“Come si dice Marina in cinese?” domandano i The Journalai, sornioni, a Luca Zaia, che è noto sappia parlare qualche parola di mandarino. L’ex governatore del Veneto, in giacca e cravatta - con i capelli ingellati e grigi argento, tirati dietro le orecchie, sembra un po’ Jep Gambardella, ma in salsa trevigiana - nel mezzo di quei leghisti duri e puri, sudati con la polo sotto il sole nel pratone di Pontida, risponde qualcosa del tipo “Sin sin”. Non è poi così importante sapere se l’equivalente cinese di Marina - Berlusconi, s’intende - sia corretto. L’importante è notare il divario tra una Lega che vuole restare all’attacco, che si dice sovranista e che cavalca l’indignazione contro l’immigrazione, l’Islam radicale, manda abbracci alla famiglia di Mario Roggero, e quel mondo politico che ruota attorno al nuovo corso di Forza Italia, targato Marina. La figlia del Cav che con Meloni apre all’opposizione in vista delle politiche, ma chiude ai vari Vannacci e ai suoi brutti, sporchi e cattivi “simili”.
Zaia pare l’uomo giusto al momento giusto. Lindo, ben educato, ma duro se necessario, capace di parlare il linguaggio della politica e di parlare al cuore dei suoi veneti. Quando i giornalisti gli domandano come si senta quando viene chiamato “segretario”, lui si smarca, ma lancia pure frecciatine: “acclamavano Salvini”. Il Capitano Matteo Salvini, che tutti davano per spacciato e che ha tenuto duro, ma in un momento di alta commozione, nella sua amata Pontida, percepisce che il Partito gli sta sfuggendo di mano. Quella donna che di nome si chiama Lega, forse non è più sua, o forse, per sopravvivere, ha bisogno che qualcuno prenda il suo posto. Forse ha capito che il suo tempo è giunto al termine, ma non è così certo.
Manifesta questa sua consapevolezza dal palco che dà sul pratone di Pontida. Alle spalle il bosco. Davanti una marea di persone e bandiere - incluse quelle d’Israele e dell’Albania - che lo chiamano capitano, che lo acclamano con un calore intimo. Ma lui lo dice: “non lo dico da segretario perché il segretario è uno di voi. Si chiamava Umberto, si chiamava Roberto, si chiama Matteo e avrà tanti altri nomi. Perché la Lega è immortale”. Ma non si esime dal parlare a nuora perché suocera - Luca Zaia, ma pure Massimiliano Romeo - intenda. “La prima lezione che ho imparato quando ero ancora un ragazzino, entrando in una sede di periferia della Lega di Milano, in via Vespri Siciliani, 35 anni fa, è che se c’è un problema da risolvere se ne discute nelle sezioni del partito, non in piazza o sui giornali. Non dobbiamo prestare il fianco alla sinistra. Per questo domani convocherò un congresso federale straordinario a ottobre. Decideremo insieme e poi, però, proseguiremo uniti, compatti”. Cede l’iniziativa, Salvini, come al Papeete quando fece cadere il governo e per lungo tempo non toccò più palla. Mai cedere l’iniziativa, diceva Napoleone. Bisogna però mettere ordine in quella Lega dalla colonna vertebrale sempre più bifida. Da una parte i radicali salviniani come la candidata a sindaco di Milano ed eurodeputata Silvia Sardone che, sempre dal pratone, ha detto di non volere una “Lega draghiana. L’abbiamo già avuta”. Dall’altra, quella frazione che ambisce a comandare la Lega post elezioni. Forse non una Lega draghiana, ma comunque “liberale. Che rispetta il singolo” - e vicina alla Forza Italia progressista di Marina per restare nella coalizione, aggiungiamo noi - come dice Luca Zaia nel comizio di ieri in cui, quasi a voler segnalare di essere capace di fare il democristiano, se necessario, tira fuori la demagogia più semplice e intuitiva, plasticamente rappresentata dall’antico slogan dell’“Ufficio Complicazione Affari Semplici”, da lui rispolverato per questa prima Pontida senza Umberto Bossi e nella quale a far da padrone è lo scontro interno alla Lega e la “questione settentrionale” - questa sì che è bella. Come dicevamo, Salvini vorrebbe mantenerlo interno, questo scontro, e lontano dai riflettori, ma non ci riesce.
C’è chi vuole la riorganizzazione confederale del partito e quella persona è Luca Zaia, ma c’è pure Massimiliano Romeo che spinge sul modello della Cdu tedesca. Dunque una Lega del Nord e una del Sud, con il rischio che ciascuna, a una certa, se ne vada per conto suo. Questa spaccatura, di cui tutti i big - da Molinari allo stesso Fontana, anch’egli favorevole all’idea di Lega in formato Cdu - sminuiscono l’esistenza derubricandola a mero argomento di discussione, va contestualizzata nella “geo” politica dei partiti, in fase di definizione finale delle alleanze tattiche per le prossime elezioni, perché il tempo è sempre meno. Anzi, non c’è già più tempo. Bisogna fare presto.