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La vera crisi che stiamo vivendo è quella del nemico che abbiamo smesso di chiamare fratello. Torniamo a leggere Camus e Leopardi

  • di Flaminia Colella Flaminia Colella

15 gennaio 2026

La vera crisi che stiamo vivendo è quella del nemico che abbiamo smesso di chiamare fratello. Torniamo a leggere Camus e Leopardi
Lo dice Camus, lo diciamo anche noi. Lo scontro, l’avversario, persino la guerra, si fa tra fratelli. Tra esseri umani. Questo non significa toccarla piano, né fare i buonisti. La vera crisi che stiamo vivendo è quella del nemico, che ora viene disumanizzato e diventa solo l’oggetto di shitstorm e polemichette sui social, e dunque un bene di consumo per l’algoritmo di influencer e nichilisti

di Flaminia Colella Flaminia Colella

“All’estremo di una lotta a morte nella quale la follia del secolo mischia indistintamente gli uomini, il nemico resta il fratello nemico. Anche denunciato nei suoi errori, non può essere disprezzato né odiato(..) La terra dell’umanesimo è divenuta questa Europa, terra inumana”. Questo commovente adagio sulla fratellanza è il cuore della riflessione svolta, tra molti itinerari di pensiero che ripercorrono la trama della vicenda umana sin dai suoi albori mitici, ne L’uomo in rivolta da parte di Albert Camus.

Da Prometeo che rivaleggia con gli dei per consegnare lo scettro della tecnica, rappresentato dal fuoco, agli uomini, sino a Sade e a Nietzsche che dichiarano guerra ad ogni cielo, profetizzandone la (quasi) totale insignificanza, Camus riflette su questo, che sino a che l’uomo ha avuto possibilità di riconoscersi in un orizzonte di senso sentito proprio da tutti gli uomini, anche il nemico è rimasto il fratello nemico. Specialmente nella rivolta, suprema facoltà umana la cui semente è proprio il sentimento di fratellanza. Ma questo avveniva prima delle rivoluzioni, che tuonano sul novecento, in particolare, scrive Camus, come un urlo di rivolta sempre più sterile perché non più sostenuto da alcuna fede nell’orizzonte, ma solo dal “no” di ideologie nichiliste, un no privo di metafisica (cioè di sguardo rivolto verso l’Essere che viene prima di ogni essere, quello che alberga in noi e nei fratelli nemici e che ci fa uguali) e di destinazione: non più rivolta che dice “si”, nel segno di una speranza in un ordine migliore e possibile, ma cieca foia devastatrice. “Ma il nichilismo, se non è, si sforza di essere, e questo basta a disertare il mondo”. E ora che rivoluzioni viviamo e nel segno di quale solidarietà, di quale umano riconoscimento in un segno, uno, che sia comune?

“Non sono d’accordo con la tua idea, ma sono disposto a morire perché tu abbia possibilità di esprimerla”, questa enunciazione, storicamente attribuita alla riflessione di Voltaire, torna alla mente se si considera il valore incommensurabile delle grandi teorie giusnaturalistiche, lo sforzo di tutti i giuristi vissuti negli ultimi due secoli il cui pensiero, prima di ogni declinazione in fattispecie normative, ha rappresentato il fiume dalle cui acque sono nate le costituzioni moderne, tutte fondate sull’imperativo (qui da intendersi in senso tecnico, prima che morale) di riconoscere il valore della vita umana quale bene supremo da tutelare e promuovere, (pensiamo agli artt. 2 e 3, 13, e molti altri, per esempio, della Costituzione italiana, e a come tali principi abbiano trovato espressione nella giurisprudenza civile, costituzionale, penale).

