“Cristello mi disse che da sgarrista sulla schiena portavo un leone incatenato da 24 mani”. La presidente del collegio, Maria Luisa Balzarotti, si sistema gli occhiali dalla montatura nera. È un po’ sbigottita da quanto gli sta raccontando da dietro la tendina Occhi Celesti, detto anche Francesco Bellusci dagli inquirenti del processo Hydra, che non solo parla di come si sia evoluto il rituale di iniziazione alla ’ndrangheta, ma rispetto ai verbali già depositati nel rito abbreviato, ai tre interrogatori e ai due documenti confluiti nel dibattimento in corso al Palazzo di Giustizia di Milano, parla di alcuni aspetti inediti della sparatoria che lo vide coinvolto fisicamente ma mai giuridicamente in via Bruschetti a Milano, presso il famoso Rockn’Roll. Qui per uno stupido litigio – quasi come in quei bravi ragazzi ma un po’ più hardcore calabro-milanese – parte una sparatoria e i ragazzi della batteria sono costretti a pagare il silenzio dei proprietari del locale niente meno che con un gommone rubato. In quest’udienza, poi, spunta fuori anche un nome a proposito di un’operazione finanziaria illegale in Svizzera. Emanuela Colusso, compagna di Marco Villa, vittima di un’estorsione alla quale Bellusci insieme a Nino Cutrì avrebbe posto fine in cambio di una quota di quell’affare. Ma torniamo a noi e facciamo il punto. Occhi Celesti, ex affiliato della locale di Legnano-Lonate Pozzolo, per la prima volta in assoluto parla in un’udienza pubblica in tribunale a Milano in qualità di pentito. Non più di quello “sgarrista”. Quel rango di crimine che può vantare sotto a sé ben 24 “camorristi” – ecco il leone sulla schiena incatenato da 24 mani – come gli spiegò Giacomo Cristello al momento della sua seconda affiliazione, avvenuta nel 2019 tra Gallarate e San Marato nel terreno di Filippo Sergi.
Questi son due nomi (la “copiata”) che rappresentano per Bellusci il suo SPID mafioso della locale a cui appartiene. Vi è entrato saltando il grado di picciotto, diventando subito “camorrista” per il suo vastissimo e – soprattutto – precoce curriculum criminale. “Il santino non si usa più, perché sa, è ormai diventato rischioso fare queste cose qua”. Perché? Domanda la presidente. “Per il timore delle indagini, del controllo”. Risponde in modo asciutto senza perdersi in fronzoli Bellusci alle domande dei togati da dietro la tendina. I pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, né tantomeno la difesa e il pubblico, possono vederlo in faccia. Chi ascolta si deve accontentare di quella voce asciutta, dura, elementare. Parla della sua vita così densa di violenza ed efferatezze senza battere ciglio, senza far perdere tempo. Troppo banale parlare di banalità del male. “Mi prendono il braccio destro e mi fanno un segno tra il polso e il palmo della mano”. Evoluzione dei riti d’iniziazione criminale che collegio e inquirenti ascoltano con interesse quasi antropologico. “Quando mi hanno dato la dote di sgarrista Cristello e Sergi hanno iniziato a recitare, a bassa voce, una formula: su un tavolo di noce fine finissimo con tre pugnali conficcati e sette calici… e poi Cristello e Sergi hanno preso un fazzoletto di seta con pizzo e ci hanno fatto un nodo. Quello era Vincenzo Rispoli, all’epoca ai domiciliari”. Bellusci continua a parlare con ritmo costante, quasi ipnotico. Durante il rito di cui parla, gli viene dato un libro scritto a mano. Occhi Celesti legge che la santa protettrice dello sgarro era Santa Elisabetta, i simboli dello sgarrista sono le tre M d’oro sotto il piede destro e una stella puntata sulla sua fronte “che porta luce in tutto il mondo”. Una vita, quella di Francesco Bellusci, che a dicembre scorso – ne ha dato notizia Davide Milosa del Fatto Quotidiano – ha scelto, dopo più di due centinaia e mezzo di persone, di cedere. E di pentirsi. Ma ha tenuto duro fino a che ha potuto. Finché aveva un senso. Francesco Bellusci è un fiume in piena. Parla dalle 9 e mezza del mattino alle 17. La vita di quest’uomo è materiale per la sceneggiatura di un’intera serie Netflix di più stagioni. Nasce a Poggiono nel 1987. Sua madre è di Cirò Marina, in Basilicata, come pure suo padre, che quando si spostò al nord si mise a lavorare come muratore. Un padre violento che, pure davanti al Francesco ancora bambino, non esitava a fare a botte con chiunque osasse metterglisi di traverso. Un padre che usava girare armato di coltello e violento con la moglie che, insieme ai suoi figli, decise alla fine di fuggire. A casa del nonno che, invece, sfruttando il gemellaggio tra Senise, suo paese di origine, e Inveruno, aveva aperto un ortofrutticolo tutt’ora esistente. Inveruno, il comune dove al ristorante Sardinia si è tenuta nel 2020 la famosa cena. A capotavola se ne stava Vincenzo Senese, che dopo la scomparsa di … Cantarella – inghiottito dalla lupara bianca – e “liberata la tavola” con un “buon appetito” vidimò il piano per riorganizzare gli equilibri di fronte al vuoto di potere lasciato da Cantarella. Una storia violenta, quella di Hydra, che è antica e moderna al tempo stesso. Bellusci ancora minorenne, forse un po’ come suo padre, durante i primi anni di liceo gira armato. Litiga con i compagni di classe, fa a botte. Ad un certo punto lancia addirittura un banco fuori dalla finestra della sua classe. Minaccia il professore di fisica – come biasimarlo, qualcuno sogghigna in aula – di bruciargli la macchina e quando deve renderne conto al preside minaccia pure lui, con una lama a serramanico. Convocata la madre il preside si offre di non denunciare, ma le chiede che quel ragazzino che già a 14 anni è fuori controllo, non ci vada più a scuola.
