C'era di tutto all'interno del discorso pronunciato da Marco Rubio sulla collina della Pnice, in quel di Atene, in Grecia, davanti all'Acropoli e con il Partenone sullo sfondo. Il monologo del segretario di Stato Usa era denso di richiami al classicismo, all'antichità, alla filosofia. Era anche pieno di personaggi come Platone, Giulio Cesare e Alessandro Magno, e pure di episodi eroici come i 300 spartani che alle Termopoli, nel 480 avanti Cristo, combatterono contro i Persiani. Gli obiettivi espliciti dell'intervento di Rubio erano sostanzialmente due: esortare l'Europa a risvegliarsi "prima che sia troppo tardi" e celebrare la civiltà occidentale. C'erano però anche due obiettivi impliciti: giustificare, dare legittimità, innalzare la visione del mondo del Maga, il Make America Great Again stampato da Donald Trump su cappellini e t-shirt, e poi, forse, lanciare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2028. In effetti, come ha sottolineato il Washington Post, Rubio è arrivato in Grecia in veste di massimo diplomatico americano per rafforzare i rapporti con il governo locale, ma ha sfruttato l'occasione - e l'ambientazione densa di simbolismi e parallelismi storici – per articolare un discorso molto più adatto a un politico che cerca di ereditare il movimento Maga che non a un alto funzionario in missione istituzionale.
Ma cosa ha detto Rubio? In sostanza, ha cercato di inquadrare l'agenda America First di Donald Trump in una più ampia tradizione occidentale di ambizione nazionale e rinnovamento. Nel far combaciare forzatamente Stati Uniti e Occidente ha inoltre ridotto l'Europa a mero sottofondo. Non solo: ha pure setacciato l'universo intellettuale e scientifico europeo - Copernico, Galileo, Keplero e Newton – chiedendo all'America di "resistere all'impulso moderno di esaltare il mediocre". “Il prossimo decennio scriverà la storia del prossimo secolo. Il corso che intraprenderemo determinerà se l'Occidente manterrà il suo posto al vertice del mondo o si rassegnerà a un futuro di atrofia, servitù e declino”, ha dichiarato Rubio. Peccato per lui che molti esperti abbiano stroncato il suo discorso. Tra questi c'è Daniel Drezner, politologo della Tufts che ha definito le uscite di Rubio “retorica da quattro soldi che cerca di raggiungere la profondità senza riuscirci”. Probabilmente, anzi sicuramente, a Rubio non interessa un bel niente di simili opinioni. Ai suoi occhi il semplice fatto di aver creato una specie di Frankenstein culturale è sufficiente per trasformare la storia in un manifesto politico, mescolando l'eredità della Grecia antica, le conquiste europee e il mito della frontiera americana in un'unica narrazione funzionale all'America First.
Attenzione, perché un lavoro del genere non è in ogni caso fine a se stesso. Le indiscrezioni sulla fantomatica candidatura di Rubio, al momento respinte dal diretto interessato, si susseguono proprio mentre JD Vance, l'attuale vicepresidente e braccio destro di Trump, sta iniziando a delineare la propria candidatura. Il segretario di Stato Usa potrà pure sminuire le voci di corridoio ma alcune delle osservazioni fatte in Grecia non si sono limitate a difendere la politica estera dell'attuale amministrazione, ma hanno anche delineato ciò che dovrà fare l'America (fondere modernità e tradizione) in un futuro non troppo lontano. Rubio ha realizzato l'esoscheletro di un Occidente conquistatore “nato ad Atene, formato da Roma, battezzato nella cristianità”, lo stesso di cui Washington intende farsi custode e arbitro. L'alternativa? Un Occidente senza potere nazionale, vittima “di atrofia, servitù e declino”. Il segretario di Stato Usa ha fatto la sua mossa.