Un'esplosione inaudita e una voragine nell'asfalto che ancora oggi rimane oscura. Le ombre dietro la strage di Capaci tornano al centro con la nuova puntata del podcast "Storie Nere", della giornalista esperta di criminalità organizzata Raffaella Fanelli, nella puntata "Capaci, tra colpa e memoria". Dettagli inediti e piste mai del tutto esplorate, il tutto a partire da un'intervista, rilasciata nel 2015 alla stessa Raffaella Fanelli, del pentito di Cosa Nostra Gioacchino La Barbera. Ex membro della famiglia mafiosa di Altofonte, è stato uno dei "boia di Capaci", uno dei protagonisti della strage in cui il 23 maggio 1992 persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. La Barbera in particolare è stato colui che ha dato il segnale per fare il via alla strage, attraverso un codice semplice quanto macabro, un appuntamento per una pizza.
La figura misteriosa nelle riunioni preparatorie
Nell'intervista La Barbera descrisse la presenza, nelle riunioni preparatorie della strage di Capaci, di una figura esterna a Cosa Nostra: un uomo di circa 45 anni, che sarebbe arrivato insieme a — o che quantomeno intratteneva rapporti con — il boss di Capaci Nino Troia. Una presenza anomala, mai ufficialmente chiarita, che potrebbe allargare il perimetro delle responsabilità dell'attentato al di là dei confini dell'organizzazione criminale. Poco dopo l'intervista, La Barbera ritrattò quelle stesse dichiarazioni davanti alla Procura di Caltanissetta, insieme a quelle riguardanti l'omicidio di Piersanti Mattarella e il presunto suicidio di Nino Gioè, altro "boia" del 23 maggio. La sua spiegazione fu liquidatoria: "Volevo farmi bello con la giornalista. Il vero lo dico solo ai magistrati". Ma dopo una querela della stessa Fanelli, in un incontro chiarificatore La Barbera avrebbe pronunciato una frase lapidaria: "Sono cose più grandi di te e di me".
Nel frattempo proprio la Procura di Caltanissetta ad aprile ha archiviato l'indagine riguardante il dossier Mafia-Appalti, considerato uno dei possibili moventi delle stragi. Nei mesi scorsi i pm avevano chiesto anche l'archiviazione del filone di inchiesta sulla cosiddetta pista nera, il presunto coinvolgimento di ambienti di estrema destra nelle stragi, in un'istanza respinta per due volte dal gip. La sentenza Borsellino Quater, nel frattempo, aveva già ridimensionato la rilevanza del dossier Mafia-Appalti, puntando invece il dito sulla presenza di soggetti esterni alla mafia nella preparazione delle stragi.
Secondo la Procura di Caltanissetta non sarebbe emerso il coinvolgimento di figure legate all'estrema destra, tra cui il fondatore di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie. Eppure era stato proprio Alberto Lo Cicero — un falegname, non affiliato a Cosa Nostra, ma che faceva l'autista del boss Nino Troia — ad avanzare il suo nome. Lo stesso Troia con cui, secondo La Barbera nell'intervista del 2015, si accompagnava quell'uomo misterioso di circa 45 anni, estraneo all'organizzazione, avvistato nelle riunioni in cui si pianificava la strage di Capaci.
Non è l'unico filo che porta fuori dai confini di Cosa Nostra. A circa dieci mesi dalla strage, nel covo di via Ughetti venne registrata la presenza di uomini dei servizi segreti. E poi la storia di Santino Di Matteo, altro partecipante alla strage, il cui figlio Giuseppe fu rapito dalla mafia nel 1993 — e ucciso nel 1996 — per costringerlo a interrompere la collaborazione con la giustizia. La moglie ha raccontato di poliziotti infiltrati per conto della mafia nella strage di via D'Amelio, in cui il 19 luglio 1992 perse la vita Paolo Borsellino. Storie diverse, ambienti diversi. Ma la stessa ombra sullo sfondo. Chi era quell'uomo misterioso? Quali sono le "cose più grandi"? Un cerchio che non si chiude, o che forse non si vuole chiudere.