Ma quale vittoria della sinistra, quella al referendum è stata una vittoria del popolo. Ce lo ha detto Lorenzo Pacini, classe 1996, milanese, astro nascente dell'ala più radicale del Partito Democratico a Milano. Assessore del Municipio 1 di Milano, quello del centro città, lo abbiamo intervistato a caldo sui risultati del referendum costituzionale sulla separazione delle carriere:
Un commento sui risultati del referendum?
Io direi che è una vittoria di popolo molto importante. Merito dei cittadini italiani che hanno saputo dire no a questa proposta di riforma della Costituzione, scritta dai partigiani. Proposta di riforma che arrivava da un governo di ex fascisti e padroni, che invece per risolvere i problemi economici del Paese pensa a fare la guerra ai giudici. Perché dopo quattro anni che sono al governo e stanno creando solo disastri, hanno pensato bene di imbrogliare il popolo facendogli credere che la colpa sia dei magistrati. Questo invece non è accaduto. Perché il popolo non si fa fregare e sa rispondere con un secco no a chi vuole trovare sempre una scusa senza mai prendersi una mezza responsabilità delle proprie azioni e delle scelte politiche che fanno da quattro anni.
Lei dice che è un No del popolo ma è anche indubbiamente una vittoria politica del centrosinistra.
Io starei attento nell’intestarsi, da parte dei partiti, questa mobilitazione. Certamente i partiti e i leader hanno fatto la loro parte. Certamente l'ha fatta il popolo della sinistra. Ma questa è stata una vittoria degli italiani, che scelgono liberamente e democraticamente, in chiara maggioranza, che non vogliono questa riforma. Certo siamo contenti, è giusto che le opposizioni siano contente, ma non bisogna confondere questo risultato con un consenso automatico ai partiti che l’hanno sostenuto. Altrimenti si rischia di dare per scontato che vinceremo le elezioni, quando non è così.
Emerge anche il dato di un’Italia polarizzata, spaccata.
Ma la politica è polarizzazione ed è normale che sia così. Io non mi aspettavo un risultato diverso, neanche se avesse vinto il Sì. Io penso che l’Italia sia abbastanza spaccata, ma noi non dobbiamo avere paura del confronto politico. Però siamo in democrazia e vince la maggioranza.
La sua città, Milano, si conferma in controtendenza rispetto alla Lombardia che è stata una delle poche regioni in cui ha vinto il Sì.
Non voglio dire che Milano si conferma più progressista, ma si fa meno convincere da questo governo. Per il semplice fatto che questo governo ha anche abbandonato Milano e i milanesi e non risolve i problemi degli italiani, e in questo caso anche quelli dei milanesi.
Cioè, Meloni qua non arriva, non entra. C’è una grande separazione tra città e provincia, è evidente questo. È un po' quella linea di demarcazione che c'è ormai in tutto il mondo occidentale. Questo è un dato politico, però le persone votano, non votano le città e non votano le regioni, quindi alla fine contano le persone.
Certamente ci sono delle differenze territoriali ma, ripeto, nulla di più normale anche in una fase come questa.
Non è un dato che dovrebbe far riflettere la sinistra milanese? Uno scollamento verso i piccoli centri e la provincia?
La distinzione piccoli centri e grandi città oggi è abbastanza solidificata da un punto di vista elettorale. Certamente è così, va bene che sia così, però non è che le campagne una volta votavano per noi, dipende quali.
Ora la campagna elettorale è finita, al di là di questa riforma, possiamo dire che la magistratura ha bisogno di dei cambiamento oppure no? Su quali punti bisognerebbe agire?
Non c’è istituzione, corporazione, gruppo organizzato, pezzo di società che in Italia non abbia bisogno di riforme e cambiamenti. La magistratura certamente è tra questi, ma l’esigenza di fare le riforme non consente di fare delle riforme sbagliate.
Cioè, piuttosto che cambiare male, meglio non cambiare niente. Questo è il messaggio chiaro che lanciano anche gli italiani al governo e alla classe politica.
Gli italiani vogliono cambiare, sì, però con delle proposte giuste, non così, giusto per il gusto di cambiare qualcosa, dare fastidio a qualcuno o accontentare le pretese del governo o di qualcun altro.