“Ma com’è avvenuto questo accordo? Lei era ancora nel periodo della scuola dell’obbligo” domanda sbigottita la presidente. E sì, perché abbandonata la scuola Occhi Celesti inizia a lavorare prima in una stamperia, ma fa a botte pure qui con un collega, poi cambia mille lavori mentre inizia a girare con gli amici da cui ha principio la sua carriera criminale. Tra questi c’è Daniele Cutrì, detto Danielino, parte della famiglia di Domenico “Mimmo” Cutrì e Nino Cutrì, figli di Antonio detto Totò, affiliato di ’ndrangheta che per Occhi Celesti avrà sempre un occhio di riguardo data la sua fortissima amicizia con Nino e nonostante l’accoltellamento del cugino di Bellusci – Raffaele De Rose – a Mimmo, conclusosi con un colpo di doppietta non andato a segno nelle campagne di Ossono. Stiamo parlando dello stesso Mimmo Cutrì condannato per l’omicidio a Trecate di un ragazzo polacco. Lo stesso Mimmo evaso dal Tribunale di Gallarate nel 2014 grazie all’assalto del blindato che lo trasportava da parte dei suoi. Bellusci di questa storia, agli inquirenti, dice di sapere tutto. Mimmo ne ebbe l’idea e i complici, armati con una Scorpion, un Kalashnikov e due calibro 9, sono Danielino, Davide Cortesi, Aristotele Bibuli, Luca Grego e il suo amico d’infanzia Nino Cutrì, che però, nello scontro a fuoco durante la fuga dalla polizia finisce morto ammazzato. “Con Nino ne ho combinate di ogni. Non ho mai conosciuto un criminale come lui, uno con quel pelo sullo stomaco, di quello spessore. Perdonatemi se uso questi termini, ma per muoversi come lui ci vogliono le palle”. Spiega Bellusci. Ce lo immaginiamo mentre parla a denti stretti da dietro la tendina che ne oscura la stazza e di cui traspare soltanto un’ombra cinese proiettata sul separé bianco. La giudice ride sotto i baffi, lo redarguisce con accondiscendenza come una maestra che non può ridere della battuta di un alunno. Lui subito si scusa con gli inquirenti. Dalla sua collaborazione con la giustizia dipende la sua vita, e lui lo sa. Per questo racconta proprio tutto.
