Sembra che di essere tornati ai tempi delle Br. Potrebbe essere una provocazione. Lo è, in parte, ma basta raccontare una giornata per dire: non starete un po’ esagerando? Non c’è (ancora) un’organizzazione armata, ma c’è un linguaggio, sempre più diffuso, che delegittima lo Stato, la stampa, più in generale i “nemici”. In un solo giorno prima una minaccia di matrice islamista al direttore del Giornale Tommaso Cerno, una fatwa la chiamano dalle parti di Via dell’Aprica, nel diritto islamico, la sharia, è un parere non vincolante, che però nel linguaggio occidentale è diventato sinonimo di condanna a morte dopo la fatwa emessa nel 1989 dall’ayatollah Khomeini contro lo scrittore Salman Rushdie. Delle minacce non ben specificate, accuse di essere un “infedele”, a cui Cerno ha risposto su X e poi oggi nel suo editoriale: “Minacce quotidiane ma andiamo avanti. Perché il Corano non è la Costituzione. Se non fermiamo l’islamismo che ha preso in mano la sinistra e i nostri diritti finiremmo come polli visto che il maiale già ce l’hanno vietato perfino a scuola. È il vero pericolo che corriamo”.
Nello stesso giorno, sempre a Milano e a poche manciate di chilometri dalla sede del Giornale, al commissariato di Polizia Garibaldi-Venezia arriva una lettera. È scritta al computer ma spedita in busta compilata a penna, è indirizzata al primo dirigente della Polizia di Stato Angelo De Simone, diventato noto dopo gli scontri con i manifestanti del 17 e 18 ottobre. De Simone, in borghese a coordinare le operazioni, era stato colpito da un sampietrino, e con la testa sanguinante ha continuato a lavorare, in una foto diventata simbolo di quei giorni. “Un vero peccato che non le abbiano spaccato la testa a metà, che non l’abbiano ridotta in stato comatoso, possibilmente profondo, con lesioni permanenti” dice la lettera, che poi allarga l’augurio a tutti i suoi uomini, “persone mentalmente bacate”, accusati di “aver venduto l’anima alla più bieca forma di repressione del potere di turno”. Poi chiude, “con tutto il risentimento, il rancore e l’odio possibile auguro a Lei ed ai suoi uomini di merda di crepare tra i peggiori tormenti”.
Parole da brividi, ma non prendiamoci in giro, questo vocabolario è lo stesso, con gli stessi toni e le stesse accuse che circola da settimane sui social, in post e storie che qualcuno rilancia, e che troppo pochi hanno la voglia, il coraggio o l’interesse di condannare.
Dal maggio scorso Mario Sechi, allora direttore di Libero, vive sotto scorta disposta dalla questura di Milano per minacce arrivate dall’area anarco-insurrezionalista dopo i suoi editoriali sulla morte di due anarchici a Roma: minacce che lui stesso ha definito “serie, concrete, dirette” e che hanno raccolto la solidarietà di tutto l’arco politico. Nell’agosto 2025 una lettera firmata con la “A” cerchiata, con la frase “servi del potere morirete”, era arrivata alla redazione del Tempo, indirizzata all’editore e ai direttori Cerno e Capezzone. È il sintomo estremo di un dibattito che sta raggiungendo livelli di violenza da anni di piombo, che sta scivolando fuori dai confini della democrazia. O meglio: non c’è più, il dibattito. C’è “con noi o contro di noi”, con lo Stato o contro lo Stato.
E la domanda sgradevole è: quanto tempo passerà perché qualcuno dei mitomani che in piazza prendono specchi e improvvisano arringhe a favor di smartphone, passi a qualcosa di più dimostrativo, di più eclatante? O che, per far pari, un estremista di segno opposto se la prenda con dei manifestanti? In America la polarizzazione ha avuto il suo morto, Charlie Kirk. Vogliamo davvero aspettare il nostro?