Per quanto divertente possa essere seguire le sparate di Donald Trump contro l'Unione europea, Ursula von der Leyen, Keir Starmer, Pedro Sanchez, la Nato e per ultima Giorgia Meloni, forse vale la pena staccarsi un attimo dal tycoon e concentrarsi su altro. Sull'Europa, per esempio, e su due dinamiche che sono in corso nel momento in cui scriviamo e che potrebbero cambiare per sempre gli equilibri del continente. Già, perché mentre tutti ci spiegano di come Trump stia spaccando l'Alleanza Atlantica e incrinando storiche partnership, qualcuno non ha perso tempo nell'attivarsi per riempire i vuoti creati dalla meteora Donald. La Francia di Emmanuel Macron sta lavorando per creare una nuova architettura europea di potere che abbia ovviamente il suo epicentro a Parigi. Non è un caso che i francesi abbiano quasi triplicato le truppe Nato del contingente a guida francese sul fianco orientale dell'Alleanza Atlantica, in Romania, portandole da circa 1.500 a 4.000 unità. E che, soprattutto, il capo dell'Eliseo abbia esplicitamente offerto di estendere la protezione nucleare del suo Paese ai partner del Vecchio Continente. Ebbene, la Norvegia ha annunciato la sua adesione all'iniziativa francese di "deterrenza avanzata”, unendosi ad altri otto Stati: Germania, Paesi Bassi, Grecia, Belgio, Polonia, Svezia, Danimarca e Regno Unito.
Lo scorso marzo, nel corso di un discorso televisivo alla nazione, Macron ha descritto la Russia come una “minaccia per la Francia e per l'Europa” e ha affermato di aver deciso “di aprire il dibattito strategico sulla protezione dei nostri alleati nel continente europeo attraverso il nostro deterrente (nucleare ndr)”. La revisione della dottrina nucleare di Parigi consente a Macron di schierare forze francesi all'estero, sia in tempo di pace per segnalazioni strategiche, sia in tempo di guerra. Curioso, intanto, il caso irlandese. Come ha spiegato Foreign Policy, a gennaio Dublino e Parigi hanno firmato un quadro strategico che durerà fino al 2030, mentre a febbraio è seguito un accordo di cooperazione militare riguardante l'addestramento congiunto, la condivisione di informazioni di intelligence e altri settori. Aspetto ancora più significativo: l'Irlanda ha esternalizzato quasi interamente alla Francia la gestione degli appalti militari, compresi gli aspetti legali, amministrativi e logistici. Cosa significa? Che il governo irlandese ha incaricato la Francia di negoziare, stipulare e firmare per suo conto contratti per attrezzature militari critiche, e che sempre la Francia sceglierà il fornitore, determinerà le tempistiche e fisserà i prezzi, senza alcuna gara d'appalto, valutazione tecnica irlandese indipendente o meccanismo di verifica del rapporto qualità-prezzo. Altri governi imiteranno quello di Dublino?
Attenzione, infine, alla Germania. La rivista tedesca Der Spiegel, tanto per capire che aria tira da quelle parti, è uscita con una copertina emblematica: con il titolo “La nostra guerra contro la Russia” riferita alla Seconda guerra Mondiale ma confondendo - presumibilmente in maniera volontaria - l'Unione Sovietica con la Federazione Russa. Certo, l'obiettivo del dossier era quello di informare i lettori sui crimini commessi dai tedeschi nell'Europa orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. “Equiparare la Russia all'Unione Sovietica distorce la realtà storica e, di conseguenza, la percezione dell'attuale guerra che il Cremlino sta conducendo contro l'Ucraina da dodici anni”, ha tuttavia scritto il quotidiano tedesco Faz. Ma gli scivoloni della stampa teutonica sono niente in confronto alle promesse del ministro della Difesa di Berlino, Boris Pistorius: “Avremo l’esercito convenzionale più potente d'Europa”. E ancora, altri segnali preoccupanti: nel 2026 è stato reintrodotto il servizio militare su base volontaria, con la possibilità che diventi obbligatorio se il numero di adesioni non sarà sufficiente; le spese per la Difesa sono passate dai 50 miliardi di euro del 2022 ai 150 miliardi nel giro di tre anni; si stanno realizzando nuove infrastrutture strategiche nel Paese; e diverse industrie automobilistiche stanno convertendo parte della loro produzione alla realizzazione di veicoli militari. Oltre a Trump, forse, è bene monitorare anche Parigi e Berlino.