C’è un foglio bianco appoggiato a una parete di uno spogliatoio di Los Angeles, scritto a penna, con due cuoricini rossi disegnati a mano. Ma sull’account Instagram di Repubblica viene trattato come fosse una reliquia ritrovata nella grotta di Lourdes: “Che pace, rispetto e amicizia possano prevalere tra tutti i popoli… dall’antica Persia di migliaia di anni fa all’Iran moderno, lo spirito della nostra nazione continua a vivere”, ripubblicato paro paro dagli alfieri dell’informazione corretta. Reverenza, Cuoricino, Hashtag. Calligrafia imperfetta che umanizza, che racconta, che – diciamolo con il linguaggio dei Social Media Manager – buca. Marea di like accompagnati da commenti, a dir poco ingenui. Queste sono lacrime agli occhi. Bravi ragazzi, bel gesto. Si potrebbe stampare e mettere sopra il caminetto.
Ma se tu lavori per un media autorevole ti dovresti porre dei dubbi. Non si tratta solo di deontologia, ma di responsabilità verso i lettori contemporanei, soprattutto i più giovani, assuefatti ai meme e alla lettera sommaria dei titoli, visto che l’articolo è a pagamento. Perché dietro quell’innocente foglietto e quella sintassi da bigliettino di Natale a San Valentino ci sta l’IRGC (Islamic Revolutionary Guard Corps), ovvero i Pasdaran, e la loro efficiente macchina di propaganda, tra le più sofisticate e meglio finanziate del pianeta. A lor signori della redazione basterebbe cliccare sul Yale Journal of International Affairs o anche solo sul sito di esuli oppositori, non schierati con lo Scià, IranWire, che spiega come questa nazionale sia uno strumento di regime, al punto che in Patria si è persino vietato ai media interni qualsiasi critica ai giocatori o allo staff tecnico fino alla fine del Mondiale.
Ma certo, già facile concentrarsi sulla grafia, crogiolarsi per una retorica pacifista che neanche Miss Universo riuscirebbe a replicare. Manca sempre il contesto, per pigrizia o per convenienza, è quel sistema dei due pesi e due misure quando si tratta di stigmatizzare l’oppressione, specie se arriva da aree geografiche vicine alle viscere della piazza. Pensate anche solo a come le squadre dell’Urss apparivano nelle loro sortite in Occidente: ci veniva raccontato di come quelli sportivi fossero segregati e controllati, altro che articoli per minus, lobotomizzati dall’odierna retorica da terza elementare che va per la maggiore nei grandi media in crisi di lettori. Contano i fatti, quelli aridi, quelli che non producono engagement ma che dovrebbero almeno far esitare un titolista prima di scrivere baggianate tipo “il calcio che unisce i popoli”. Quella è una squadra che gioca sotto sorveglianza, ma che deve sembrare una famiglia felice in tour promozionale nel paese dei kattivi. Il foglio coi cuoricini è solo un tassello dell’oppressione e la dimostrazione di quanto sia abile a muovere l'empatia for dummies.
Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, alla vigilia del Mondiale, ha presentato a Los Angeles un report secondo cui i servizi del regime avrebbero usato il sistema calcistico nazionale per spiare i cittadini attraverso telecamere a riconoscimento facciale e biglietteria collegata ai documenti d’identità, individuando tra l’altro almeno quindici figure legate ai Guardiani della Rivoluzione installate ai vertici di club, federazione e organismi sportivi. Incluso l’attuale presidente della federcalcio iraniana, un ex agente dei servizi dei Pasdaran, come anche i giocatori Mehdi Taremi e Ehsan Hajsafi che il servizio militare lo hanno svolto proprio in quel corpo indottrinato, schierato, complice e protagonista di massacri e repressione. Lo stesso report chiede alla FIFA di espellere l’Iran esattamente come fece con il Sudafrica dell’apartheid.