Vengono fuori nuovi dettagli della sparatoria davanti al Rockn’Roll, che avvenne nel maggio del 2012 in seguito ad un problema relativo alla mancata restituzione della cauzione di un’auto noleggiata per un mesetto a 5.000 euro. La banda di Bellusci, Nino, Domenico Lomuscio e Dario Faccendini utilizza quest’auto in più situazioni. E per andare a prendere i soldi dell’affare svizzero – poi ci torniamo su – e per una vacanza. Nino, infatti, la usa per andarci al mare a Rimini “o Cattolica” con la sua fidanzata Carlotta Di Lauro. Torna con il bagagliaio rotto. Il noleggiatore fa la voce grossa, vuole tenersi la cauzione e vuole pure dei soldi, al che al telefono li minaccia dicendo di essere spalleggiato dalla cosca ’ndranghetista dei Flachi. “Stiamo venendo da te, chiama i Flachi”. Non perdono tempo i ragazzi della Lonate e, passati da casa di Nino, recuperano un fucile a pompa – “abbastanza piccolo da entrare in una Smart” – una 357 e due semiautomatiche calibro 9. Vanno sotto casa del tipo che abita vicino al Rockn’Roll in via Zuretti. Scendono dalle rispettive auto armati. Il tipo del noleggio esce di casa e se la fa sotto. Dei Flachi non c’è traccia. Si stupisce che siano armati. “E come volevi che li affrontassimo i Flachi, con le fionde?”. E la tensione si allenta. Se ne vanno a prendere tutti assieme una birra al Rockn’Roll. Intanto una volante della polizia avvisata da qualcuno passa, fa qualche domanda in giro, ma poi se ne va. Tutto a posto agente. È il momento di tornarsene a casa. Non possono farsi beccare per porto di arma da fuoco in modo così stupido. Peccato che una volta fuori e svoltato l’angolo Mimmo si scontra con un ragazzo nordafricano che sta malmenando la sua fidanzata. Volano insulti e gli altri, che erano già in macchina, scendono di nuovo, neanche a dirlo, armati. Bellusci punta al tipo le armi in faccia e Dario spara un colpo di fucile a pompa per terra. I pallini rimbalzano e feriscono la gamba del tipo. Viene aperto il fuoco anche verso un’altra persona che Bellusci teme sia armata e legata al ragazzo nordafricano appena azzoppato. Scoppia il panico, sirene della polizia, la gente spaventata. Rapidamente chi ha imbracciato le armi le getta sotto le automobili parcheggiate lì vicino e si dà appuntamento a Mesaro. Faccendini, Nino e Domenico Lomuscio, però, vengono arrestati. Ma non Occhi Celesti, che riesce a dileguarsi e a non venire mai beccato nonostante le foto segnaletiche della polizia che parlano di un uomo con un tatuaggio tra il collo e l’orecchio destro. In tutto questo Bellusci ha 22 anni. Se già quando ne aveva 14 il narcotrafficante albanese Mario Hoxha gli affidava in gestione una Mercedes Classe A rubata con annessa una 44 Magnum che a turno i suoi passavano a prendere, utilizzavano e poi restituivano a quel ragazzino che con la Classe A girava tranquillamente senza patente, non c’è da stupirsi che a 22 insieme a Dario Faccendini, al broker finanziario Salvatore Livolti e al farmaceutico Marco Villa abbia aperto una società anonima in Svizzera per prendersi delle commissioni finanziarie degli affari di quest’ultimo. Affari sporchi, ma senza fatica.
Una maxi truffa bancaria realizzata tramite complesse triangolazioni di conti tra Miami, Londra e Lugano. Peccato che Livolti per Villa fosse un incubo. Livolti, vicino a Faccendini, faceva pesanti estorsioni a Villa. Ad un certo punto la compagna del farmaceutico, Emanuela Colusso, dice basta. Per la prima volta appare questo nome nel processo Hydra grazie alle parole di Bellusci, che all’epoca, proprio da lei, era stato messo al corrente, insieme con Nino, di questa spiacevole circostanza. Offre loro di “eliminarlo” – parole di Bellusci agli atti – in cambio di una percentuale dell’affare da incassare tramite una società anonima svizzera. Per Nino, Livolti, a questo punto va ammazzato. Bellusci non è d’accordo, ma si ritrova nella sua macchina con Nino, pronto a sparare a Livolti dai sedili posteriori mentre questo guida. Il broker, però, mangia la foglia e inizia ad accelerare come un pazzo. Così si salva, ma dopo alcune minacce di Bellusci, Nino e Mimmo Cutrì, che intanto gli sono andati sotto casa, toglie il disturbo e si dilegua abbandonando la sua casa per sempre. “Siete stati persuasivi”. Commenta la pm Alessandra Cerreti, sottolineando che non si tratta di una domanda. È arrivato il momento della seconda pausa. Ce n’è già stata una alle 14 e 30, quando Abilone, altro imputato collegato in differita per il processo, deve partecipare ad un altro processo. Al rientro Emanuele Gregorini e Marika Vestiti, assistiti dall’avvocato Mario Marino, vogliono rendere dichiarazioni spontanee a proposito delle dichiarazioni rese da William Alfonso Cerbo, detto “Scarface”, nella scorsa udienza. Dopodiché, la presidente del collegio Maria Luisa Balzarotti decide che è arrivato il momento di togliere l’udienza e rimandare alla prossima puntata, il 23 settembre, sempre a Milano al Palazzo di Giustizia, il prosieguo dell’udienza a Francesco Bellusci detto Occhi Celesti che, a quanto pare, ha ancora molto da dire, perché la ciccia sulla cena di Inveruno deve ancora arrivare.