Alle elezioni israeliane i partiti arabi hanno ottenuto 19 seggi, un risultato definito storico. Shmuel vive a Har Bracha, un insediamento in Cisgiordania vicino a Nablus, è uno dei cosiddetti coloni, e ha votato per Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze di Netanyahu e leader del partito di estrema destra Sionismo Religioso, che si oppone a uno Stato palestinese e fonda sulla Bibbia il diritto degli ebrei alla terra tra il Giordano e il Mediterraneo. Gli abbiamo chiesto una sua personale opinione sulle elezioni e sui temi caldi della politica israeliana, sul prossimo governo, sulla sicurezza, e sulle presunte irregolarità elettorali che, come ammette lui stesso, non sono supportate da prove.
Puoi presentarti e dirci dove abiti?
Mi chiamo Shmuel. Sono cresciuto a Beit Shemesh, vicino a Gerusalemme. Da circa due o tre anni vivo in un luogo chiamato Har Bracha, una località accanto alla città palestinese di Nablus, dove sorgeva la città biblica di Sichem. È lì che vivo.
Se non ti dispiace condividerlo, puoi dirci per chi hai votato?
Ho votato per Smotrich, del partito Sionismo Religioso. In realtà era la prima volta che votavo per loro. Ho pensato che avesse fatto molto dall’ultima tornata elettorale e che io stesso avessi beneficiato personalmente di alcune delle sue politiche, perché vivo in Samaria. Condivido molti dei suoi valori e credo in quello che sta facendo, quindi ho pensato che meritasse il mio voto.
Ti aspettavi questo risultato?
A livello personale, trovo terrificante che così tanti arabi israeliani abbiano ottenuto seggi alla Knesset. Non perché siano arabi, ma perché sostengono organizzazioni come Hamas. Penso che i loro valori rispetto all’esistenza di uno Stato ebraico non siano nemmeno di sinistra: sono anti-israeliani. Non ho nulla contro la sinistra o la destra, siamo una democrazia e, se alla fine più persone votano per la sinistra che per la destra, forse dovremmo dare alla sinistra l’opportunità di guidare il Paese e vedere cosa succede. Ma quando ci sono arabi che sostengono ciò che è accaduto il 7 ottobre e appoggiano gli atti di terrorismo in Giudea e Samaria, io lo trovo terrificante. Mi fa molta paura.
Pensi che Netanyahu abbia ragione quando sostiene che durante le elezioni potrebbe essere successo qualcosa di illegale?
Penso che il governo di destra abbia fatto un ottimo lavoro nel promuovere i valori dello Stato ebraico in Israele. Questo ha fatto arrabbiare molto gli arabi e li ha spinti ad andare a votare per cambiare la realtà che abbiamo oggi. So che i risultati definitivi, così come l’eventuale presenza di irregolarità elettorali, non sono ancora stati accertati e la questione è sotto indagine. Se le accuse fossero vere e le dimensioni delle frodi e dei casi di corruzione fossero così estese come si dice, sarebbe molto preoccupante. Se si dovesse scoprire che le elezioni sono state manipolate, sarebbe ancora peggio, perché mi porterebbe a credere a qualcosa in cui non voglio credere: che gli arabi israeliani siano il nemico, e non soltanto gli arabi palestinesi. Vivo in Giudea e Samaria, quindi ho già delle preoccupazioni riguardo ai palestinesi di Nablus e di Hebron. Ma penso che gli arabi di Haifa, Acri e Giaffa siano molto più integrati nel sistema. Se invece non è così e sono contro il sistema, non penso che dovrebbero avere il diritto di votare o di candidarsi alle elezioni. Il 27 ottobre, giorno delle elezioni israeliane, non c’è stato spargimento di sangue. Ma se le elezioni fossero state gravemente manipolate, allora, secondo me, si tratterebbe letteralmente di un attacco terroristico contro la democrazia del Paese.
Ma cosa ti fa pensare che siano state così gravemente manipolate? Perché pensi che questa volta ci siano state più frodi rispetto al solito?
Ancora una volta, è soltanto la mia opinione personale e non è stato dimostrato nulla. Ma penso che una delle ragioni sia il significativo aumento dell’affluenza alle urne. Di solito, la partecipazione al voto nella popolazione araba israeliana si aggira tra il 60 e il 65 per cento, forse il 66. Questa volta, credo sia arrivata quasi all’80 per cento, una percentuale molto alta. Questo mi porta a chiedermi se le persone avessero un’altra motivazione per andare a votare, forse addirittura se ci fossero degli incentivi per spingerle a farlo. E ancora una volta, potrei sbagliarmi. Forse erano semplicemente molto motivate perché la destra aveva assunto una posizione più decisa negli ultimi due anni. Magari volevano fermarla. Forse credevano davvero nella loro causa e volevano mettere fine a quella situazione. Dobbiamo fare delle ricerche e approfondire la questione per capire cosa possiamo fare, a partire da qui, per ripristinare la democrazia.
