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14 ottobre 2026

Minicar dell’orrore: i due minorenni presi hanno già confessato. Ecco chi sono, ma è l’assenza di gravità che va guardata in faccia

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

14 ottobre 2026

Uno, quello che guidava, è anche figlio di un carabiniere. L’altro, la cui posizione è più grave perché è fisicamente quello che ha colpito i passanti tra cui Davide Iacopini, ha sedici anni. Entrambi hanno subito ammesso le loro responsabilità, con nove parole che, però, dovrebbero essere lette come una scarica di mitra sulla coscienza di tutti noi che li stiamo crescendo in assenza di gravità
Minicar dell’orrore: i due minorenni presi hanno già confessato. Ecco chi sono, ma è l’assenza di gravità che va guardata in faccia

Quando le indagini funzionano fateci caso. Lo scrivevamo appena qualche giorno fa, raccontando la storia del ragazzino di Catania che sognava di fare una strage. Adesso possiamo riscriverlo. E ci sono di mezzo, di nuovo, due ragazzini. Uno di sedici e l’altro, figlio di un Carabiniere, di 17 anni. Storie diverse. Stesso punto di partenza: l’assenza di gravità. No, c’entra niente lo spazio e c’entrano niente gli astronauti: è cronaca nera con ragazzini protagonisti. Ragazzini che, appunto, non sanno più capire cosa è grave e non conoscono le misure della gravità. La storia della minicar che ha seminato il panico a Roma è nota: il 4 e il 5 ottobre scorsi, le strade della Capitale — da Monteverde a Testaccio — si sono trasformate nel perimetro di un raid. Una minicar nera, una clava e una sequenza seriale di aggressioni, almeno sei o sette nell'arco di ventiquattro ore, entrate dritto nel fascicolo per tentato omicidio aperto dalla Procura di Roma e finito ora sul tavolo dei magistrati per i minorenni. Tra le vittime colpite a tradimento e a casaccio lungo il marciapiede c'è l'attore Davide Iacopini, travolto da una violenza gratuita che lo ha spedito di filato nel reparto di Terapia Intensiva dell'ospedale San Camillo, dove è stato operato due volte e resta tuttora ricoverato in prognosi riservata per la gravità delle lesioni riportate.

A risalire ai due ragazzini sono stati i Carabinieri del Nucleo Investigativo insieme alla Polizia Locale di Roma Capitale. Decisive le tracce digitali analizzate dalle sezioni Cyber Investigation e dai Rilievi Tecnico-Scientifici del RIS: centinaia di fotogrammi delle telecamere passati al setaccio fino a isolare un dettaglio irripetibile, un adesivo attaccato sul retro della carrozzeria della minicar nera. Sequestrata la macchinetta, in caserma sono finiti i due occupanti: il conducente, diciassettenne classe 2009, figlio di un carabiniere e residente a Monteverde, e il passeggero seduto di fianco, sedicenne classe 2010, abitante a Testaccio, la cui posizione appare persino più pesante sotto il profilo materiale. Sentiti dal pubblico ministero alla presenza dei legali, i due si sono subito rivelati ciò che erano: bambini annoiati pronti a piangere appena scoperti. “Siamo stati noi – hanno ammesso subito - Abbiamo avuto l’idea di dare una bastonata”.

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Davide Iacopini è stato aggredito la notte del 5 ottobre 2026 a Roma, nel quartiere Monteverde, da una banda della minicar nera

Nella confessione di questi due ragazzini non c’è cattiveria ideologica, non c’è la ferocia strutturata dei criminali di carriera. C’è qualcosa di peggio: l’assenza, appunto, di gravità. L’analfabetizzazione emotiva. La perdita definitiva del principio di causalità. Chiamatela come vi pare. Quello che è certo è che loro – come tutti noi, però -  non hanno neanche retto un secondo quando gli è toccato mettersi seduti all’esame della realtà. Come se il senso del limite non è stato infranto con ribellione, ma semplicemente non è mai stato interiorizzato. Quei due ragazzini sono lo specchio esasperato di una intera generazione che fluttua in un’esistenza priva di attrito, su un piano inclinato dove l’azione e le sue conseguenze — il dolore dell'altro, il sangue sul marciapiede, il carcere, la vita rovinata a una famiglia — sono completamente disaccoppiate. Ignorate perché non percepite.

Non serve a nulla l'approccio forcaiolo di chi non riesce a chiedere altro che la gogna o la risposta punitiva fine a se stessa, così come risulta schifosamente inopportuno, oltre che pericolosissimo, il paternalismo di chi cerca giustificazioni nel "disagio sociale" o nell'estrazione familiare, visto che parliamo di ragazzi cresciuti nella borghesia romana (e persino sotto il tetto di un servitore dello Stato). L’approccio deve essere quello rigido, consapevole e colto della ricchezza emotiva contrapposta alla povertà materiale del deserto etico dentro cui li stiamo crescendo, in cui il super-io è stato sostituito dall'onnipotenza narcisistica dell'atto istantaneo. Cosa altro deve succedere per capire che l’assenza di gravità diventa sempre e solo brutalità come puro passatempo e la sofferenza altrui una variabile irrilevante? Per umanizzarli non occorre perdonarli, ma guardarli per ciò li stiamo facendo diventare: non mostri alieni calati dall'alto, ma il prodotto terminale di una inadeguatezza società che ha sistematicamente rimosso il concetto di responsabilità, scambiando la protezione genitoriale come anche quella scolastica o istituzionale per educazione e lasciando che la violenza diventi l'unico dispositivo rimasto per certificare, anche solo per un secondo, di essere vivi.

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