Signor Baiardo, come mai in presenza oggi? “Mah, così…”, risponde l’ex gelataio di Omegna e favoreggiatore dei fratelli Graviano nell’atrio centrale del Tribunale di Firenze. Sarà che è venerdì ma l’oste della latitanza dei boss di Cosa Nostra sul Lago d’Orta tra il 1991 e il 1994, ha la chioma sempre più lunga e turchese, alla Albus Silente, trattata con quel particolare shampoo che utilizzano le anziane signore per non far ingiallire i capelli bianchi. Non può tagliarseli i capelli, ci ha raccontato mentre si fumava una sigaretta lontano dai suoi avvocati Luca Bellezza e Roberto Ventrella. Gli è ricresciuto un tumore al rene, grosso come una pallina da tennis. Ce lo mostra stringendo tra le dita il bozzo del suo male sul basso ventre. Vorrebbe potersi curare a Palermo dai suoi medici di fiducia, ma questo il braccialetto elettronico glielo impedisce. Come pure gli è interdetto un rapido passaggio dal barbiere: “mi sento un barbone”. Di più non può raccontarci, intervengono repentini gli avvocati appena ci vedono chiacchierare. Baiardo si è presentato a sorpresa al suo processo per calunnia verso Massimo Giletti, il giornalista d’inchiesta a cui avrebbe mostrato una fotografia ritraente un giovane Silvio Berlusconi in compagnia del boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano e il generale Francesco Delfino sulle rive del lago d'Orta. Una foto che, Baiardo, però, nega di avergli mostrato, contrariamente a quanto sotiene Giletti. Certamente, si tratta un po’ per tutti, di un grande giorno, anche perché da quando lo scorso 14 settembre a Caltanissetta il Gip Santi Bologna si è riservato di decidere sulla richiesta di ascoltare le dichiarazioni spontanee dell’uomo d’onore di Brancaccio, serpeggia l’ombra del complotto tra i cronisti. E non solo. Chi ha interesse a non far parlare Giuseppe Graviano che dal 2020, non solo da quest’estate, sostiene di avere cose da dire su Berlusconi e Dell’Utri?
È sospetta per l’avvocato del boss, Antonio Sanvito, la fretta con cui sarebbero state chiuse le indagini del procedimento per calunnia nei confronti di Gaetano Grado, coinvolto nell’omicidio del padre di Giuseppe, Michele Graviano, ucciso nel 1982 durante la seconda guerra di mafia. Nel processo ‘Ndrangheta stragista a Reggio Calabria, Graviano ha accusato Grado di essere coinvolto anche nell’omicidio del poliziotto Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio. Circostanza che la Dda non è riuscita a riscontrare, essendo quel giorno Grado detenuto. Da qui la calunnia e un nuovo processo da ben 5700 pagine. Ad ogni modo, ora, ci troviamo a Firenze. E a quanto pare, ai Pm Lorenzo Gestri e Leopoldo De Gregorio di quel che ha da raccontare Graviano - in videocollegamento dal carcere di Uta a Cagliari - sulle stragi, non vi è interesse. Il boss ormai ha i capelli bianchi, ma è pur sempre in forma, ed elegante. Porta una camicia bianco-grigia aperta sul petto mentre tenta a più riprese di ricollegare l’argomento, divagando dalle domande dei pm, alla morte di suo padre. Ma che siano davvero questi, dunque, i famosi messaggi che Graviano, parlando, avrebbe voluto mandare all’esterno? Perché quello che emerge da quest’ultima udienza è l’immagine di un “supercattivo” con le armi sempre più spuntate. La vera notizia, infatti, non sono i presunti 20 miliardi investiti che, insieme ad altri soci, suo nonno materno Filippo Quartararo avrebbe investito al nord nelle attività di Silvio Berlusconi in cambio del 20% di ogni guadagno. No, di questo Graviano aveva già parlato nel 2020 a Reggio Calabria.
Il punto è che quella famosa “carta privata” che documenterebbe l’investimento, a lui, dice, non importa più, perché non gli “interessa più far rispettare quei patti” di cui aveva parlato con Umberto Adinolfi nel carcere di Ascoli Piceno il 10 aprile 2016, quando venne intercettato a sua insaputa dalla Dda. A Graviano, parrebbe interessare, adesso, un’altra cosa. Ovvero che la magistratura lo ascoltasse sui legami che, secondo lui, vi sarebbero tra l’omicidio di suo padre e le stragi nel continente. Suo padre che morì proprio nel 1982, quando lui sostiene di aver appreso degli affari di suo nonno con Berlusconi. “Da quando Graviano è un consulente delle stragi?” ha sbottato il pm De Gregorio durante il controesame della difesa Baiardo incassando il sostegno del giudice Anna Favi che prima dell’inizio dell’audizione ha passato la mattina intera rinchiusa in camera di consiglio. Causa la motivazione del perimetro giuridico nel quale inquadrare le domande da somministrare a Graviano, dato che i verbali acquisiti dai pm Gestri e De Gregorio sono stati inseriti nel fascicolo del Tribunale solo dopo la chiusura delle indagini pur essendo ancora segretati nel processo di Reggio Calabria. Ma ecco, tornando a Graviano. Possiamo dire di avere a fronte a noi, dunque, un boss che sta lentamente deponendo le armi? Certo è che una porticina affacciata sulla fantomatica fotografia (presunta) che ritrarrebbe lui in compagnia del Cavaliere e del Generale Delfino sulle rive del Lago d’Orta la lascia socchiusa. “Nessun incontro è mai stato organizzato” e la foto, per lui, è falsa. “Una falsità”. Però, dice, “non ricordo. All’epoca frequentavo il lago d’Orta e non posso sapere se all’epoca insomma… qualcuno passando di lì abbia voluto scattare una fotografia”. E quindi Graviano non esclude l’esistenza della foto con Berlusconi, scattata da chissà chi, appostato da quelle parti. Esiste, ci domandiamo, ancora qualcuno disposto a credergli? A Caltanissetta parrebbe di no, e pure a Firenze l'aria che si respira è simile. Dal principio di quest’udienza Graviano ha subito puntato sull’omicidio di suo padre, in risposta alle domande del Pm Gestri. E sul resto, non è emerso praticamente nulla di nuovo.
