Eufemismo: non è un bel momento per l'industria automobilistica tedesca. Prendiamo Volkswagen, a lungo uno dei migliori simboli del successo industriale della Germania, per anni marchio sinonimo di qualità assoluta e importante motore di crescita per l'economia nazionale. Oggi il colosso di Wolfsburg, in crisi nera, ha pianificato una drastica ristrutturazione del gruppo tra chiusure di stabilimenti, delocalizzazioni della produzione e dolorosi tagli a decine di migliaia di posti di lavoro. “Speravo che le misure concordate nel 2024 fossero già sufficienti. Purtroppo non è stato così”, ha dichiarato Thomas Schaefer, responsabile del marchio Volkswagen, durante una riunione con il personale presso la sede centrale dell'azienda a Wolfsburg. Ecco quindi che la più grande casa automobilistica europea prevede di mandare a casa 50mila lavoratori (c'è chi dice fino a 100mila) entro il 2030, e non più 35mila come precedentemente preventivato. Il gruppo ha tra l'altro ridotto le sue previsioni di margine di profitto per il 2026 all'1% al massimo. Le colpe? La stagnazione del mercato cinese, la poca redditività dei veicoli elettrici (accompagnata da uno scarso interesse generalizzato) e in ultima battuta i dazi varati da Donald Trump. Tanto per aggravare una situazione già critica – quando si dice: “piovere sul bagnato” - lo Spiegel ha scritto che Volkswagen deve richiamare milioni di veicoli in tutto il mondo (circa 4 milioni) per sostituire una vite di fissaggio situata nei pressi dello sterzo, ma che l'azienda si sta preparando “all'eventualità di non avere a disposizione un numero sufficiente di viti di ricambio”. Il risultato? Molti clienti dovranno pazientare e portare i loro mezzi più volte nelle officine.
Ma quanto è grave la crisi di Volkswagen? Lasciamo perdere i numeri e le percentuali. Parliamo di aspetti concreti per rendere meglio l'idea di cosa sta accadendo all'automotive tedesca. Il mercato cinese, in passato vera e propria miniera d'oro per il gruppo, è oggi molto meno redditizio. Di pari passo le case automobilistiche cinesi stanno conquistando ampie quote di mercato in Europa a scapito dei concorrenti continentali. Volkswagen continua inoltre a dover affrontare le difficoltà legate al ritmo dell'elettrificazione, all'impatto delle barriere commerciali statunitensi e alla guerra in Medio Oriente. Il colosso di Wolfsburg deve anche contenere i costi di una vastissima base produttiva che si estende su ben 111 stabilimenti in 26 Paesi del mondo, di cui 10 in Germania, in un momento in cui le vendite sono in calo. Questa storia vale per l'intero settore auto tedesco. Anche Porsche, di cui Volkswagen detiene una quota, sta attraversando una drastica riorganizzazione in seguito a una serie di avvertimenti sui profitti. A luglio, l'azienda ha annunciato ulteriori 5.000 tagli di posti di lavoro, portando il totale dei licenziamenti previsti a 9.000 – un quinto della sua forza lavoro – nei prossimi dieci anni. Bmw, dal canto suo, taglierà 8.000 posti di lavoro su una forza lavoro di 168.000 dipendenti in risposta a quelli che ha definito “i profondi cambiamenti in atto nel suo contesto operativo”. Mercedes-Benz sta intanto ridimensionando le sue attività in patria per concentrarsi sull'espansione in Ungheria, dove i salari sono molto più bassi rispetto all'Europa occidentale: si vocifera anche della chiusura di due impianti.
Insomma, è un bel casino per la Germania e per Friedrich Merz. Il cancelliere, che ha da poco subito una discreta batosta alle ultime elezioni in Sassonia, non ha proposto adeguate soluzioni per rianimare il pilastro dell'economia nazionale. “La chiusura degli stabilimenti automobilistici tradizionali tedeschi è il risultato di una politica economica ed energetica fallimentare”, ha tuonato qualche settimana fa Tino Chrupalla, portavoce federale dell'AfD, partito di estrema destra e in continua crescita, che ha attribuito la colpa all'esecutivo. Nel Paese si contano centinaia di manifestazioni di protesta contro la crisi dell'automotive. E neppure la stampa ha preso bene questo momento. “I produttori tedeschi hanno reagito con troppo ritardo al cambiamento di paradigma tecnologico. Per troppo tempo hanno fatto fortuna con i grandi e costosi motori a combustione interna. Nel frattempo, le aziende cinesi hanno sviluppato competenze nei motori elettrici, nelle batterie e nel software”, ha sintetizzato il quotidiano Frankfurter Rundschau. “Ora i produttori cinesi stanno inondando l'Europa di auto elettriche tecnicamente valide e spesso più economiche. Anche questa è la conseguenza del fatto che le aziende tedesche non hanno fatto i compiti a casa”, ha aggiunto la testata. Sipario, o quasi, sulle quattro ruote di Berlino.