E forse, invece dei cuoricini, i nostri campioni del copia e incolla farebbero bene a ricordarsi di Sardar Azmoun, l'ex attaccante della Roma che tutti chiamavano "il Messi iraniano" per via di un talento cristallino e precoce. Lui è l’emblema di cosa significhi essere un giocatore dotato di un’opinione critica in Iran: amatissimo dal suo popolo, ma totalmente inviso al regime degli Ayatollah, per essersi esposto ripetutamente e duramente contro la Polizia Morale e a difesa delle donne. Uno che, durante le rivolte per l'omicidio di Mahsa Amini, ha spaccato il muro di omertà imposto ai calciatori gridando sui social: “Se mi cacciano fa nulla, lo sacrificherei per un solo capello delle donne iraniane. Vergognatevi per come uccidete la gente”. Uno che nelle qualificazioni ha guidato la protesta della squadra rimasta in silenzio durante l'inno o coperta da giacconi neri anonimi per oscurare i simboli del regime. Una storia la sua che evidentemente disturba la nostrana narrazione da Baci Perugina. Un coraggio politico e umano che Azmoun ha pagato in prima persona: con l'epurazione definitiva dalla nazionale, dopo una violentissima campagna mediatica orchestrata dall’agenzia Fars - di proprietà diretta dei Guardiani della Rivoluzione - che lo ha marchiato come traditore, dopo una foto con un emiro di Dubai. Al suo posto, giocatori scelti non per il merito sul campo, ma a tavolino, utili solo a costruire una rosa di soldatini perfettamente allineati alle direttive del governo.
Prima della partenza per i Mondiali 2026, un generale dell’aviazione dei Pasdaran, Majid Mousavi, ha mandato un messaggio alla squadra, riciclando frasi già usate dal gerarca Hossein Salami, ucciso nelle prime ore della guerra dei 12 giorni con Israele. Mentre l’inno per il Mondiale è stato affidato a un cantante che si era già esibito alle commemorazioni del generale Qassem Soleimani e che ha tenuto un concerto nel gennaio 2023 - quando il paese era in piena rivolta - proprio per simulare normalità nei giorni in cui la polizia sparava sui manifestanti. Non è dunque folklore, ma un apparato ancora sporco di sangue innocente. C’è poi il dettaglio più surreale, quello che renderebbe quel foglio coi cuoricini ancora più indigesto. Secondo le fonti di IranWire, federazione calcistica, ministero dello sport e Guardiani della Rivoluzione avrebbero lanciato quest’anno un progetto comune per riempire gli stadi dei mondiali di tifosi filogovernativi residenti in Nord America, con coperture governative per il viaggio aereo, l’alloggio, il cibo, i trasporti locali e i biglietti delle partite. Tifo a pagamento e entusiasmo in appalto: uno sforzo che tradisce, più di ogni altra cosa, quanto il regime sia consapevole che la propria squadra sia impopolare in patria, al punto che molti iraniani non la chiamano più “nazionale” ma, semplicemente, “la squadra della Repubblica Islamica”. A tal proposito ricordiamo agli esegeti della letterina che nei giorni scorsi centinaia di manifestanti hanno protestato, nonostante il divieto FIFA, ricordando che quella nazionale, per molti iraniani, rappresenta un governo che ha ucciso quarantamila persone in due giorni.
A quel regime è bastato un foglietto scritto a mano, per arrivare in poche ore all’empatia di un pubblico occidentale già perfettamente filtrato, assuefatto, ripulito da qualsiasi spinta critica. Missione compiuta, complimenti alla regia, a certi nostri titolati media che lo hanno diffuso senza contestualizzare, come se fosse un dettaglio romantico e sincero: un artefatto di comunicazione che dimostra come il Mondiale, per l’Iran della Repubblica Islamica, non sia una pausa dalla guerra. È la prosecuzione del conflitto con altri mezzi. Soltanto che stavolta il mezzo sono dei cuoricini rossi disegnati a penna, e certi giornali italiani, anziché fare domande, l’hanno incorniciato.