Cosa pensi che succederà adesso, considerando che i partiti arabi hanno ottenuto uno storico risultato di 19 seggi? Ti fa sentire minacciato?
Mi sento sicuramente un po’ minacciato. Mi aspettavo probabilmente 14 o 15 seggi. Ma 19 è tutta un’altra cosa. È molto preoccupante per me. Si tratta di circa il 16, 17 o 18 per cento della Knesset, una percentuale che fa un po’ paura. Per quanto riguarda quello che penso succederà, spero davvero che uno dei partiti di opposizione riconosca la realtà di avere 19 rappresentanti che, secondo me, sostengono il terrorismo e si rifiuti di formare una coalizione con i partiti arabi. Spero anche che Naftali Bennett o Eisenkot abbiano la decenza di mettere da parte il proprio orgoglio e fare ciò che è meglio per il Paese unendosi a Netanyahu e ai partiti di destra.
Oggi quali sono i temi della politica israeliana?
Oggi gran parte della politica israeliana ruota attorno alla questione se sia arrivato il momento per Netanyahu di andarsene oppure se gli ultraortodossi debbano partecipare al servizio militare e, più in generale, alla vita della società. Penso che, se qualcuno riuscisse a riconoscere che in questo momento esistono problemi più gravi, capirebbe che queste questioni, per quanto serie, non sono le più urgenti. Credo che la priorità debba essere quella di costruire una coalizione con persone che condividono valori simili. Alla fine, i partiti politici sono d’accordo sull’80 o 90 per cento delle questioni. Penso che chiunque creda che la pace sia possibile in Israele dopo il 7 ottobre e dopo tre anni di guerra con il Libano, l’Iran, la Siria, Gaza e tutti gli altri fronti, o che creda ancora nella possibilità di una soluzione a due Stati o di un altro accordo di pace, non sia semplicemente di sinistra: è un idiota. Abbiamo visto cosa è successo il 7 ottobre. Purtroppo, alcune persone potrebbero averlo dimenticato, ma è un prezzo che non possiamo permetterci di pagare di nuovo. La prossima volta che accadrà, arriverà dalla Giudea e Samaria. Sarà un attacco ancora più grande e spaventoso. Penso che la maggior parte del Paese sia allineata sulle questioni di sicurezza. Purtroppo, le persone permettono a questioni più piccole di dividerci, come l’odio nei confronti di Bibi o quello nei confronti degli ultraortodossi. E forse anch’io condivido una parte di quell’odio. Forse è arrivato il momento per Bibi di andarsene e forse gli ultraortodossi dovrebbero assumersi maggiori responsabilità o affrontarne le conseguenze. Ma, alla fine, penso che il problema che stiamo affrontando sia molto più grande. Ci sono questioni più importanti di cui dobbiamo occuparci. Le persone che lavorano nelle zone industriali e vogliono semplicemente guadagnarsi da vivere e tornare a casa dalle proprie famiglie vanno benissimo. Non voglio prendermi la terra del mio vicino, ma se il mio vicino compie attacchi terroristici due volte alla settimana, penso che non dovrebbe stare qui.
Sai che le persone vi chiamano coloni, vero? Ti consideri un colono?
Io non credo di esserlo. Penso che un ebreo che torna a casa non sia un colono. Forse dobbiamo fare un passo indietro. Se guardiamo la definizione della parola «colono», si riferisce a una persona che si insedia in una terra che non è stata abitata. Ma, se consulti il dizionario, potrebbe anche riferirsi a qualcuno che si stabilisce in un luogo già abitato. Quindi, in questo senso, potresti essere considerato un colono sia che il luogo sia già abitato sia che non lo sia. Ora, vuoi chiamarmi occupante? È forse una sottocategoria della parola colono? Essere un colono significa essere un occupante? Perché, se è questo che pensi, allora un ebreo non può essere un occupante in Giudea e Samaria. Non ha senso. Dobbiamo riconoscere i fatti. Questa è la terra della Giudea e della Samaria. Esistono legami storici con luoghi come la Tomba di Giuseppe e la Tomba dei Patriarchi a Hebron. Quindi, alla fine, un ebreo non può essere un occupante in Giudea e Samaria.
E il carattere ebraico dello Stato di Israele cosa implica per i cittadini arabi?
Io credo che lo Stato di Israele sia uno Stato ebraico. Questo significa che gli arabi debbano avere la priorità? No. Questo mi rende razzista? Non credo. Penso che lo Stato ebraico esista per gli ebrei, così come l’Italia e Roma sono per gli italiani e i Paesi europei hanno i propri valori cristiani. Mi riferisco ai valori cristiani dell’Europa, non a quello che sta succedendo oggi con tutti questi cosiddetti jihadisti amichevoli che stanno prendendo il controllo. Non penso che dare la priorità agli ebrei in uno Stato ebraico sia razzista. Penso che abbia senso. Vuoi chiamarmi razzista? Puoi farlo. Io non penso di esserlo. Non mi offendo neanche se mi chiami colono, non mi interessa.
