E sono 1413 giorni di governo. Il più longevo della storia della Repubblica italiana. Sono pochi i giornali che ne parlano, ma con piccoli trafiletti, quasi a voler oscurare Giorgia Meloni che ormai sui quotidiani difficilmente è in apertura. È pur vero che farsi sistema significa pure diventare parte di quell’ovvio non più in trend. Ed è anche questo un traguardo che Meloni ha tagliato con una mossa politica da manuale. Verrebbe quasi da dire una “mossa del cavallo” di renziana memoria. E sì, perché d’altronde è stata possibile su input di Matteo Renzi in tempi non sospetti (perfino per sé stesso). È stato lui, giustamente, a marzo dell’anno scorso a domandare alla Presidenza del Consiglio, con un gesto di grande trasparenza politica, la rimozione del sigillo di segretezza sulla vicenda dell’autogrill di Fiano. I nuovi dettagli rivelati da Boezi e Sorrentino sull’incontro tra Matteo Renzi e Marco Mancini – allora caporeparto del DIS a cui Giuseppe Conte aveva promesso una promozione a vice-direttore – stanno letteralmente riscrivendo la storia. Se poi è vero quello che ha suggerito tra le righe qui su MOW l’ex deputato di Italia Viva Michele Anzaldi, al di là di chi avesse interesse a bruciare Marco Mancini, allora oggi Matteo Renzi e Giuseppe Conte potrebbero allontanarsi. Perché? Adesso vi spieghiamo tutto.
Tra le righe, Anzaldi suggerisce che l’incontro tra Renzi e Mancini abbia trattato, probabilmente, dell’eventuale proposta politica di Conte verso Renzi a prendere parte, come ministro, ad un successivo esecutivo sorto da un rimpasto, cosa che poi non è accaduta perché prese il potere Mario Draghi dopo il ritiro dei due ministri renziani. Nel gennaio 2021, il leader di Italia Viva, peraltro, interveniva al Senato rivolgendosi a Conte parlando di alcune delle lusinghe ricevute: “Quando sono venuto a trovarla, mi ha chiesto, con grande gentilezza, se fossi interessato a incarichi internazionali e io, con altrettanta gentilezza, le ho detto di no, per un motivo molto semplice: in questo momento, non è in ballo il destino personale di Tizio, Caio o Sempronio, ma il futuro del Paese”. Ecco, anzitutto è un peccato che stia venendo fuori tutto questo per quel difficile reapprochement tra Renzi e Conte. Nel campo-largo i due sono sempre stati agli antipodi, ma in questi mesi sono stati impegnati a raggiungere un punto di caduta per intendersi verso il 2026. La scelta di Meloni, però, di togliere il segreto di Stato sull’incontro tra Renzi e Mancini all’autogrill cambia tutto. Perché se è vero che Report, da un lato, si prestò a fare da megafono ad una competizione interna ai servizi segreti (come scrivono Boezi e Sorrentino sul Giornale) e se, contestualmente, la lettura che ci ha dato Anzaldi qui su MOW è veritiera, allora si trattò sia di una sorta di ambasciata che di una polpetta avvelenata per Renzi in salsa Cinque Stelle, con l’obiettivo duplice di: danneggiare Renzi alle prese con il progetto politico di far cadere il governo Conte per favorire l’ascesa di Mario Draghi; bruciare Marco Mancini nella competizione a vice-direttore del Dis, posto che poi, dopo la nomina di Elisabetta Belloni a numero uno dei servizi, venne preso da Giuseppe Del Deo, oggi indagato nell’inchiesta della Procura di Roma sulla cosiddetta “Squadra Fiore” per peculato e accesso abusivo a sistema informatico, nel 2025 misteriosamente pre-pensionato da Giorgia Meloni.
D’altronde è noto agli addetti ai lavori che nel 2020 Conte aveva mantenuto la delega sui servizi segreti e che due dei tre attuali capi delle strutture fondamentali dell’intelligence italiana provengono da quella stagione politica di nomine, caratterizzata peraltro dalla contro-indagine al Russia Gate voluta da Donald Trump, quando nel 2019 il ministro della Giustizia americano William Barr, insieme con John Durham, l’allora procuratore federale del Connecticut, si recò a Roma per incontrare i vertici dei servizi d’intelligence italiani e raccogliere elementi che avvalorassero la tesi per cui il Russia-Gate fosse una macchinazione dei servizi occidentali ai danni del presidente americano. Su autorizzazione di Giuseppe Conte, a questi incontri vi presero parte, ad agosto, Gennaro Vecchione – allora direttore generale del DIS – e a settembre sempre Vecchione: Luciano Carta, già direttore dell’AISE e Mario Parente, numero uno dell’AISI. L’attuale direttore dei servizi interni, Bruno Valensise, venne nominato vicedirettore del DIS nel settembre 2019 da Conte, poco dopo quest’incontro con gli americani. Giovanni Caravelli, invece, siede all’AISE dal 2014 come vice, poi direttore nel 2020 e infine riconfermato da Meloni. Carlo De Donno, pure, dal 2021 è il vice direttore dell’AISI. Questo per rimarcare quanto gli apparati di sicurezza abbiano un rapporto obliquo con la politica e non necessariamente vengano rinnovati insieme al cambiar del vento, ma anche per questa ragione è difficile comprenderne appieno le logiche di cordata che, quando ci sono dissidi interni, ovvero: sempre, qualche polpetta avvelenata spunta fuori.