Ancora con la testa, gli occhi e le orecchie a quella meraviglia che furono Damiano e Manuel Agnelli nel 2021, si è dispiegata ieri l’infinita serata delle cover del 76° Festival di Sanremo, probabilmente la più sgangherata da che si abbia memoria.
Non tanto per gli artisti, che chi più chi meno hanno fatto il loro. Ma per un’impostazione sempre più orientata allo staging, alla ricerca della genialata, alla costruzione della viralità piuttosto che alla vera reinterpretazione delle canzoni. E ci sta, parliamoci chiaro, l’elemento scenico e la costruzione della performance sono sacri e inviolabili nel pop.
Ma devono essere coerenti però.
A parte Ditonellapiaga e TonyPitony - che hanno giocato un campionato a parte e infatti hanno vinto a mani basse - il palco più interessante della serata poteva essere Masini–Fedez con Hauser.
Se solo avessero fatto una chiamata zoom per dirsi due cose.
Hauser è un violoncellista che ha ridisegnato i confini della musica classica. Sa benissimo cosa significhi “cover”: Smooth Criminal con i 2Cellos è stato lo spartiacque tra “ci divertiamo su YouTube” e “diventiamo fenomeno globale con milioni di visualizzazioni”.
Tre mondi quindi: la musica leggera con Masini, il rap con Fedez, la classica crossover con Hauser. Se poi aggiungiamo che Meravigliosa Creatura è della nostra rockstar Gianna Nannini e che in chiusura arriva la citazione di Seneca, c’erano più spunti che al primo tavolo di brainstorming per la cerimonia d’apertura di Milano Cortina 2026.
Masini con il suo graffio disperato, che caratterizzerebbe pure l’annuncio del Frecciarossa in ritardo al binario 18, “allontanarsi dalla linea gialla”.
Fedez che per il secondo anno porta sul palco il lavoro che sta facendo su sé stesso e siamo contenti, ma da profondo a melodrammatico è un attimo.
Hauser – che mi sarei aspettata più di rottura, più dentro la cover - prova a fare da collante, si alza in piedi per suonare come fa di solito, si compiace delle sue tante bellezze ma la regia se lo fila poco, e pare Paolini che si sbraccia dietro l’inviato del TG1.
E poi la mazzata finale: il testo ispirato a Seneca, mancava solo “I have a dream” fuori campo e l’apoteosi della retorica e della sovrabbondanza era compiuta.
La performance sarebbe pure potuta diventare discretamente paracula se si fossero messi d’accordo su una cosa: perché.
Se la scena non riesce a raccontare l’idea, è un problema.
Il palco è un dispositivo, un moltiplicatore di senso. Se c’è un’intuizione forte, una scelta chiara, una tensione autentica, allora esplode; se invece c’è un’idea non risolta, una somma di pensierini, una buona intenzione non metabolizzata, allora amplifica la confusione.
Ieri sul palco c’erano tre linguaggi con un potenziale enorme, tre traiettorie artistiche che avrebbero potuto anche disturbarsi a vicenda, entrare in conflitto, creare attrito e generare una scintilla: l’intensità melodica di Masini, che è quasi una categoria dello spirito; il percorso identitario di Fedez, che da due anni trasforma il palco in un luogo di auto-narrazione; la fisicità performativa e insieme l’estetica pop-classica di Hauser, che vive di gesto, di corpo, di tensione visiva oltre che sonora.
Invece quei tre mondi sono rimasti paralleli, ordinati, corretti, come se ognuno avesse fatto il proprio compito senza mai mettere davvero in discussione quello dell’altro e come se questo potesse bastare da solo a produrre un significato.
È mancato il rischio.
Una cover è un atto di appropriazione, è il momento in cui prendi una canzone che appartiene all’immaginario collettivo e la costringi a dire qualcosa che ti riguarda, anche a costo di tradirla.
Devi dimostrare perché quella canzone, oggi, passa attraverso di te.
Se non rispondi a questo, puoi aggiungere citazioni filosofiche, sovrastrutture concettuali, stratificazioni simboliche, ma rimane un’operazione estetica che gira su sé stessa, priva di quella necessità che distingue una cosa carina da un momentum.
Quando sul palco sale un’idea non del tutto messa a fuoco, allora si trasforma in una superficie lucida che riflette molto e racconta poco, perché lo spettatore avverte che qualcosa non sta veramente succedendo, anche se tutto sembra al posto giusto.
Aridatece Gianni Morandi che compare a sorpresa, ve prego.