Le voci corrono in fretta da quando si è riaperto il filone d’inchiesta su Sogei e il ministero della Difesa. D’altronde la perquisizione degli uffici di via XX settembre, Terna, Rfi e Polo Strategico Nazionale non è roba da poco e casca nel delicatissimo e incerto post referendum (se non a meno di due giorni dai 103 anni dell’aeronautica militare). Gli atti dell’inchiesta sono rimasti secretati finché la Procura di Roma non ha scelto il momento giusto per uscire allo scoperto. La notizia viene battuta per prima dall’Ansa. Vengono fatti i nomi di Francesco Dattola, l’amministratore della Nsr srl “incline a procurarsi ingenti somme di denaro contante, attraverso il meccanismo di fatturazioni false e riciclaggio”, Antonio Spalletta “che ha certamente favorito”, secondo la Procura, “l’ingresso delle società di Dattola in ambienti di estrema importanza strategica, tra cui il Polo Strategico Nazionale e, soprattutto, il ministero della Difesa” e Stefano Tronelli di Tron Group Holding. Ma il nome che più fa scalpore è quello di un politico in ascesa, uno dei volti che più si è speso per il sì, Giorgio Mulè. Va fatto notare, però, che il nome dell’azzurro vicepresidente della Camera dei Deputati si manifesta soltanto in un secondo momento, “secondo quanto apprende Repubblica dagli atti dell’inchiesta. (…) Il faccendiere imprenditore Antonio Spalletta sarebbe intervenuto ‘attravreso il (reale o millantato) intervento di un esponente di Forza Italia (Mulé, all'epoca sottosegretario alla difesa del governo Draghi) per favorire la promozione di Pier Francesco Coppola a generale dell’aeronautica”. E qui il gioco si fa interessante. Perché ai ben informati la casualità non appare così casuale.
La domanda che tutti si sono posti è: perché tirare fuori il nome di Mulè se non è né indagato né presente negli atti dell'inchiesta se non citato da una persona? Anche perché, poi - diciamolo - se la promozione di un generale non passa dal sottosegretario alla Difesa da chi dovrebbe passare? Ecco, dietro a questa risposta, ci dicono sempre i ben informati, si celerebbero (anche) motivi personali. Il direttore di Repubblica è Mario Orfeo e alla base di tutto ci sarebbe una sottile, reciproca, antipatia tra i due personaggi. Uno, che punterebbe alla poltrona del TG5. L'altro, tornato ad essere tra i forzisti più influenti e vicini a Marina Berlusconi. Ma più l'influenza di Mulè è forte più è probabile che lo specchiatissimo curriculum di Orfeo possa non essere sufficiente a portarlo al posto di Clemente Mimun (direttore del tg di punta di Mediaset dal 2007).
Al di là della sua carriera politica in Forza Italia, Mulé può vantare ben venti anni di esperienza nel settore dell'informazione proprio tra il palazzo Mondadori e Mediaset. Dal 2006 al 2008 è stato direttore di Videonews, per poi passare alla guida di Studio Aperto – ereditando la carica fino a quel momento ricoperta da Mario Giordano. Nel 2009 è il direttore di Panorama e vi rimane fino al 2018, quando debutta in Forza Italia come deputato eletto alla Camera. Insomma, le carte in regola per farsi ascoltare a Milano 2, le ha eccome. Mario Orfeo, dal canto suo, non è da meno, ma dall'altro lato della barricata, ovvero, in viale Mazzini. Dopo il suo debutto sulla carta stampata come direttore del Mattino di Napoli nel 2002 (quando viene scelto da Francesco Gaetano Caltagirone), nel 2009 è direttore del Tg2. Poi torna sotto l'ala del patron di Generali, alla guida del Messaggero, ottenuta nel 2011 e abbandonata un anno dopo per la prestigiosa direzione del Tg1, dove subentra ad Augusto Minzolini (segnando un record di ascolti rispetto al suo predecessore). Tornato al Tg3 dopo una breve parentesi alla guida del genere Approfondimenti della Rai, nell’ottobre 2024 viene scelto come direttore di Repubblica, ed eccoci qui dove ci eravamo lasciati. Per Orfeo, il Tg5 rappresenterebbe un traguardo storico, ma in questa raffinata partita, scoprire le carte, come è accaduto a proposito di Mulé e dell'affaire Sogei, rischia di avere i suoi effetti collaterali, non trattandosi affatto un’innocente scherzo fra amici. Il tutto, poi, sul quotidiano dove la stessa Marina Berlusconi, ormai da qualche tempo, rilascia con disinvoltura interviste che in tempi non sospetti avrebbero destato lo stupore di chiunque.
Sarà un caso poi, che nel pezzo di ieri (29 marzo) a proposito dell'operazione repulisti dell’erede del Cav in Forza Italia, il nome di Mulé non venga neanche lontanamente menzionato? Nell'articolo in apertura a pagina sette (come i peccati capitali) si legge che Marina incontrerà Antonio Tajani – come tutti sanno, non scorre affatto buon sangue tra loro – oltre ai big di Forza Italia – da Casellati a Zangrillo – per fare il punto sul fallimento al referendum e, perché no, un po’ di pulizie di primavera. Non stupisce, data l'aria che tira anche nel partito di Giorgia Meloni, che in questo momento, si sta comportando esattamente allo stesso modo. Per quanto riguarda i disegni della principale finanziatrice di Forza Italia sul partito fondato dal padre, la prova di quanto appena spiegato è lo scambio di ruoli tra Stefania Craxi (ora capogruppo dei senatori azzurri) e Maurizio Gasparri (in commissione esteri e difesa), una scelta non secondaria per la messa alle strette del cognato di Tajani, Paolo Barelli, capogruppo dei deputati di Fi, che ora può contare solo più sulla fiducia di 11 parlamentari contro 54. Ecco, in tutto questo racconto, naturalmente, il nome di Mulé non compare, neanche per sbaglio, anche se è nota la sua recente ascesa tra le file di Forza Italia. Quindi se il giorno prima (si fa per dire) Repubblica tira fuori il suo nome, il giorno dopo lo ignora.