Svolta nel caso Emanuela Orlandi, quante volte abbiamo sentito queste parole? Circa ad intervalli di due, tre mesi, quando spunta un nuovo super testimone, una nuova prova, un documento segreto. Ecco, la verità è che da quella sera di inizio estate queste fantomatiche svolte hanno fatto avanzare davvero molto poco. Di cose certe, su Emanuela Orlandi e il suo rapimento, ne sappiamo poco più che allora. Eppure è arrivata una nuova svolta o presunta tale, delle nuove analisi sul vecchio (o nuovo?) flauto di Emanuela.
Il flauto traverso è entrato nell'iconografia del caso Orlandi quasi quanto la celebre fascetta nera per i capelli, diventando uno degli oggetti-simbolo di quella sera del 22 giugno 1983. Emanuela usciva ogni giorno dalla Scuola di Musica di Piazza Sant'Apollinare, dove studiava proprio flauto: uno strumento che raccontava la sua quotidianità, la sua passione per la musica, una normalità spezzata racchiusa in un oggetto. Lo strumento che gli inquirenti stanno analizzando si trovava all'interno di alcuni pacchi che contenevano i vecchi corpi del reato sul caso, recuperati dai magistrati che lavorano alla nuova inchiesta riaperta dalla Procura di Roma nel 2023. Un flauto era già emerso nel 2013, su indicazione di Marco Fassoni Accetti, l'uomo che si è autoaccusato del rapimento di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Non è ancora chiaro se si tratti dello stesso strumento recuperato allora o di un flauto diverso. Su quel primo ritrovamento, del resto, pesa già un dubbio non da poco: davanti alla Commissione bicamerale di inchiesta, il maestro di flauto di Emanuela, Loriano Berti, ha sostenuto che lo strumento indicato da Accetti non fosse affatto quello della sua allieva, perché il flauto di Emanuela era uno Yamaha nichelato, di qualità superiore rispetto al modello attribuito ad Accetti. Anzi, queste analisi diranno molto anche su Marco Accetti e le sue "rivelazioni". È lo stesso flauto fatto rinvenire dal fotografo? Cosa dirà? E se invece fosse un altro e avesse le tracce di Emanuela?
Come con il corpetto del reggiseno di Simonetta Cesaroni, la genetica e l'avanzamento tecnologico riscrivono costantemente la cronaca. Un oggetto prima muto può adesso diventare cruciale per un'indagine. L'esame del Ris può verificare se sulla superficie dello strumento, sull'imboccatura, sulle chiavi, nell'astuccio o sugli involucri siano rimaste tracce biologiche utilizzabili. Ma l'eventuale estrazione di un profilo genetico non equivale automaticamente alla prova che il flauto sia appartenuto a Emanuela: il primo obiettivo degli accertamenti resta più circoscritto, ovvero stabilire se il reperto contenga elementi biologici leggibili e, in caso positivo, a chi possano essere ricondotti.
È un po' anche una fotografia dei paradossi di questa storia, delle "svolte/non svolte" che si alimentano e si parlano a vicenda. Oggetti già passati al setaccio, testimonianze già raccolte, piste già battute tornano oggi sul tavolo. Con la genetica forense che per la prima volta può mettere alla prova ipotesi rimaste per decenni sospese tra memoria e sospetto.