Molti credono che tutti i coloni siano violenti. È vero?
Penso che i coloni violenti siano una percentuale davvero, davvero piccola e non rappresentino tutti noi. Abbiamo sentito così tante storie sui giornali che le persone potrebbero pensare che tutti i coloni siano così, ma non è vero. In Giudea e Samaria vivono 600.000 ebrei. Non penso che ci siano più di 300 o 400 coloni violenti tra di loro. Come ho detto, queste persone devono essere fermate, perché non si può agire a proprio piacimento. È pericoloso per loro stessi e per gli altri. Penso che la polizia e l’IDF debbano occuparsi di queste persone.
Ma l’IDF li protegge?
Se li protegge, non è giusto. Anche se credi che quella terra ti appartenga, anche i palestinesi hanno la loro terra lì. La violenza non dovrebbe mai essere giustificata, non è quello che insegna il Talmud.
I partiti arabi hanno dichiarato che non formerebbero un’alleanza con Eisenkot, Bibi o Bennett. Pensi che qualcuno potrebbe allearsi con loro soltanto per riuscire a formare un governo?
Non penso che qualcuno sarà in grado di farlo. Quando guardiamo ai partiti che si oppongono a Bibi e agli ultraortodossi, gli haredim, dobbiamo ricordare che molti dei loro membri hanno pagato personalmente un caro prezzo in questa guerra, perdendo figli e nipoti. Penso che, alla fine, non riusciranno a trovare la forza di formare una coalizione con i partiti arabi. Il costo personale sarebbe troppo alto. E non penso che il fronte anti-Bibi di sinistra riuscirà a formare una coalizione.
Se l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania dovesse continuare, prima o poi si presenterà un problema: la terra è limitata. Qual è la tua soluzione? Dove andranno i palestinesi?
Penso che sia gli ebrei sia i palestinesi, come hai detto, stiano aumentando di numero. Ma se guardi le mappe dello Stato di Israele o della Giudea e Samaria, vedrai che ci sono ancora molte aree di terra disponibili, con un notevole potenziale di sviluppo. Non penso che questo problema ci riguarderà nei prossimi 15 o 20 anni.
Se in futuro venisse approvata una legge che stabilisse che tutti gli ebrei devono lasciare la Cisgiordania, perché le autorità hanno deciso di perseguire una soluzione a due Stati o magari per un altro motivo, cosa faresti?
Combatterei. Personalmente, non penso che accadrà, abbiamo già lasciato la Striscia di Gaza e abbiamo visto il prezzo che abbiamo pagato. È stata una tragedia enorme. Penso e spero che le persone siano abbastanza sagge da imparare da quell’esperienza, proprio come gli Stati Uniti hanno imparato dagli attacchi dell’11 settembre a New York. Abbiamo lasciato la Striscia di Gaza e questo non ha portato a una soluzione. Allo stesso modo, lasciare la Giudea e Samaria o qualsiasi altro territorio non creerà una soluzione, ma un altro problema. Penso che il 7 ottobre lascerà una ferita profonda nel popolo israeliano e, spero, anche nel resto del mondo. Il 7 ottobre è come l’11 settembre.
I tuoi figli cresceranno circondati da posti di blocco e armi. È meglio così? È davvero meglio che stabilirsi a New York, per esempio, dove la vita è relativamente più sicura?
Sì. Innanzitutto, New York non è più sicura. Poi poter osservare le mitzvot (regole religiose dell’ebraismo, ndr) e seguire la Torah nello Stato di Israele dà a tutto questo un significato molto più profondo. Ancora più che essere l’ebreo più religioso di New York, Milano o Roma. Vivere qui ha un significato enorme. È difficile da spiegare a parole.
Ma questo vale per te personalmente o per tutti coloro che credono?
Direi per tutti. Io ho avuto la fortuna di crescere qui e non conosco un’altra realtà. Ma mia moglie, che è cresciuta a New York e poi ha fatto l’aliyah, mi dice che per gli ebrei l’esperienza è completamente diversa. Essere ebrei nello Stato di Israele è qualcosa di straordinario.
Non hai paura per i tuoi figli?
Il significato, la bellezza, la comunità e tutto quello che succede, qui superano quella paura. Sì, ho un po’ paura, ma, alla fine, tutto quello che comporta vivere qui rende quella paura sopportabile. Penso anche che oggi sia pericoloso vivere in Francia da ebrei o da sostenitori di Israele. Quindi preferisco affrontare il pericolo in un luogo in cui mi sento protetto, dove posso portare un’arma per difendere me stesso e la mia famiglia. Questa è casa mia.
Alcune persone ti considerano un eroe, mentre altre ancora ti ritengono un pericoloso fanatico. Ma quando ti guardi allo specchio, cosa vedi?
Vedo un uomo normale che sta facendo del suo meglio per costruire una buona famiglia, vivere la propria vita qui in Samaria, contribuire alla società ed essere ricordato come qualcuno che ha lasciato il segno.