La storia della guerra in Iran per gli Usa racconta di uno scacco strategico geopolitico non privo di ricadute temporaneamente positive per l’economia a stelle e strisce proprio laddove il sistema-mondo soffre di più, ovvero sul fronte energetico. Mentre Donald Trump vedeva impantanarsi le operazioni Usa nella Terza guerra del Golfo, in patria due risultati prendevano piede. A marzo, rispettivamente, gli Usa sono andati vicini a diventare esportatori netti di petrolio per la prima volta dal 1943 e hanno registrato il volume più alto di esportazioni di gas naturale liquefatto di sempre, beneficiando indirettamente del blocco dello Stretto di Hormuz. A marzo, per la precisione, l’export di Gnl è cresciuto di oltre il 12,5% toccando 480 milioni di metri cubi al giorno e si prevede che salirà mediamente del 9% entro il 2027 a oltre 523 milioni di metri cubi al giorno, approfittando dell’aumento della domanda asiatica a seguito della disruption del gas naturale liquefatto qatariota che regola circa un quinto dell’export globale. Al contempo, settimana scorsa gli Usa hanno avuto un deficit netto di importazioni di petrolio di soli 66mila barili, esportandone 5,2 milioni in media al giorno, a fronte di un deficit medio che a inizio secolo superava i 10 milioni di barili e che ancora nel 2025 era di 2,8.
Il fatto che gli Usa importino ed esportino petrolio al contempo pur essendo il più grande produttore al mondo, con un output superiore a quello di Russia e Arabia Saudita, non deve stupire: il petrolio non è tutto uguale e diversi usi industriali necessitano greggi differenti, negli Usa e all'estero. Washington, riporta il portale "Next Big Future", ha esportato un record di 12,7 milioni di barili equivalenti di petrolio sommando il greggio, la benzina, il kerosene e i prodotti derivati. A marzo si stima che gli Usa abbiano guadagnato 13-16 miliardi di dollari aggiuntivi dall'export di petrolio e 2-4 miliardi extra per il Gnl. Un tesoretto di circa 20 miliardi di dollari extra che rappresenta il profitto di breve periodo dell'indipendenza energetica americana. Questo consente di leggere in profondità gli obiettivi geopolitici dell’America nel Golfo. Lo scacco di Hormuz è pesante come riflesso di un flop geostrategico notevole e senza precedenti, ma l’amministrazione Trump sta cercando di ribaltarlo in leva strategica per poter usare l’arma energetica contro gli avversari geopolitici, Cina in testa. Hormuz oggi, il Canale di Malacca tra Malesia e Indonesia domani? Gli strateghi americani possono prendere esempio dalla sagace tattica dei Pasdaran per immaginare un futuro dove potrà essere Washington a mettere mine sul percorso delle forniture energetiche cinesi. E del resto, i ben attenti analisti Osint notavano che la settimana scorsa nei paraggi di Cuba svolazzavano dei droni navali MQ-4C Triton, attenti a osservare sia l’Isla Grande che le rotte del Dragone attraversanti il Canale di Panama, analizzanti le forniture energetiche da Venezuela (sotto protettorato sostanziale Usa) e Guyana dirette verso la Repubblica Popolare.
Jason Bordoff, analista statunitense specialista in scenari energetici ha scritto sul Financial Times che l’indipendenza energetica può rendere l’America intenta a preservarsi dal declino strutturale più aggressiva e assertiva: “"la politica estera statunitense non è più vincolata dai mercati energetici come lo era un tempo" e forse anche questo, secondo Bordoff, ha influito nel ridipingere la strategia americana, oggi meno dipendente dal Golfo. Anzi, l'America, secondo Bordoff, è garante del surplus petrolifero mondiale: "prima degli attacchi all'Iran, l'Agenzia Internazionale dell'Energia prevedeva che nel 2026 l'offerta avrebbe superato la domanda di quasi 4 milioni di barili". Barack Obama fu indotto a trattare con l'Iran per gli accordi del 2015 anche dal rischio che la guerra procurasse uno shock energetico mondiale. Oggi Trump sa che a pagare lo shock saranno, in primo luogo, quelle economie asiatiche a cui Washington coi dazi ha perturbato l'export industriale e l'Europa, e dunque ciò rende più assertiva la sua azione. Certo, restano errori di calcoli e visioni distorte. Ma non c'è dubbio che sul fronte energetico gli Usa siano più protetti. Almeno finché la popolazione non pagherà lo scotto dei rincari. Scrive Bordoff che "l'aumento dei prezzi contribuisce all'inflazione e i consumatori continuano a risentirne alla pompa di benzina" e "la maggior parte degli americani subisce perdite, mentre un gruppo più ristretto di produttori e investitori ne trae vantaggio". Per Trump la scelta sarà tra Big Oil e Main Street, per gli Usa al contempo lo scacco di Hormuz può produrre dividendi altrove: ma sapranno gli Usa governare la leva geopolitica indotta, senza volerlo, da un conflitto che si è rivelato una palude? Visti i chiari di luna di Casa Bianca e Amministrazione sembra questa la domanda a cui bisognerà dar risposta.