… era come se fossimo posseduti… lo giuro su Dio.” Wajih racconta quello che vive: la disperazione per il cibo, la folla, il caos.
Secondo la sua testimonianza, quei momenti diventano pericolosi, imprevedibili, a volte mortali. Tra i video che mi ha mandato, uno in particolare mi ha colpito profondamente: quello che lui definisce “il periodo degli aiuti americani”, in cui arrivano aiuti dagli Stati Uniti mentre, allo stesso tempo, secondo il suo racconto, i cecchini israeliani sparano sulla folla affamata. Una scena che ricorda una sorta di “Squid Game” dei nostri giorni, in una terra dimenticata dove anche chi vorrebbe aiutare si sente impotente. Gaza è chiusa: non si entra e non si esce.
Dopo la sua elezione, Trump ha fatto pressione su Israele e Hamas per accettare un piano di pace. Un cessate il fuoco significativo è entrato in vigore nell’ottobre 2025, dopo due anni di conflitto. In seguito all’annuncio, decine di migliaia di palestinesi sono tornati verso Gaza City e le aree del nord, spesso trovando solo macerie, ma celebrando la fine dei combattimenti. Trump ha descritto l’accordo come un “incredibile trionfo per Israele e per il mondo”, sostenendo che le cose andassero molto meglio e vantandosi di aver portato la pace. Nonostante gli annunci di tregua e i tentativi diplomatici, la situazione a Gaza rimane estremamente critica, con bombardamenti e operazioni militari israeliane che continuano a colpire aree densamente popolate e tendopoli nel corso del 2026. Nel marzo 2026, attacchi aerei hanno colpito tende a Deir al-Balah e Nuseirat, causando vittime e distruzione tra i civili. Le operazioni israeliane, incluse incursioni aeree e droni, continuano a colpire anche aree precedentemente designate come “zone sicure” o “linee gialle”, estendendosi da Gaza City a Khan Younis e Rafah.
E noi cosa facciamo? Io, dall’Italia, cosa posso fare davvero? Un bonifico, GoFundMe, un PayPal. Gesti piccoli, quasi simbolici. E allora la domanda diventa inevitabile: perché il nostro governo non fa abbastanza? Perché altri Paesi, come la Spagna, prendono posizioni più forti, mentre noi restiamo sospesi tra diplomazia e immobilismo? Una volta le guerre sembravano lontane. Oggi le puoi vedere dal telefono. Nei messaggi vocali disturbati. Nei video tremanti di un ragazzo che potrebbe essere tuo figlio.
In occasione della Domenica delle Palme, il Papa ha rivolto un duro monito contro la guerra e contro chi la giustifica, affermando che Dio “non ascolta la preghiera di chi fa la guerra” e che le preghiere di chi ha le “mani piene di sangue” vengono rigettate. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, rispondendo alle critiche rivolte indirettamente all’amministrazione Trump da parte del Papa, ha difeso l’operato del Presidente. Ha ribadito che gli Stati Uniti sono stati fondati circa 250 anni fa su valori “giudeo-cristiani” e che la tradizione di rivolgersi a Dio nei momenti di guerra è parte integrante della storia americana, difendendo quindi l’uso della preghiera da parte del Presidente.
Dire che gli Stati Uniti sono nati su valori “giudeo-cristiani” e che la preghiera in guerra fa parte della tradizione… non giustifica nulla! Anzi, apre un problema ancora più grande. Perché, se davvero quei valori esistono, allora dovrebbero essere i primi a impedire i massacri e la distruzione, non a legittimarli. La fede, quella vera, mette limiti al potere. Dice “no” alla violenza ingiustificata. Protegge la vita. Se oggi, nel 2026, abbiamo bisogno di giustificare la guerra con argomenti di 250 anni fa… allora il problema non è la storia. È il presente.
Gaza non è più solo un conflitto. È una crisi umanitaria totale. È una generazione che cresce tra macerie, fame e trauma. Il mio amico Wajih è un ragazzo di 16 anni che scrive: “Every day we died”. E noi lo leggiamo. In tempo reale. Non è più una questione di informazione. È una questione di scelta. Sapere (e restare fermi) è una scelta. Ignorare è una scelta. Agire è una scelta.