Di recente, diverse creator e influencer hanno annunciato la propria gravidanza sui social: da Giulia Valentina a Francesca Ferragni, fino a Martina Failla, nota come The Brown Parmigiana. Quest’ultima qualche giorno fa ha annunciato la gravidanza attraverso un reel: la creator cercava la posa giusta per apparire naturalmente figa, fino a che a un certo punto esclama: “Non è che sembro incinta così?” e il compagno risponde: “Amo, sei incinta!”. SBAM. Martina non delude mai e anche stavolta fa centro portandosi a casa più di 16.000 like; bisogna ammettere: meritati.
Ma Martina rimane l'annunciatrice più discreta, lo stesso non si può dire di molte sue colleghe in dolce attesa di cui ormai conosciamo perfino i valori dell'emocromo.
Ma come siamo arrivati a questo completo sdoganamento della vita privata, fino alla sua forma più estrema, ciò che alcuni definiscono pornografia della gravidanza?
Al principio fu Chiara Ferragni, con post e stories che documentavano quasi in diretta ogni fase della sua vita privata — proposte di matrimonio, nozze, gravidanza e prima infanzia di Leone — i Ferragnez hanno trasformato la loro esperienza personale in narrazione mediatica e branding personale, anticipando e modellando quello che oggi chiamiamo sharenting: la pratica di condividere foto e dettagli dei figli sui social, spesso con effetti economici o di costruzione dell’immagine pubblica.
Lo stroytelling continuo rende il contenuto virale, fa espandere il target e attraverso un'autenticità percepita da chi osserva e partecipa alla condivisione di momenti intimi, avviene l'identificazione emotiva che crea un legame tra il creator e i follower. Un po' come chi porta a spasso bimbi o animali domestici con lo scopo di rimorchiare: un adulto affiancato da un essere tenero e indifeso aumenta la sua attrattiva e sui social l'engagement sale.
Ciò che viene facilmente ignorato, però, sono i rischi legati alla violazione della privacy e identità digitale precocemente costruita, perdita di controllo sui contenuti, manipolazione con tecnologie come l'AI e un sacco di altri dettagli noiosi a cui nessuno sembra voler badare “perchè, dai, in fondo guarda che tenero!” e via di like e commenti di apprezzamento per il pargolo ignaro di essere già una super star, senza il suo consenso, altro argomento particolarmente spinoso su cui ci si potrebbe soffermare, se solo non fosse noioso, appunto.
I creator hanno così creato un marchingegno di storytelling ben funzionante, che rende la narrazione virale, espande il target e genera engagement. Basti pensare che in Italia, i bambini compaiono nel 75% dei post degli influencer e nel 46% dei casi questi contenuti hanno una componente pubblicitaria, diretta o indiretta. Lo sharenting non è solo condivisione: genera imperi e modella il sentiment attorno ai personaggi pubblici.
Infatti l’annuncio di maternità o paternità può avere anche effetti sulla riqualificazione dell’immagine. È il caso di Giulia De Lellis e del trapper Tony Effe: da personaggio controverso associato a eccessi e polemiche, Tony Effe ha visto il suo sentiment migliorare significativamente con l’annuncio della paternità, soprattutto da parte dei boomer “indinniati” per i suoi testi violenti. Allo stesso modo, esempi internazionali come Jeremy Meeks, arrestato nel 2014 per possesso illegale di armi e attività criminali e poi divenuto modello e family influencer, mostrano come la narrazione della vita familiare possa contribuire a riqualificare la percezione pubblica di un individuo (questo esempio non deve sembrarci lontano solo perchè si tratta di un americano, dal momento che in Italia siamo soliti emulare le cattivi abitudini dell'oltreoceano).
Oggi, la documentazione continua di gravidanza e prima infanzia è diventata una prassi diffusa: ogni creator adatta l’annuncio alla propria estetica e modalità comunicativa, dai reel emozionali agli storytelling creativi, contribuendo a normalizzare una pratica che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata intima e privata.
A ciascuno di noi sarà capitato di imbattersi in reel ben montati in cui i futuri genitori annunciano la lieta novella ai familiari fino alla settima generazione: canzoncina smielata in sottofondo, reazioni spropositate dei parenti e copiose lacrime di commozione, quelle che piacciono tanto all'algoritmo. Tutto registrato e condiviso con la stessa discrezione di un post ADV mascherato da vita privata.
E se pensavate che l'esibizionismo si fermasse al pancione, vi sbagliavate di grosso: come non menzionare i “baby shower”, più elegantemente denominati “gender reveal”? Party conditi con effetti pirotecnici (che fanno un baffo al Grande Gatsby) per conoscere il sesso del nascituro, esplosioni di bombe di fumo di colore rosa o celeste con conseguente esultanza da stadio da parte degli invitati, che esultano a prescindere che si tratti di un maschietto o una femminuccia; giusto per rendere il momento ancora più sensazionale di come potrebbe essere. Più è sensazionalistico, più aumenta l'engagement.
Che la nostra vita sia diventata un eterno “The Truman Show” è ormai risaputo, ce ne siamo perfino rassegnati allegramente e, anzi, abbiamo imparato a fare di necessità virtù. Il guadagno, in termini di ritorno economico o anche solo di immagine, è troppo succulento per farsi scrupoli.
E così, tra reel, post e bombe di fumo colorate, la gravidanza diventa una performance social continua, una vetrina costante in cui ogni gesto intimo è trasformato in contenuto virale. I bambini crescono già sotto i riflettori, i follower diventano pubblico e giudici, e il confine tra vita privata e marketing personale si dissolve lentamente, tra like, condivisioni e commenti di approvazione.
In fondo, la pornografia della gravidanza e lo sharenting non sono solo esibizionismo: sono strumenti di narrazione e branding, capaci di modellare sentimenti, costruire imperi mediatici e, talvolta, riqualificare intere immagini pubbliche. Il prezzo? Un’intimità sempre più compressa, e la certezza che, nella società dei social, anche il pancione può diventare uno spettacolo.
E adesso che si scateni l'ira funesta delle “mamme pancine”.