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La benedizione

Il discorso (quasi) perfetto di Meloni in Senato sull’Europa, l’Ucraina, la Russia, la burocrazia, le tasse e la Co2

Riccardo Canaletti

15 ottobre 2026

Nelle comunicazioni in vista del Consiglio europeo la presidente del Consiglio dice cose giuste sulle regole, sull'Ucraina e sulla burocrazia. Poi, quando si tratta di prezzi, sussidi e frontiere, torna a fidarsi dello Stato più che del mercato, peccando ancora di socialismo camuffato
Il discorso (quasi) perfetto di Meloni in Senato sull’Europa, l’Ucraina, la Russia, la burocrazia, le tasse e la Co2

Partiamo da ciò che va riconosciuto, perché è tanto e va detto senza giri di parole. Il discorso di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo contiene la frase più liberale pronunciata da un capo di governo italiano da parecchio tempo: «Noi non siamo qui per difendere le regole dalla realtà. Noi siamo qui per difendere i cittadini dalle regole sbagliate». 

È un principio che Hayek avrebbe sottoscritto. Le norme sono strumenti fallibili, nessun legislatore conosce in anticipo tutte le conseguenze delle proprie decisioni, e una regola si giudica dagli effetti, non dalle intenzioni. Il problema è che il discorso applica questo principio solo quando conviene. Quando le regole riguardano il mercato dell'energia, la Politica agricola comune o la libera circolazione, il criterio cambia.

Le tre proposte inviate a Bruxelles con Germania e Belgio vanno nella direzione giusta: «corsie prioritarie per i progetti strategici, un vero freno all'eccesso di burocrazia e una riduzione drastica degli obblighi di reporting». Lo stesso vale per la diagnosi: «ogni costo in più che l'Europa impone a sé stessa è un vantaggio che sta regalando ai suoi concorrenti». 

È vero, ed è vero da vent'anni. La regolazione europea ha prodotto un sistema in cui una piccola impresa spende in conformità quello che dovrebbe investire in innovazione. Il caso dell'acciaieria, costretta a pagare la CO2 ed esclusa dai fondi per decarbonizzarsi «proprio perché è un'acciaieria», è il ritratto esatto di una burocrazia che persegue un obiettivo sabotandolo.

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Sulle risorse proprie del bilancio europeo la linea è chiara: nessuna «nuova tassa a carico di cittadini e imprese europee». Un'Unione che cresce allargando la base imponibile è un'Unione che cresce nel modo sbagliato. La critica agli sconti sui contributi di cui godono alcuni Stati è sacrosanta, ed è forse il passaggio più europeista del discorso: «non si può pretendere che i sacrifici siano europei, e i privilegi siano nazionali». I paesi "frugali" che chiedono di modernizzare il bilancio tenendosi i privilegi nati negli anni di Thatcher hanno un problema di coerenza, e Meloni fa bene a dirlo.

Qui il discorso raggiunge la sua altezza migliore. «La resa non è pace, è conquista» è una frase che chiude il dibattito pacifista italiano meglio di cento editoriali. Lo è anche il rifiuto di chi spaccia la capitolazione di un popolo per un accordo: «nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa chiamarsi pace». La libertà degli ucraini è la libertà degli europei, e un libertario che non lo capisce ha letto male i suoi classici. 

Va riconosciuto anche il coraggio di definire «molto rischiosa» l'intesa di Trump sul gasolio russo, prendendo le distanze dall'alleato quando sbaglia. La richiesta che i Ventisette individuino una figura con il mandato di tutti per sedersi al tavolo della pace è puro europeismo. Lo stesso vale per l'idea che, se l'E3 vuole trattare da solo, lo faccia almeno «a nome di tutti». La frase migliore è questa: «un'Europa che si divide sui formati offre un'immagine di sé infantile, ed è l'unico vero regalo che possiamo fare a Mosca». Giusto. La difesa delle rotte di Hormuz e Bab el-Mandeb «senza pedaggi e senza limitazioni discriminatorie» e la richiesta di rafforzare l'operazione Aspides partono da un presupposto liberale elementare: il commercio libero ha bisogno di mari sicuri.

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Il prezzo della CO2 non è un'opinione. Meloni chiede di correggere l'ETS perché il prezzo delle emissioni «rifletta l'economia reale e non le logiche della finanza». È la frase più antiliberale del discorso, e passa quasi inosservata. Un prezzo di mercato è l'economia reale: è il punto in cui si incontrano tutte le informazioni disponibili. Contrapporre l'economia "reale" alla finanza è un vecchio riflesso populista, che a destra come a sinistra prelude sempre alla stessa cosa: un prezzo politico. 

