L’Ansa riporta che Costantino Russo è morto d’infarto, mentre FanPage racconta che si è trattato di suicidio. L’unica certezza, per ora, è che Costantino Russo, 39 anni, figlio del boss dei Casalesi “Peppe o’ padrino”, aveva iniziato da pochissimo a collaborare con la giustizia. E ieri sera l’hanno trovato morto in carcere. Trentanove anni, spalle grosse e il cognome pesante di chi ha passato la vita a fare il boss. Costantino, dicono, era il reggente designato della fazione Russo-Schiavone, l'uomo a cui avevano dato in mano le chiavi degli affari mentre il padre Giuseppe, l'inossidabile “Peppe ’o Padrino”, sta rinchiuso al 41-bis dal 2004 e gli zii Massimo, Francesco e Corrado finivano a fare numero nelle carceri di mezza Italia, schiacciati dall'ombra storica di Francesco Schiavone Sandokan. Lo avevano prelevato a luglio con un'operazione coordinata dal procuratore Nicola Gratteri e dal pm Michele Del Prete. Blitz incrociato di Dia e Guardia di Finanza per mettere i sigilli su un impero che non spara più. Ma incassa ovunque: quattordici società sequestrate, due milioni di valore, una mappa di interessi spalmata tra Castel Volturno, Aversa, Casal di Principe e Napoli. Bar Miramare, Chalet del Mare, Conca Beach, la Scimmietta Bis, la discoteca Area 51 trasformata in centrale delle scommesse clandestine e spaccio di cocaina e erba. E poi negozi di abbigliamento, centri estetici, quote del Nereo Club, mazzette di contanti chiuse nei cassetti e orologi d'oro da esibire. La versione 2.0 dei Casalesi: meno mitragliette sotto il cappotto, più stabilimenti balneari e slot per ripulire la cassa.
Tutto perfetto. Fino a che non è arrivato lo Stato. O, forse è meglio dirla così, fino a che non sono venute meno le protezioni dello Stato. Finito in cella a Secondigliano, Costantino capisce che la baracca sta crollando e fa quello che a Casale nessuno perdona: si siede davanti ai magistrati della DDA. Una scelta condivisa con la moglie e i figli, preludio a verbali pronti a smontare le nuove gerarchie, le complicità sul litorale domitio, i canali di finanziamento e le direttive che dai bracci di rigore arrivavano all'esterno. Lo mettono nell'area riservata ai collaboratori. Da solo in cella. Quella in cui ieri l’hanno trovato morto.
Pochi minuti dopo, appena la notizia è uscita dal carcere, è scattata la commedia delle campane stonate. L’Ansa spara il lancio dell'infarto fulminante, il malore improvviso che stronca il 39enne in cuccetta. FanPage dice altro: si è impiccato, è suicidio. Corde non ne sono state trovate. Probabilmente ha ragione l’Ansa e il gesto volontario c’entra niente. Ma la Dda apre comunque un fascicolo di corsa per capire cosa sia successo davvero. La certezza, per adesso, è una sola e è la solita favola triste senza lieto fine: c’era un uomo di trentanove anni in una cella d'isolamento che aveva spalancato la bocca sugli affari sporchi della camorra casertana e che da quella è uscito morto. Se è così che ha voluto il destino si capirà, se, invece, è così che ha voluto qualcun altro, sarà doveroso capirlo subito e l'unico modo è non farsi prendere in giro.