Il reporter di guerra Mattia Sorbi è ostaggio in Kenya da più di 40 giorni. Le autorità locali gli hanno sequestrato il passaporto perché nella piscina dell’alloggio dove si trovava in vacanza è morta affogata una ragazza, Caroline Abbo, sua conoscente. Sorbi non è indagato dalle autorità keniote, ma ritenuto persona di interesse e per questo il passaporto gli è stato sequestrato circa 40 giorni fa. La scusa accampata dal Kenya è che tale passaporto gli può esser restituito soltanto una volta conclusa l’autopsia sul corpo della ragazza che, però, essendo cittadina ugandese, necessita di un’autorizzazione da parte dell’Uganda. La verità, però, è che il Kenya potrebbe procedere autonomamente in tale accertamento. Cosa che, però, non sta accadendo. Il passaggio burocratico si sta prolungando in maniera anomala e il reporter ostaggio, ora, si dice giustamente preoccupato per sé stesso dato che, ci riferisce Sorbi, pure l’ambasciatore italiano a Nairobi, Vincenzo Del Monaco, avrebbe preferito non chiamare a tal proposito l’ambasciatrice dell’Uganda a Nairobi né tantomeno il console a Mombasa. Sorbi per le ferite riportate in una sparatoria condotta mediante Rpg che lo ridussero in fin di vita tra Russia e Ucraina mentre svolgeva il suo lavoro di inviato di guerra il 31 agosto 2022 dovrebbe essere ricoverato il 6 novembre per un delicato presso l’ospedale Besta di Milano, ma la sua forzata permanenza in Kenya rischia di creargli seri problemi di salute. A tutto questo, poi, si aggiunge il fatto che il console generale dell’Uganda a Mombasa, Herbert Kiguli, è stato arrestato il 5 ottobre 2026 per presunte irregolarità nella gestione di fondi pubblici durante il periodo del Covid, salvo poi essere rimesso in libertà su cauzione il 7 ottobre. Sorbi, con cui abbiamo avuto una lunga telefonata, invoca l’intervento della Farnesina per sollecitare l’operato dell’ambasciata italiana in Uganda. Lo stato dovrebbe acconsentire alle richieste italiane dato che le indagini delle autorità keniote sulla morte di Caroline Abbo non hanno constatato alcun coinvolgimento di Sorbi, la cui condizione, ripetiamo, è di fatto quella di “ostaggio”.
Sorbi, ad ogni modo, si è ritrovato in Kenya dopo una serie di viaggi di lavoro da un capo all’altro del mondo. Il reporter di guerra nel 2022 era stato ferito in quello che inizialmente si credeva lo scoppio di una mina il 31 agosto. Vi possiamo raccontare qui su MOW che invece è stato accertato in seguito dai servizi segreti ucraini e confermato da Ilario Piagnerelli di Rainews che si trattò di una sparatoria condotta a distanza con Rpg nei pressi di Kherson, sulla linea del fronte tra Ucraina e Russia, dove era stato subito soccorso dai militari russi e da dove era stato trasferito in Italia il 17 settembre 2022 con una lesione a un nervo del piede sinistro, oltre alle ferite riportate alla gamba e all’addome. Una volta dimesso riparte per il Venezuela a ridosso del rapimento americano del presidente Maduro avvenuto il 3 gennaio 2026. Il 28 febbraio, però, è il momento di Tel Aviv e Gerusalemme, bombardate da missili iraniani in risposta agli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Sorbi, ci racconta, entra dall’Egitto a Piedi, “perché l’aeroporto Ben Gurion era bloccato e ci lavoro fino a metà giugno”.
“Decido di prendermi una lunga vacanza, devo dire anche un po’ amaramente, solo perché il visto dopo tre mesi mi era scaduto, perché il lavoro è buono e poi c’erano le famose elezioni israeliane, per cui ho detto: ‘Vado in Kenya a divertirmi e riposarmi due, tre mesi’. E dico già all’agenzia: ‘Non vi preoccupate che così rientro col visto, sono comodo’. A metà settembre già vi copro la pre-campagna elettorale per un mese. L’agenzia mi dice allora ‘Siamo con te dal 22 settembrÈ. Tutto filava liscio, avevo già il volo dalla costa del Kenya a Dubai e poi il biglietto per i famosi voli Dubai-Tel Aviv, quelli che poi hanno dirottato qualche tempo fa. E invece, purtroppo rimango incastrato in questa storiaccia nella quale ha perso la vita la mia amica Caroline Abbo, alla quale ero abbastanza legato e che avevo conosciuto a Diani. Avevo trovato questa villa molto carina a Kwale. Basso costo, piscina, donna delle pulizie e la sicurezza di una persona, il manager, che mi faceva anche da cuoco. Con lui c’era un ottimo rapporto. Io gli passavo mille scellini, l’equivalente di sette euro e cinquanta, otto euro, e lui andava a comprare il pesce e cucinava. È stato lui ad avvisarmi di aver trovato Caroline annegata nella piscina”.
Come sono andate le cose?