Alla domanda di Gestri sulla nascita del rapporto tra Berlusconi e il nonno, Graviano risponde:
“Non lo so. L’ho appreso dopo”.
Quei soldi furono consegnati in un’unica soluzione?
“Ho appreso tutta questa vicenda nell’82-83. (…) Mio padre morì il 7 gennaio 1982”.
E proprio sulla morte di suo padre inizia a divagare. Dice che quando suo padre morì un pm gli venne a dire che loro sapevano la verità. Ma che “la verità è come una montagna altissima. E per scalarla ci vanno gli scarponi. Noi abbiamo solo delle scarpette”.
Il pm lo riprende, lo riporta sul tracciato della domanda.
“Mio padre non voleva essere coinvolto (nei presunti affari con Berlusconi) e aveva detto a mio nonno di non coinvolgere neanche i suoi figli”.
Ma sui dettagli più precisi, Graviano, consapevole del fatto che le sue parole hanno un peso specifico differente rispetto a quello che avrebbe potuto dire a Caltanissetta, in quanto sotto giuramento e dunque esposto alla cartina torna sole della verità, rimanda alla memoria scritta dei verbali
Lo sa chi è Giuseppe Greco?
“Era una persona anziana”
Faceva parte di Cosa Nostra?
“Non lo so”
Come nessuna novità sui 3 incontri che sarebbero avvenuti con Silvio Berluscon a Milano e di cui in questo processo Graviano parla con certezza, ma affidandosi alla memoria scritta dei verbali e delle intercettazioni per ricostruire i dettagli. Di più, non si ricorda, perché, dice, la sua memoria sta iniziando a svanire. Di nuovo, sulla sua permanenza ad Omegna vi possiamo raccontare una nota di colore. Lo scherzo che Salvatore Baiardo, che lì viveva e lavorava come gelataio, gli avrebbe fatto presentandogli un ingegnere e un parrucchiere, entrambi omosessuali, che alla vigorosa stretta di mano del boss avrebbero risposto con voce effeminata – riprodotta da Graviano in videocollegamento, suscitando la risata dell’intera aula e pure dei pm – “che stretta!”. Di nuovo, poi, c'è la negazione da parte di Graviano, rispetto a quanto dichiarato nelle precedenti udienze, di aver contribuito economicamente alla gelateria di Baiardo, contribuendo ulteriormente alla convinzione dei pm della sua inattendiblità. Tutto quello che ha già detto a Reggio Calabria nel 2020 si è ripetuto in questo processo senza aggiungere alcuna novità. Inclusa la notizia fatta emergere nel controesame della difesa di Baiardo, ovvero un libro in cantiere che, però, la stampa ancora non aveva appreso. “Ne ho parlato con il mio avvocato nel corso della mia detenzione. Tratterò di quello che ho subito, subivo e sto subendo. Ci sarà qualcuno che lo dovrà scrivere per me. Non posso dirvi di cosa, perché altrimenti mi fermate”.
“Guarda che è bravo. Scrive tantissimo, scrive da tutte le parti”. Ha commentato l’avvocato Sanvito al termine dell’udienza che, però, rischia di mettere una pietra tombale sulla possibilità di parlare ancora di Baiardo. Che davvero fosse questo il grande ricatto a ridosso delle elezioni di cui ha parlato tutta la stampa, inclusi noi, in questi giorni di trepidante attesa? Certamente no. Il perimetro ristretto delle possibili domande non ha reso possibile a Graviano di esprimersi appieno sui punti su cui ha cercato di insistere inutilmente. Il giuramento, d'altronde, serve proprio a questo. Oggi i giornali titolano tutti sui presunti 20 miliardi dei Graviano investiti con Silvio Berlusconi, ma non è una notizia. La notizia vera è un’altra. Giuseppe Graviano ha sempre meno leve per negoziare. E forse non ne ha più nemmeno la voglia di continuare a parlare. Siamo forse giunti al capolinea? Un capolinea che si chiama silenzio?