Se persino lo Spiegel, uno dei settimanali più autorevoli della Germania, ha dedicato un lungo articolo all'inesorabile declino dell'automotive europea in Cina, allora significa che la situazione è estremamente grave. La sintesi è più o meno la seguente: nel corso degli ultimi anni, oltre la Muraglia, la superiorità europea, ma in particolar modo tedesca, nel mondo delle quattro ruote è stata spazzata via. Stessa sorte sta lentamente capitando anche alle auto di lusso come le iconiche Ferrari, a lungo simbolo di eleganza e ricchezza ma oggi sotto pressione pure loro. L'identikit del killer, o meglio al plurale, dei killer? Le auto cinesi. Auto elettriche e rigorosamente costruite in Cina da costruttori autoctoni. “Chi aveva raggiunto un certo successo durante gli anni di crescita economica si comprava il meglio che il proprio budget gli permetteva. Idealmente, una Mercedes, una Ferrari o un Suv costoso: la Mercedes preferibilmente rosa, la Ferrari verde brillante, il Suv con un tubo di scarico a forma di canna fumaria. E quando una di queste auto faceva una partenza brillante a Shanghai o a Shenzhen, o veniva parcheggiata con orgoglio davanti a quanti più ammiratori possibile, non c'era traccia del disprezzo che si poteva trovare nell'Europa più tradizionale”, ha scritto il giornalista Bernhard Zand ricordando quanto era solito accadere in Cina appena sei anni fa. Sei anni, si badi bene: non un'era geologica fa.
Oggi non esiste più niente di simile. In giro, ovviamente, ci sono ancora le Mercedes, le Ferrari e i Suv occidentali. Attirano persino l'attenzione ma non più perché concepiti come simbolo di ricchezza e affermazione, ma come “dinosauri di un'era automobilistica in declino”. Le metropoli cinesi, ormai munite di eccellenti, capillari e funzionali reti di trasporto pubblico (un particolare che ha fatto calare il numero di automobilisti), sono travolte da auto elettriche ben riconoscibili dall'assenza di rumore che generano e dai colori delle loro targhe, verdi e bianche. I vecchi veicoli con i motori a combustione, con le targhe blu, sono sempre più rari. “Bisogna quasi cercarli con attenzione per avvistare le auto di lusso occidentali, un tempo predominanti”, ha puntualizzato Zand. La nuova mobilità cinese è caratterizzata da decine di marchi e modelli Made in China ma soprattutto Made by China. Nio, Arcfox, Aito, Maextro, Xiaomi, Yangwang: è impossibile tenere il conto. Quello che invece è possibile è notare è che i cinesi le guidano con passione e soddisfazione. “Guidare un'auto cinese in Cina è diventato non solo comune, ma anche chic e un segno di patriottismo”, racconta lo Spiegel. Tanti saluti alle berline tedesche e persino alle supercar italiane.
E pensare che fino a un paio di decenni fa le auto cinesi godevano di una pessima reputazione. E che i cinesi stessi erano soliti paragonare l'intera industria automobilistica alla loro nazionale di calcio: fallimentare, incapace di vincere, deludente, scadente. Poi tutto è cambiato. In realtà qualcosa di buono, la Cina, riusciva già a farlo. Merito delle numerose joint venture tra le aziende statali cinesi e i partner occidentali, le stesse che hanno sfornato Audi, Bmw, Volkswagen e Mercedes a ripetizione per i mercati internazionali (e pure quello locale). Audi, addirittura, aveva persino iniziato a produrre particolari limousine per alti funzionari del Partito Comunista Cinese, con un passo extra-lungo, in modo che i funzionari seduti sui sedili posteriori potessero distendere comodamente le gambe. Ebbene, quell'epoca è finita. Il Dragone ha appreso il know how occidentale e ha iniziato a sfornare le proprie auto premium e di lusso, seguendo tra l'altro modalità di vendite particolari. Nio, per esempio, ha il suo flagship store su Chang'an Boulevard, a pochi passi da Piazza Tiananmen; al piano superiore dello showroom, l'azienda gestisce una lounge con vista sull'ampia strada dove il Partito organizza le sue parate militari. “Ferrari e Mercedes sono come dinosauri a Pechino”, ha titolato uno sconsolato Spiegel.