Il momento è a dir poco complicato. Negli ultimi giorni Volvo ha perso oltre il 30% in Borsa, ha registrato una pesante perdita trimestrale e si sta preparando a tagliare altri 2.500 posti di lavoro. La casa automobilistica svedese, controllata dal gruppo cinese Geely, sta attraversando una delle fasi più difficili della sua storia recente. Il problema principale arriva proprio dalla Cina, un mercato che per anni ha rappresentato una grande opportunità commerciale e industriale e che oggi si sta trasformando in una fonte di preoccupazione. Nel terzo trimestre del 2026 le consegne del marchio nel Paese asiatico sono diminuite di oltre il 40% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, mentre i ricavi hanno perso quasi la metà del loro valore. Il quadro finanziario è altrettanto complicato. Tra luglio e settembre Volvo Cars ha registrato una perdita netta di 5,7 miliardi di corone svedesi, circa 575 milioni di dollari, contro un utile di 4,5 miliardi nello stesso trimestre del 2025. I ricavi sono scesi del 23%, a 66,9 miliardi di corone, mentre il deflusso di cassa ha sfiorato i 9 miliardi. Questi numeri hanno spinto gli investitori a vendere le azioni della società, precipitate fino al 30% in una sola seduta e a un minimo storico. Per affrontare l'emergenza il gruppo ha annunciato un ulteriore programma di risparmi da 5 miliardi di corone, che comprende l'eliminazione di svariati posti di lavoro, soprattutto in Svezia. I nuovi tagli si aggiungono ai circa 3.000 esuberi già annunciati in precedenza.
L'amministratore delegato Hakan Samuelsson ha ammesso che il mercato cinese delle automobili sviluppate in Occidente e successivamente assemblate localmente sta rapidamente scomparendo. "Nessuno avrà successo con la vecchia ricetta delle auto globali sviluppate in Europa e vendute a prezzi premium in Cina. Quei tempi sono finiti", ha commentato il dirigente. La sua valutazione trova conferma nell'analisi del Financial Times, secondo cui la contrazione dei ricavi cinesi, unita alla debolezza delle vendite di elettriche e ibride plug-in, ha colpito duramente i conti della società. Il quotidiano britannico ha inoltre evidenziato come Volvo abbia dovuto rivedere le aspettative legate alla vendita dei crediti sulle emissioni, dopo la revisione delle politiche ambientali statunitensi da parte dell'amministrazione Trump. Il paradosso riguarda soprattutto Geely. Il gruppo cinese ha acquistato Volvo da Ford nel 2010 e oggi ne controlla quasi l'80%, mettendo a disposizione risorse finanziarie, tecnologie e piattaforme produttive. Eppure, neppure avere alle spalle uno dei maggiori costruttori cinesi sembra sufficiente per difendersi dall'avanzata dei marchi locali. In Cina operano oltre cento produttori automobilistici, impegnati in una competizione sui prezzi che favorisce vetture elettriche meno costose, software avanzati, sistemi di intrattenimento e tempi di sviluppo molto più rapidi rispetto a quelli tradizionali dei gruppi occidentali. Samuelsson ha riconosciuto di aver sottovalutato la velocità di questa trasformazione...
La risposta di Volvo sarà quindi una maggiore integrazione con la casa madre: nuovi modelli sviluppati direttamente per il pubblico cinese, software locali e piattaforme meno costose fornite da Geely. Il piano industriale prevede il lancio di 13 nuovi veicoli entro il 2030, sette destinati ai mercati occidentali e sei progettati specificamente per la Cina insieme alle società del gruppo. In ogni caso q uesta vicenda va oltre i problemi di un singolo marchio e rappresenta un campanello d'allarme per l'intera industria automobilistica europea. La concorrenza cinese non sta mettendo sotto pressione soltanto le aziende che vendono direttamente nel mercato asiatico, ma anche quelle che devono difendere le proprie quote in Europa e negli Stati Uniti. Volkswagen, BMW, Porsche, Stellantis e Jaguar Land Rover stanno affrontando difficoltà legate a margini ridotti, costi produttivi elevati, dazi commerciali e investimenti sempre più onerosi nella transizione elettrica. Alcuni gruppi hanno già avviato ristrutturazioni e riduzioni del personale, mentre altri stanno rivedendo le proprie strategie commerciali e industriali. Il problema è che i produttori del Dragone hanno progressivamente accorciato le distanze tecnologiche con i concorrenti occidentali e, in diversi segmenti, sono riusciti a superarli sul rapporto tra prezzo, dotazioni e innovazione. La stessa Volvo, che avrebbe dovuto beneficiare dell'appartenenza a Geely, si trova ora a dover imparare dalla propria proprietà come progettare automobili capaci di soddisfare i consumatori cinesi. La lezione è chiara: il capitale cinese può sostenere un marchio europeo, offrirgli tecnologie e ridurne i costi, ma non garantisce automaticamente vendite e competitività.