Quando le indagini funzionano fateci caso. Lo scrivevamo appena qualche giorno fa, raccontando la storia del ragazzino di Catania che sognava di fare una strage. Adesso possiamo riscriverlo. E ci sono di mezzo, di nuovo, due ragazzini. Uno di sedici e l’altro, figlio di un Carabiniere, di 17 anni. Storie diverse. Stesso punto di partenza: l’assenza di gravità. No, c’entra niente lo spazio e c’entrano niente gli astronauti: è cronaca nera con ragazzini protagonisti. Ragazzini che, appunto, non sanno più capire cosa è grave e non conoscono le misure della gravità. La storia della minicar che ha seminato il panico a Roma è nota: il 4 e il 5 ottobre scorsi, le strade della Capitale — da Monteverde a Testaccio — si sono trasformate nel perimetro di un raid. Una minicar nera, una clava e una sequenza seriale di aggressioni, almeno sei o sette nell'arco di ventiquattro ore, entrate dritto nel fascicolo per tentato omicidio aperto dalla Procura di Roma e finito ora sul tavolo dei magistrati per i minorenni. Tra le vittime colpite a tradimento e a casaccio lungo il marciapiede c'è l'attore Davide Iacopini, travolto da una violenza gratuita che lo ha spedito di filato nel reparto di Terapia Intensiva dell'ospedale San Camillo, dove è stato operato due volte e resta tuttora ricoverato in prognosi riservata per la gravità delle lesioni riportate.
A risalire ai due ragazzini sono stati i Carabinieri del Nucleo Investigativo insieme alla Polizia Locale di Roma Capitale. Decisive le tracce digitali analizzate dalle sezioni Cyber Investigation e dai Rilievi Tecnico-Scientifici del RIS: centinaia di fotogrammi delle telecamere passati al setaccio fino a isolare un dettaglio irripetibile, un adesivo attaccato sul retro della carrozzeria della minicar nera. Sequestrata la macchinetta, in caserma sono finiti i due occupanti: il conducente, diciassettenne classe 2009, figlio di un carabiniere e residente a Monteverde, e il passeggero seduto di fianco, sedicenne classe 2010, abitante a Testaccio, la cui posizione appare persino più pesante sotto il profilo materiale. Sentiti dal pubblico ministero alla presenza dei legali, i due si sono subito rivelati ciò che erano: bambini annoiati pronti a piangere appena scoperti. “Siamo stati noi – hanno ammesso subito - Abbiamo avuto l’idea di dare una bastonata”.
Nella confessione di questi due ragazzini non c’è cattiveria ideologica, non c’è la ferocia strutturata dei criminali di carriera. C’è qualcosa di peggio: l’assenza, appunto, di gravità. L’analfabetizzazione emotiva. La perdita definitiva del principio di causalità. Chiamatela come vi pare. Quello che è certo è che loro – come tutti noi, però - non hanno neanche retto un secondo quando gli è toccato mettersi seduti all’esame della realtà. Come se il senso del limite non è stato infranto con ribellione, ma semplicemente non è mai stato interiorizzato. Quei due ragazzini sono lo specchio esasperato di una intera generazione che fluttua in un’esistenza priva di attrito, su un piano inclinato dove l’azione e le sue conseguenze — il dolore dell'altro, il sangue sul marciapiede, il carcere, la vita rovinata a una famiglia — sono completamente disaccoppiate. Ignorate perché non percepite.
Non serve a nulla l'approccio forcaiolo di chi non riesce a chiedere altro che la gogna o la risposta punitiva fine a se stessa, così come risulta schifosamente inopportuno, oltre che pericolosissimo, il paternalismo di chi cerca giustificazioni nel "disagio sociale" o nell'estrazione familiare, visto che parliamo di ragazzi cresciuti nella borghesia romana (e persino sotto il tetto di un servitore dello Stato). L’approccio deve essere quello rigido, consapevole e colto della ricchezza emotiva contrapposta alla povertà materiale del deserto etico dentro cui li stiamo crescendo, in cui il super-io è stato sostituito dall'onnipotenza narcisistica dell'atto istantaneo. Cosa altro deve succedere per capire che l’assenza di gravità diventa sempre e solo brutalità come puro passatempo e la sofferenza altrui una variabile irrilevante? Per umanizzarli non occorre perdonarli, ma guardarli per ciò li stiamo facendo diventare: non mostri alieni calati dall'alto, ma il prodotto terminale di una inadeguatezza società che ha sistematicamente rimosso il concetto di responsabilità, scambiando la protezione genitoriale come anche quella scolastica o istituzionale per educazione e lasciando che la violenza diventi l'unico dispositivo rimasto per certificare, anche solo per un secondo, di essere vivi.