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La sinistra riparta da Instagram, nasce il sindacato degli influencer: lavoratori? Tiè!

  • di Grazia Sambruna Grazia Sambruna

20 ottobre 2022

La sinistra riparta da Instagram, nasce il sindacato degli influencer: lavoratori? Tiè!
Nel peggiore dei mondi possibili, ossia quello in cui viviamo, ecco la nuova boiata galattica: nasce il sindacato degli influencer e tutti riportano la notizia giulivi, come fosse un progresso. Senza nulla togliere all'impegno dell'esercito del selfie (e all'incalcolabile giro di dobloni che smuove con ogni post), il lavoro reale e non virtuale, ma anche quello precario e senza alcuna garanzia in cui tutti bene o male siamo impantanati, chi lo tutela? Stocazzo, come al solito

di Grazia Sambruna Grazia Sambruna

E allora siamo stronzi. Ma pure rosiconi. Gente senza costrutto che non è riuscita a surfare l'onda lunga di Instagram quando ce n'era la possibilità e oggi si ritrova con le pezze al deretano, cercando di arrivare a fine mese con brio, creatività e tante, tantissime bestemmie a mezzabocca. Il 19 ottobre 2022 è una data che segna una nuova scudisciata sulle gengive di chi lavora, o tenta di farlo, nel nostro supposto bel Paese: è nato, infatti, il primo sindacato degli influencer. Non vogliamo fare di tutta l'erba un fascio, ma dato che i servigi dell'associazione, a tutti i 350mila membri dell'esercito del selfie sono rivolti, bisognerà pur cominciare a fare un po' di chiarezza, spiegando come e perché questa iniziativa sia assurda, capitalista fino a puzzare del peggior cumenda e annichilente per noti tutti, i poveri stronzi di cui sopra. La priorità di Assoinfluencer è quella di tutelare i diritti e gli interessi dei seguitissimi sui social, vittime di ferali partite iva e azzardati ritocchi Photoshop nella campagne #adv più groundbreaking. Problemi di primissimo ordine, anzichenò, in un'Italia che conta 5 milioni di persone che vivono in stato di assoluta poverà e lavoratori fustigati da turni impossibili che tirano avanti col solo ausilio di due croccantini possi a fine mese. A loro chi pensa? Nessuno. Perché follow the money è, come sempre, l'unico vero trend topic. Lavoratori? Tiè!

L'influencer Chiara Nasti al lavoro
L'influencer Chiara Nasti al lavoro

"Gli influencer sono professionisti che agiscono all'interno di un mercato che va regolamentato", comunicano le due menti dietro a questa bella iniziativa, ossia Jacopo Ierussi e Valentina Salonia. Il fatto che una regolamentazione sia necessaria ci trova d'accordo. Considerate le cifre che questi individui smuovono (e percepiscono), si parla di 280 milioni euro annui solo in Italia, coi loro post prezzolati così aesthetic, sarebbe bene che i brand siano messi in grado di investire consapevolmente. E che nessuno qui nomini il Codacons, per cortesia. Se gli influencer sono, nei fatti, la nuova pubblicità, non esiste un metro di giudizio affidabile e oggettivo per valutare la mole di persone che effettivamente possono raggiungere. Certo, ci sono le agenzie che valutano il numero di follower (quanti comprati?) e andando più nello specifico richiedono insight e impression per ogni "attivazione" social. Cifre da mandare, gongolanti, al cliente sempre giulivo nel vedere numeroni oni oni risparmiandoci la rima. A camuffare tale cifre, a renderle malleabili e sempre sensanzionalistiche perché "dipende da come le si guarda" un po' come succede per gli ascolti tv, ci vuole un attimo. Quindi, spesso, aziende e imprese si ritrovano a versare fiumi di dobloni (che potrebbero erogare ai dipendenti mediamente sottopagati rispetto al costo della vita vera, non quella social) per dire "Comprami" a un par di gatti o poco più. Ritrovandosi, senza saperlo, insomma, con in mano l'eco sfinita di una vecchia hit di Viola Valentino. 