Camus
Albert Camus

Che stupendi dispositivi sono quelli di cui ci siamo dotati dopo secoli di massacri, noi occidentali ed europei, in alcuni casi così riusciti da essere divenuti la cornice amministrativa di un agire virtuoso all’insegna della ricerca della vera solidarietà tra gli uomini. Occorrerebbe qui dilungarsi, partendo dal Beccaria sino ad arrivare a Foucault, e ancora oltre, per tornare a ricordarci, in modo onesto e disarmato, quanto sia importante che la vita del mio nemico rimanga il bene che più sta a cuore a ognuno, e anche che tale principio naturale, prima, e poi fondante ogni gradiente di legalità nelle democrazie sgorgate da quell’impegno di pensiero e di fede così tenaci e venute dopo l’orrore delle guerre mondiali, è bene che continui ad essere sentito da ciascuno come intangibile, specie in questo tempo, in cui viene così subdolamente minacciato. Qui basterà anche solo riaffermare questo postulato: o il nemico è nostro fratello, e l’ingiustizia che subisce mi offende tanto quanto quella che potrei patire io stesso, oppure ci stiamo consegnando alla rovina, scelleratamente.

La vita umana è inviolabile, la libertà umana è inviolabile, e non può comprimersi “se non nei modi e nelle forme previste dalla legge”, e cioè dal potere legislativo cui debbono soggiacere tutti gli altri poteri dello stato: anche questo fraseggio, così musicale e caloroso, l’abbiamo conquistato guadando fiumi di sangue. Ma badiamo bene: la vita umana è inviolabile (stavolta pensiamo a Simon Weil: in senso impersonale), se tale consideriamo quella di qualunque uomo. Non di un uomo appartenente al sistema di valori che riconosciamo, dunque nostro simile, ma dell’uomo distante anni luce da noi, soprattutto quella dell’uomo più disprezzabile, più condannabile. Dobbiamo combattere per questo. È desolante accorgersi che “fratello” e “nemico” stiano divenendo via via parole che provocano insensatamente orrore a molti se udite all’interno della frase. O della stessa stanza. E sui mezzi di comunicazione con cui ci esprimiamo ogni giorno tale fastidio va in onda ancor più grottescamente di quanto avvenga nella realtà fisica.

Dovremmo tornare allo studio dei padri che ci aiutarono a diradare i lumi della ragione, della fede e della possibilità di ragionare filosoficamente, cioè umanamente, ogni giorno, e meditare su quanto tale disprezzo delle nostre più profonde conquiste sia sciocco e miope. Mentre barricate da ogni parte, fanatismo, assertività capziosa camuffata da fedeltà ideologica che impediscono alcun contraddittorio tra portatori di pensieri diversi, legittimazione della forza e del dileggio come metodi per disinnescare la dialettica impazzano noi dobbiamo provare ad essere degni eredi di Locke, di Voltaire, di S. Agostino, di Kant. Perché non avremo vita quotidiana degna se non avremo una vita in comune, e comune, da sempre e per sempre, potrà essere solo la comunità fondata sul sacro rispetto di tale assunto: che il sangue del mio prossimo, che sia pure prossimo nemico, vale quanto il mio.

Leopardi
Giacomo Leopardi

Il sacro “quasi” niente (si riferisce così il Leopardi al “quid” nascosto in ogni misteriosa creatura vivente), che siamo deve rimanere il faro nel cuore di ogni viandante in questi tempi così oscuri e così attentati nella nostra prima forma di libertà, quella di riconoscere che il cielo, qualunque cosa significhi, deve rimanere la nostra patria, l’infinito, prima di ogni finito scopo, perché solo da lì, da ciò che ci trascende tutti, possiamo trarre significato tutti, qualunque sia la nostra appartenenza politica, la nostra fede, il nostro costume, quali che siano i connotati della nostra identità: se proviamo a tenere a mente la comune trascendenza che la nostra umana libertà ha riconosciuto in tempi antichi, allora, anche tra nemici, rimarremo fratelli.

Diversamente, ci consegneremo al disfacimento e all’annichilimento, e alla lotta che ci disarma perché ci indebolisce e ci impedisce di avvistare il vero nemico all’orizzonte, il vero distruttore, il male che assume molte forme, le vere battaglie che continuano a riguardarci, le insidie più pericolose che minacciano la nostra sopravvivenza e che sono nascoste non così altrove dalla malattia presente nel cuore di noi uomini.

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