Trentasei anni di niente. Reticenze. Menzogne orchestrate. E alibi presi per buoni senza stare troppo a chiedersi e senza che nessuno muovesse un dito. Solo che la verità un modo per uscire, magari ferita e vilipesa, lo trova sempre e oggi il caso di via Carlo Poma 2 riparte esattamente da dove si era incagliato il 7 agosto 1990: dalla coppa sinistra del reggiseno e dal corpetto adagiati dal killer sul ventre martoriato di Simonetta Cesaroni. Negli uffici dell’Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù, la ventenne venuta dal quartiere Cinecittà morì dissanguata per 29 fendenti sferrati al volto, al seno e al pube. L'assassino portò via le chiavi dell'appartamento al terzo piano, lasciando una scena del crimine pulita malamente, inquinata da troppi ingressi e gestita con approssimazione sconcertante.
Ora, però, sembra che i carabinieri del Ris, lavorando nell'ombra e con le moderne metodologie del 2026, sul tessuto di quegli indumenti abbiano davvero isolato un profilo genetico. Una traccia biologica leggibile. Autonoma. Non attribuibile alla vittima. Resta da capire se sia l'impronta lasciata da chi impugnava il coltello o l'ennesima contaminazione di una catena di custodi incapaci (o in malafede?). Ma è un dato scientifico oggettivo, l'unico rimasto in mano alla Procura di Roma. I primi responsi, l’abbiamo già raccontato, hanno sbattuto contro un muro: quella traccia, insieme a tante altre, è stata già comparata con il Dna di 8 persone – cinque donne e tre uomini – dando ogni volta esito negativo. Ora si raccoglieranno altri tamponi salivari e l'elenco dei prelievi potrebbe allungarsi fino a comprendere circa 69 individui, esattamente la platea dei soggetti indicati dai consulenti della famiglia Cesaroni e dall'avvocato Federica Mondani.
Chi sono? Colleghi, ex impiegati dell'Aiag, dirigenti, residenti o professionisti con studio nel condominio ai Prati. L'indagine, lo ricordiamo, era stata già riaperta nel 2022 contro ignoti su spinta dell'ex investigatore Antonio Del Greco dopo le rivelazioni su coperture e alibi fasulli mai verificati all'epoca. E un risultato il nuovo lavoro l’ha già ottenuto: la certezza che in questa storia, nel corso degli anni, hanno mentito tutti. Ha mentito Francesco Caracciolo di Sarno, presidente regionale degli Ostelli morto nel 2016, che negò di conoscere la ragazza benché il suo numero figurasse sull'agenda di lei. Ha mentito Salvatore Volponi, datore di lavoro di Simonetta, che sosteneva di ignorare dove l'avesse inviata a prestare servizio. Hanno mentito i colleghi e persino i portieri. E mentre per decenni si sono rincorsi i Pietrino Vanacore, i Federico Valle, i Mario Vanacore e si è arrivati fino in Cassazione per Raniero Busco, tante verità continuavano a restare sepolte. O comunque senza spiegazioni.
Adesso la giudice per le indagini preliminari Giulia Arcieri ha imposto di verificare ogni singolo elemento di tutte le indagini precedenti, riesaminando persino alibi di ferro mai scalfiti da un'inchiesta originale dilettantistica. Se quella traccia sconosciuta isolata dal Ris appartenga davvero alla mano che ha sferrato ventinove coltellate o se rappresenti soltanto l'ennesimo vicolo cieco biologico di un'istruttoria fallimentare, lo diranno i prossimi confronti. La certezza è che via Poma, come Garlasco, non è mai stato “solo un omicidio”.