“Poco prima le avevo chiesto di farci una passeggiata sulla spiaggia, ma lei mi diceva di essere stanca, che si sarebbe andata a cambiare, avrebbe messo il telefono in carica e mi avrebbe mostrato il suo vestito nuovo. Dopodiché ricevo una telefonata da un amico di Milano. Mi chiama verso le quattro del pomeriggio, per cui la Carole scende verso le quattro meno venti. E la piscina è ben lontana dalla veranda, dietro alla quale non si riesce a vederla, perché oltre la siepe che divide la veranda dal giardino. Dopo dieci minuti, un quarto d’ora di chiacchiere con il mio amico gli dico di volerle presentare Caroline. Lo metto in videochiamata. Ma in piscina non la vedo. Vado di sopra perché mi ha detto che era in piscina. Salgo addirittura le scale. Non è nemmeno lì. Penso che forse mi vuole fare una sorpresa. Allora vado in spiaggia, ma in spiaggia e non c’è. La mia villa è lontana dal Brown Hippo, dove mi trovo ora, per circa una ventina di minuti. È una passeggiata carina. Con la mia neuropatia al piede mi serve molto. Lo trovo chiuso, però, perché è lunedì, giorno di chiusura del Brown Hippo. Me l’ero completamente scordato, o non l’avevo mai saputo. Torno alle sei. Di fronte alla villa c’è il Pallet Café, a cui sono comunque affezionato. E mi guardo quello che doveva essere il mio ultimo tramonto in Kenya. Kevin, però, il cuoco nonché manager della villa, mi viene incontro tutto affannato. Cosa c’è, Kevin? Gli dico. Non ti ho mai visto in questo stato. È successa una cosa tremenda, devi venire subito in villa, mi risponde lui in preda al panico. Sono due minuti veri, 120 secondi dalla spiaggia. Entriamo in villa e mi mostra questa macchia nera in fondo alla piscina. Era Caroline, con il suo vestito nuovo addosso. Kevin era sconvolto come me. Era così scosso che aveva paura. La popolazione locale ha paura di dover pagare la polizia quando la si chiama, ma io gli ho detto: ‘perderò il biglietto, ma davanti a una tragedia non possiamo fare altrimenti’. Poi vado nel panico pure io. Così gli ordino di chiamare subito la sicurezza, perché in questa villa c’è un campanello con la polizia privata che arriva subito. E la polizia privata così arriva e chiama subito le autorità, che però arrivano tardi. Noi abbiamo trovato il cadavere tra le sei e mezza. Era l’imbrunire, e la polizia è riuscita ad arrivare alle dieci di sera. A quel punto ho raccontato questa storia e mi è stato detto che non c’erano incongruenze. La scientifica ha lavorato bene e hanno verificato che non ci fossero tagli o botte sul corpo. Me l’hanno proprio detto in faccia. Dovrebbe essere annegata, o un ictus, un infarto, o poi, come qualcuno, una mia amica, ha detto, forse è inciampata sul suo stesso vestito, ha battuto la testa, ha iniziato a bere. Polina, che è la cameriera, era in villa fino alle cinque e non ha sentito niente. È una brava signora, Polina. Io ero già andato via alle quattro e mezza. Sembra che sia morta in qualche modo proprio prima della mia telefonata con Carlo. Quindi purtroppo subito, perché io poi non avevo visto nessuno in piscina”.
Se la polizia non ha riscontrato nulla di anomalo come mai sei ancora “ostaggio” in Kenya?
“Questa è la tragedia nella tragedia, o per carità, questione nella questione. La polizia doveva fare questa autopsia in due settimane al massimo. Dato che la ragazza è di origine ugandese, mi si dice che ci vuole la presenza, se non dei familiari, di un diplomatico dell’Uganda, che in un modo o nell’altro, però, si rifiuta di venire. Sostiene che la lettera non gli sia mai arrivata. Io in persona, ti farò vedere altri documenti, ho scritto all’ambasciatrice, alle Nazioni Unite a Nairobi, all’Alto Commissario dei diritti umani a proposito della mia situazione. L’ambasciatore Del Monaco si è abbastanza mosso, ma non vuole, per motivi diplomatici, chiamare in persona l’ambasciatore dell’Uganda, sollevando una questione sulla mia pelle. Sarebbe peggio, dice, perché sarebbe un’interferenza tra Stati, dice lui. Sono però passati quaranta giorni e il Kenya, date le circostanze, a norma di legge potrebbe tranquillamente effettuare in autonomia questa autopsia. Sono infatti dovuto andare con due avvocati dal procuratore della Repubblica il quale mi ha detto oggi che l’autopsia potrebbe forse svolgersi senza l’Uganda, il 20 novembre. Inizio a essere però ad essere preoccupato per me stesso. Io chiedo soltanto che venga fatta un’autopsia, non chiedo di scappare o di andarmene. Sono stato io a chiamare la polizia. Sono stato io addirittura, con la copia della carta d’identità, che per carità mi ha dato la polizia, a prendere un appuntamento un mese fa, una settimana dopo il 21 settembre, subito con l’ambasciata dell’Uganda”.
Cosa ti è stato detto dai diplomatici ugandesi?
“Io entro su appuntamento, mi viene detto di poter conferire con il viceambasciatore o con l’ambasciatore e, dopo che nessuno si presenta, dico: ‘Scusate, ma io aspetto, certo, ma la questione è molto grave'. Vengo allora accompagnato all’uscita con due carabine dall’ugandese. Scopro così, che l’ambasciatore dell’Uganda, Herbert Kiguli, in realtà console generale a Mombasa, è stato imprigionato per corruzione legata a Duecentomila dollari di mascherine che si sarebbe intascato. Per questo l’hanno deportato dal Kenya all’Uganda. Sono una vittima degli eventi. L’ambasciata italiana, nel frattempo, non è esente da una certa fatica. La polizia di Diani, non si capisce se abbia mandato o no questa lettera ai diplomatici ugandesi. E il Kenya, continua ad accampare scuse dato che potrebbe procedere a norma di legge autonomamente, data la circostanza. Con la data del 20 novembre che mi è stata data dal procuratore, arriviamo a sessanta giorni”.