Se l'ETS non funziona, la risposta libertaria è sostituirlo con una tassa sul carbonio trasparente, prevedibile e compensata da tagli ad altre imposte. Non è chiedere a Bruxelles di manovrare il termostato del mercato. Lo stesso vale per il Decreto Bollette: intervenire sul meccanismo del prezzo marginale può dare sollievo nel breve periodo, ma indebolisce il segnale di prezzo che dovrebbe spingere a investire in alternative al gas.

I 14 miliardi contro il caro energia saranno anche "temporanei e mirati", ma la storia italiana è un cimitero di misure temporanee diventate permanenti. Lo stesso vale per l'extra-gettito IVA. L'argomento di Meloni è brillante: «sarebbe difficile spiegare ai cittadini che per rispondere allo shock non possiamo neanche utilizzare le maggiori entrate che quello shock sta producendo». Ma la conclusione è sbagliata. Se lo Stato incassa di più perché i prezzi salgono, quei soldi vanno restituiti con un taglio di IVA e accise, cioè lasciati a chi li ha pagati. Non vanno redistribuiti attraverso bonus scelti dal governo. 

Poi: «L’Italia non accetterà un bilancio che ridimensioni la Politica Agricola Comune», dice Meloni, e la giustifica con la sicurezza alimentare. La Politica agricola comune è però da decenni la voce più protezionista e distorsiva del bilancio europeo. Trasferisce risorse soprattutto ai grandi proprietari, tiene alti i prezzi per i consumatori e chiude il mercato ai produttori dei paesi poveri. Un europeista dovrebbe volere un bilancio che finanzi beni pubblici europei veri: difesa comune, reti energetiche, ricerca. Non uno che perpetui i sussidi degli anni Sessanta.

«Non possiamo accettare che l'Italia versi di più al bilancio europeo e, allo stesso tempo riceva di meno». È esattamente la logica che Meloni contesta ai frugali quando parla di rebates. Il valore del mercato unico non si misura nel saldo contabile tra contributi e fondi ricevuti: si misura in esportazioni, investimenti, mobilità. Ragionare a saldo netto significa trattare l'Unione come un condominio da cui spremere la quota, non come uno spazio di libertà comune. Anche sulla reintroduzione dei controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna sarà anche legale: il Codice Schengen lo consente, e Meloni ricorda che la Francia li mantiene con noi da oltre dieci anni. 

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Ma che anche altri sbaglino non è un argomento. La libera circolazione è la conquista europea più tangibile per milioni di cittadini, e ogni controllo "temporaneo" la erode un po’. C'è poi una contraddizione evidente. Il discorso rivendica un'Europa «discreta» che sa «farsi da parte dove le Nazioni fanno meglio da sole». Poi però contesta le regolarizzazioni decise da un altro Stato membro, cioè la Spagna, in casa propria. La sussidiarietà vale per tutti o per nessuno.

Sulla difesa la scelta di fondo è condivisibile: un'Europa che non si difende non è libera. Ma l'argomento usato è sbagliato. Che la spesa militare dia lavoro a oltre 300 mila persone non dice nulla sulla sua utilità. Bastiat lo spiegava già nell'Ottocento con la distinzione tra ciò che si vede e ciò che non si vede: si vedono i posti creati, non si vedono quelli che quelle risorse avrebbero creato altrove. Anche la frase sulla flessibilità, quei soldi che «non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola», è vera solo a metà. Sono soldi presi a prestito, e il debito è una tassa sui contribuenti di domani. 

Lo stesso vale per la richiesta di rimborsare più lentamente il debito di Next Generation EU: rinviare il conto non significa ridurlo. Lo stoccaggio strategico di litio e terre rare a Porto Marghera può avere senso per la sicurezza. Ma è politica industriale, e la politica industriale ha in Italia una storia che dovrebbe consigliare prudenza. La vera diversificazione delle forniture si ottiene soprattutto con accordi commerciali e mercati aperti.

Il limite del discorso sta tutto nella sua conclusione: «un'Europa forte ha bisogno di Nazioni forti». Un europeista libertario la rovescerebbe: un'Europa forte ha bisogno di Stati più leggeri.

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