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L’inchiesta Pecorelli va verso l’archiviazione. Ma perché nessuno vuole conoscere la verità? Perché il sistema preserva sé stesso

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

  • Foto: Ansa

20 gennaio 2026

L’inchiesta Pecorelli va verso l’archiviazione. Ma perché nessuno vuole conoscere la verità? Perché il sistema preserva sé stesso
Il pm Amelio sollevato dall'inchiesta Pecorelli: “Non posso dire nulla, le cose stanno così”. Lo storico e consulente Aldo Giannuli, che ritrovò l'archivio di Umberto D'Amato: "certi casi non andrebbero mai riaperti". L’omicidio di Mino Pecorelli, tra servizi segreti, destra eversiva e piste oscure, resta un mistero che resiste da 47 anni

Foto: Ansa

di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

Cosa si sta muovendo nel sottosuolo del potere italiano? Carmine Pecorelli, detto Mino, il mitologico giornalista d’inchiesta e direttore del settimanale Op venne ucciso ormai quarantasette anni fa, nel 1979, ma evidentemente la verità sui suoi assassini ancora oggi non deve e non può venire a galla. L’inchiesta della procura di Roma si è riaperta nel 2019 dopo che la giornalista Raffaella Fanelli ha raccolto una serie di testimonianze importanti, ma ora sembra destinata all’archiviazione. Perché? L’inchiesta di Fanelli ha ricostruito con precisione la dinamica di quel 20 marzo e restituito un ulteriore senso a quella famosa pista nera che in questi mesi sta facendo molto discutere anche dopo i vari lavori di Ranucci a proposito della strage di Capaci. Una pista che lega gli ambienti della destra eversiva a una certa parte dei servizi segreti e ai più inquietanti misteri d’Italia, dall’omicidio di Piersanti Mattarella alla strage di Bologna, fino ad arrivare agli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le parole di Vincenzo Vinciguerra, il neofascista ed ex membro di Avanguardia Nazionale sono arrivate a indicare il luogo preciso in cui sarebbe custodita la pistola che ha sparato a Mino Pecorelli, puntando una luce su chi possa averla utilizzata.

Erminio Amelio Ansa
Da destra i pubblici ministeri Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio Foto Ansa

Una Beretta calibro 7.65 con matricola abrasa, secondo quanto spiegato da Vinciguerra a Fanelli quest’arma sarebbe custodita nei depositi dell’ufficio corpi di reato del tribunale di Milano e potrebbe non solo aver chiuso la bocca al direttore Op, ma pure a Fausto Tinelli e Iaio, i due ragazzi del Leoncavallo uccisi nello stesso anno. Le dichiarazioni di Vinciguerra sono finite anche nel fascicolo su Gilberto Cavallini, esponente di spicco dei Nar di Valerio Fioravanti, condannato per la strage di Bologna. Il fascicolo è stato inizialmente affidato al Pm Erminio Amelio presso la Procura di Roma, che già si è occupato altri misteri d’Italia, uno fra molti, Ustica, non ha avuto il tempo di ascoltare Vinciguerra ed è stato sollevato dall’incarico e il fascicolo è passato ad Alessandra d’Amore e il rischio è che si arrivi ad un’archiviazione definitiva. “Non posso dire nulla, veramente”. Così ci ha risposto al telefono Amelio. Nemmeno al di là di quelle che sono state le sue indagini il Pm ha voluto commentare la circostanza. “Mi dispiace, io sono andato in un altro ufficio”. E a noi dispiace molto che Amelio sia stato spostato, perché le indagini da lui affidate alla Digos lasciavano ben sperare in una qualche svolta decisiva che in cinquant’anni non c’è stata. “Eh lo so, ma è così. Vediamo come andrà…”