L'influencer Iconize che mostra i lividi di una finta aggressione omofoba per lavoro
L'influencer Iconize che mostra i lividi di una finta aggressione omofoba per lavoro

"Siamo all'anno zero", aggiungono i promotori di Assoinfluencer forse senza rendersi conto di quante professioni, decisamente meno virtuali, lo siano tuttora, nonostante esistano da sempre. Ecco un dato interessante che varrebbe bene una view: + 164 % è l'aumento iperbolico, su scala nazionale, delle morti sul lavoro dal 2021 al 2022 (lo rende noto l'Osservatorio del Lavoro di Mestre). Ma di questo si parla solo quando a tirare la cuoia è una bella e giovane ragazza, possibilmente anche mamma, da mettere in florida apertura dell'articolo drama-acchiappalike. E menomale che la questione viene citata, ci mancherebbe. Ma lo sentiamo solo noi, il fetore rancido di questo sistema? 

Nel frattempo, la sinistra. La sinistra se ne batte. Avendo oramai fondato la propria stessa sussistenza sul come non essere percepiti, aspettandosi voti provenienti solo dalla paura del ritorno di un terrificante mostro fascista, si dedica ad hashtag e asterischi, di fatto foraggiando un sistema che rende sempre più grandi i (già) grandi, schiacciando i deboli (di follower). Un cortocircuito che abbiamo già affrontato, ma che val bene sempre la pena di ribadire, visto che nessuno sembra renderesene conto. Pillola rossa o pillola blu? Quasi sicuramente non quella del giorno dopo, visto l'aria che sta cominciando a tirare sul tema dei diritti fondamentali di ogni donna. Diritti, questi, che ben poco hanno a che fare con le desinenze al femminile dei termini con cui molte pretendono di essere apostrafate come se il problema quello fosse. Magari, signore nostre, magari. 

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Un post condiviso da Monica Cirinnà (@monicacirinna)

Pure le letterine si inventano, per carità sia mai quelle di Passaparola, pur di non guardare in faccia la realtà fattuale che comporta il sensibile rischio di imbattersi in persone senza lavoro, né possibilità di trovarne uno, dignitoso, in tempi umani. Questa non è la narrazione del piagina inetto, è mera percentuale statistica. Perfino chi un mestiere ce l'ha e lo svolge non riesce, nella maggior parte dei casi, a star dietro al costo della vita. Basti pensare agli affitti, per non parlare delle spese che deve affrontare chi non è nato ricco e ha in mente di farsi una famiglia. 1200 euro è lo stipendio medio mensile, di cui mille volano via serenamente per il canone di un monolocale a Milano. 

E in un'Italia così, messa in questo modo, davvero nasce l'urgenza di preoccuparsi dei diritti e degli interessi degli influencer (che già godono di introiti stellari per ogni singola storia Instagram)? Non ci sarebbero, azzardiamo, altre priorità di cui, per una volta almeno, non limitare a riempirsi la bocca per ricevere consensi? I precari sono milioni, la maggior parte dei nati negli anni Ottanta o su di lì, indottrinati fin da giovanissimi a levarsi la presunzione di pretendere di essere pagati per il proprio lavoro. Sono cresciuti stanchi, un esercito di zombie che campa come può, bramoso di stordirsi, di non pensare magari ascoltando musica oramai datata di quando, perfino, c'era una band di nome "Lo stato sociale". Per carità, oggi pure loro sono tutti infugluencer. La "G" è voluta. 

Siamo sensibili a tutto per trend, alle persone sovrappeso, alle minoranze, all'olio di palma e all'ultima sparata fashion della popstar che lancia una linea gnam coutore di bigiotteria fatta delle sue stesse cicche masticate (sì, è successo davvero, in questi giorni), alla plastica, al surriscaldamento globale, all'importanza di avere freddo in casa, più freddo possibile, per evitare la crisi energetica mondiale. Come se fosse in mano nostra. In mano nostra non c'è nulla, nemmeno un contratto scritto nero su bianco, ad andar bene. Siamo tutti sostituibili dalla sera alla mattina, col culo strettissimo e un grande risoluto sorriso proattivo. Ma, per fortuna, è nato il sindacato degli influencer. A tutela dei diritti dei nuovi privilegiati. Ai vecchi poveri, sempre noi, sempre gli stessi stronzi, oramai è andata così. Peccato, sarà per la prossima (generazione). 

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