Lungi da noi elevarci a giudici di quella competizione che ha incoronato Capitale italiana dell’arte contemporanea 2028 una frazione abitata da appena 14 anime, Civita di Bagnoregio, e un paesino da poco più di 3500 abitanti, Bolsena, non proprio capitali dell’arte. Concedeteci un pizzico di amarezza nel constatare che quel milione di euro assegnato a due piccoli centri della Tuscia sarebbe forse potuto andare, in tempi di ristrettezze economiche come quelli attuali, a Pozzuoli. Non solo per ragioni turistiche, ma in quanto città ferita da quel maledetto terremoto del 31 luglio, una scossa di magnitudo 4,7 che ha provocato crolli, frane, danni agli edifici. Al 5 ottobre risultano ancora 5998 persone costrette a vivere fuori casa. 115 ospitate in albergo, 3863 richiedenti il contributo di autonoma sistemazione e altre 2020 che non hanno richiesto assistenza, ma che comunque vivono in mezzo alle macerie. Per carità, il milioncino del ministero è destinato all’arte, non agli alloggi. E tutto sommato perché il cinismo non dovrebbe vincere su tutto il resto?
I giudici avranno avuto le loro ragioni per scegliere Civita e Bolsena. Certo, con i suoi bei laboratori con le scuole, la formazione dei giovani, il dialogo tra arte, storia e paesaggio, insomma il programma “Arte che viene, arte che va”. La giuria presieduta da Lorenza Baroncelli ha votato all’unanimità, definendo l’arte contemporanea un’infrastruttura culturale permanente. Bellissimo. Peccato che il dossier sconfitto di Pozzuoli, “La città delle fragilità creative”, fosse nato proprio per trasformare la vulnerabilità geologica in una risorsa permanente. Ventiquattro artisti internazionali sarebbero potuti intervenire dal Rione Terra all’Anfiteatro Flavio, dal Macellum ai quartieri ricostruiti dopo le crisi bradisismiche, insieme con una rete con università, Cnr e Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Ma niente, quel progetto che avrebbe potuto lasciare tracce concrete in una città ferita, non è stato sufficiente. Perché poi i turisti che fai, li accogli anche loro in tenda, magari insieme agli sfollati? Certo che no, non si può. Il turismo prima di tutto.
Non parliamo, poi, delle altre due sconfitte. Capri aveva presentato “Le sirene del nuovo”, un programma capace di mettere in relazione arte, turismo, consumo e persino intelligenza artificiale. Padova, con “Ancora imparo. Esercizi di dissidenza”, aveva schierato l’artiglieria pesante. Maurizio Cattelan, Marta Papini, Myriam Ben Salah e un comitato scientifico con Cecilia Alemani e Renzo Piano. Mica male no? Il tutto per prendere in mano una rete di spazi culturali da oltre 20mila metri quadrati in via di recupero. Per carità, quando l’Italia profonda e la provincia batte grandi nomi come Renzo Piano e Cattelan c’è in qualche modo da gioire, populisticamente parlando. Il che, sia chiaro, non vuol dire che un borgo come Bolsena non possa produrre cultura, anzi. Ma sarebbe interessante capire come siano state confrontate proposte così diverse. Non abbiamo gli strumenti per rispondere a questo quesito.
Il Fatto Quotidiano, tra l’altro, ieri ha scritto un pezzo puntualissimo sulla coincidenza quantomeno degna di nota nella vittoria in Tuscia di Bolsena. Francesco Cozza Caposavi Vesmile, consigliere comunale di opposizione in comune, è il proprietario di una dimora cinquecentesca trasformata in albergo di lusso, Palazzo Cozza Caposavi. Ed è anche consigliere del ministero della Cultura per l’integrazione dell’arte contemporanea con il patrimonio storico. Nominato a titolo gratuito nel dicembre 2024, lo scorso 18 giugno ha ottenuto un nuovo incarico che, secondo il portale della Trasparenza del ministero, prevede un compenso di 20 mila euro. E chi firma le nomine? Il ministro Alessandro Giuli. Lo stesso che il 12 ottobre ha annunciato il verdetto. Per carità. Liberissimo di farlo. Non c’è prova che Cozza Caposavi abbia condizionato la scelta. Il ministero ha assicurato al Fatto di non aver partecipato all’ideazione, progettazione o realizzazione del dossier vincente. La giuria è formalmente autonoma. Il punto, però, è che queste competizioni non restituiscono una graduatoria pubblica con punteggi che permettano di capire, voce per voce, perché Pozzuoli, Capri e Padova siano finite dietro i due borghi laziali. I criteri generali esistono, ma la motivazione celebrativa non è un confronto tra candidature. E qui il confronto avrebbe forse reso ancora più palese di quanto già non lo fosse la necessità per Pozzuoli di ricevere un aiuto da parte dello stato in un momento così delicato e critico per la sua popolazione. Evidentemente il cinismo ha prevalso, constatando l’inopportunità di accogliere folle di turisti in una terra di sfollati. E si sa, il turismo è fondamentale. E allora turisti cinesi, americani, russi, godetevi la Tuscia, ma soprattutto, puteolani, arrangiatevi!