Federico Umberto D'Amato Ansa
Federico Umberto D'Amato Foto Ansa

Cosa permane, dunque, ancora oggi di quel muro di gomma che in tutto questo tempo ha impedito che si arrivasse perlomeno ad una verità giudiziaria su Pecorelli? Come ricostruito da Raffaella Fanelli nel suo libro “La strage continua” edito da Ponte alle Grazie, l’ultimo appuntamento di Pecorelli fu con Federico Umberto d’Amato, il grande vecchio del potere profondo nell’Italia della P2 di Licio Gelli. Nella potente loggia massonica edificata dal “venerabile maestro” il direttore di Op si era infiltrato e poi l’aveva abbandonata, portando con sé segreti troppo pericolosi. Cosa si sarà detto Pecorelli con D’Amato, l’uomo a capo del misteriosissimo e potentissimo Ufficio Affari Riservati che tutto governava dei servizi segreti italiani? Ma soprattutto, cosa permane ancora oggi di quel sistema di potere così opaco? “La risposta è il sistema. Al di là del fatto che potrebbe essere ancora vivo il nipote dell’uomo politico ormai defunto e ‘dello zio non si possono dire queste cose’, la verità è che il sistema tutela sé stesso non lasciando trasparire la logica attraverso cui procede e opera”. Così ha commentato Aldo Giannuli, storico e consulente del giudice Guido Salvini nell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana. Proprio durante la sua attività di ricerca in questa indagine nel 1996 lo storico Giannuli ritrovò in una palazzina sulla via Appia a Roma, l’enorme deposito di fascicoli non catalogati e riconducibili all’Ufficio Affari Riservati di Federico Umberto d’Amato.

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Il Professor Aldo Giannuli Foto Ansa

Ma quali erano i rapporti tra Pecorelli e D’Amato? “Nella redazione di Pecorelli c’erano due spie di D’Amato. Si trattava di spie all’insaputa di Pecorelli o erano agenti di collegamento? Ai posteri l’ardua sentenza. Ad ogni modo, quando nel ’72 viene fuori la storia del Noto Servizio Pecorelli per ben tre volte scrive su Op ‘il Presidente del Consiglio, soppesata la nota del «noto servizio»’, tra virgolette, proprio per far capire che di quello stava parlando. Quindi evidentemente lui sapeva di questo carteggio e quindi la cosa più realistica è che le spie di D’Amato in realtà erano agenti di collegamento. D’Amato voleva lanciare un segnale per dire: vedete che noi lo sappiamo che questo noto servizio esiste? E usò Pecorelli. L’incontro tra il direttore di Op e D’Amato prima della sua morte è interessante, ma non so se sia stato dovuto al fatto che Pecorelli sapesse della strage di Bologna”. Licio Gelli e Federico Umberto D’Amato, come anche Mario Tedeschi e Francesco Ortolani, però, sono stati indicati dalla magistratura come organizzatori e finanziatori della strage di Bologna, anche se già defunti ai tempi della sentenza. I preparativi della strage partono dal febbraio del 1979. Come ricostruito durante i processi a Bologna, esiste una nota di Gelli che viene ritrovata sul conto Bologna e risale a un mese prima dell'omicidio Pecorelli, che addirittura un anno prima che ci arrivasse la magistratura pubblica in uno dei numeri di Op il nome di un giornalista di destra, Guido Giannettini, che era coinvolto nella Strage di Piazza Fontana. Ad ogni modo, ancora oggi “le persone sono cambiate, i partiti, i movimenti pure, però qualcosa rimane. Ad esempio, perché Armando Cossutta a proposito dei rapporti tra Pci e servizi segreti fino all’ultimo non ha voluto dire niente? Si parla di un tipo di umanità che alla domanda ‘che ora è’ ti risponde ‘perché te lo dovrei dire?’. L’inchiesta di Pecorelli verosimilmente la archivieranno, perché questa è la logica del sistema. Certi casi non vanno riaperti mai. Vedi Mani Pulite, le inchieste di Guido Salvini e di Cassone, ma ce ne sarebbero altre. Sono tutti casi che tra una cosa e l’altra si sono trascinati per decenni. Quindi sicuramente qualcuno si sarà detto ‘ma piacere, ancora con la storia di Pecorelli?”.

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