Qui trovate la prima puntata di questa inchiesta, in cui vi parliamo di vari casi di abbandono di minori e di comunità virtuose (poche). Ma il nostro lavoro non si ferma, vogliamo fare luce sulle dinamiche corrotte e disumane che coinvolgono il sistema di integrazione e accoglienza, soprattutto quando si tratta di minori stranieri non accompagnati. Siamo o no in grado di proteggerli?
La Procura regionale per la Campania ha aperto un fascicolo istruttorio di “danno erariale da illiceità nella gestione di centri di accoglienza migranti - insistenti nella provincia di Benevento - e riconducibili alla titolarità del consorzio Maleventum”. Insieme all’amministratore del consorzio, Paolo Di Donato, sono coinvolti quattro rappresentanti legali del consorzio, un funzionario della Prefettura di Benevento addetto alla gestione dei centri di accoglienza, due dirigenti responsabili dell’Area IV - Diritti Civili, Cittadinanza, Condizione Giuridica dello Straniero, immigrazione e Diritto d’Asilo della Prefettura di Benevento, i quali avrebbero dovuto vigilare e monitorare il servizio di accoglienza migranti. Ma non è finita qui, l’onda di corruzione si allargherebbe anche a persone e professionalità che hanno avuto a che fare con l’“associazione a delinquere”, così dichiarata dalla Procura per aver commesso un numero indefinito di reati, dalla truffa ai danni dello Stato per aver ottenuto contributi indebiti, la frode, la corruzione e la rivelazione di segreti d’ufficio, tutto ciò ai danni degli immigrati ospiti nelle comunità facenti capo al consorzio Maleventum, e ai danni della Prefettura di Benevento, ente erogante dei finanziamenti al consorzio. Ambienti malsani, strutture fatiscenti, pocket money spettante ai richiedenti asilo mai dati, e, in certi casi, i migranti non esistevano neppure. Questo meccanismo si fonderebbe sui loschi ganci in prefettura che avvertivano Di Donato su eventuali controlli e tavolta addirittura negando il permesso di farli. Ci sono quindi i numeri dei bilanci, ci sono i faldoni della Procura contabile della Campania. E poi c’è la realtà, quella che si respira dentro i centri d’accoglienza straordinaria del Sannio dove l’umanità viene calpestata un tanto al chilo per fare cassa. La firma su questa storia ce la mettono il procuratore Giacinto Dammicco e il vice Davide Vitale, insieme agli uomini della Guardia di Finanza di Benevento. Otto inviti a dedurre, un danno erariale contestato da 1,3 milioni di euro. Ma per capire come funzionava il sistema, bisogna guardare le due facce della stessa medaglia: da una parte il lusso sfrenato, dall’altra il degrado più assoluto, la perdita della dignità nel nome forse del “diritto all’eleganza.” Andiamo con ordine.
Il “dominus” e il grande bluff dell’accoglienza
Al centro di tutto c’è il consorzio Maleventum, che prima della bufera giudiziaria gestiva l’80% dei richiedenti asilo della provincia di Benevento. Un monopolio di fatto: 13 centri, 800 persone. Per anni l’organizzazione si è venduta bene sui media. La retorica della solidarietà faceva comodo: la storia del migrante onesto che restituisce lo zaino pieno di soldi a Telese Terme, i ragazzi mandati ad aiutare i soccorritori dopo il terremoto del Centro Italia. Una facciata specchiata, utile a coprire un flusso enorme di denaro pubblico: 20 milioni di euro erogati dal Viminale tra il 2014 e il 2018. Ma mentre il consorzio incassava, la Finanza scopriva dove finivano quei soldi. Non in integrazione, non in cibo o assistenza o in corsi di italiano, non per aiutare i ragazzi nel lungo e difficile processo di integrazione e rinascita. Ma nel feticcio del lusso privato. Borse Hermès, capi Chanel, profumi Prada, vacanze e soggiorni in resort a cinque stelle. Il tutto coperto da finti giustificativi di spesa e passaggi di denaro sui conti dei familiari del “dominus” del consorzio, Paolo Di Donato, l’amministratore di fatto del sistema.
Mentre i gestori facevano shopping nelle boutique, nei centri si viveva come nei lazzaretti. Le ispezioni hanno fotografato stanze trasformate in dormitori fatiscenti, letti accatastati, sporcizia cronica, cucine misere e assenza totale di sicurezza. Addirittura, per intere settimane, agli ospiti è stata data acqua di pozzo per bere e per lavarsi. Servizi essenziali tagliati all’osso per massimizzare il profitto. A causa delle precarie condizioni igienico-sanitarie e indumenti sporchi, i migranti hanno riportato infezioni cutanee gravi. Per di più, non veniva loro garantito il riscaldamento nella stagione invernale e gli veniva fornito latte diluito con acqua, oltre che alimenti di scarsa qualità.
La talpa in Prefettura e il sistema degli “Alert”
Un sistema del genere non sta in piedi da solo. Ha bisogno di sponde, di coperture istituzionali, di chi si gira dall’altra parte. Ed è qui che l’inchiesta scava il solco più profondo, entrando dentro gli uffici della Prefettura di Benevento, l’organo che avrebbe dovuto controllare e che invece, secondo l’accusa, proteggeva. “Ho avuto modo di conoscerlo” racconta un nostro informatore, “lui stava proprio cercando dei mediatori perché, ho scoperto solo dopo, gli stava per arrivare un controllo e quindi doveva far trovare una figura professionale presente in sede. Essendo io arrivato da poco in Italia, quindi non sapendo niente di lui e del suo giro, mi sono proposto. Poi ho cominciato a scoprire delle cose strane e mi sono spaventato perché fra Porsche, Yacht e altro, a un certo punto è spuntata una pistola e ho capito che dovevo immediatamente andarmene. Successivamente, mi è stato detto che nelle sue strutture le persone migranti vivevano in uno stato di abbandono totale, insomma, per lui contava e probabilmente conta solo il business. La cosa buffa è che l’ho incrociato di nuovo dopo quella volta, ma indirettamente, perché un amico mi aveva detto che stava per aprire un altro centro e cercavano un mediatore. Mi sono informato, e la cooperativa faceva capo a lui, quindi ho evitato. Credo che quel personaggio non dovrebbe occuparsi del sociale, non dovrebbero permetterglielo mai più”, conclude il mediatore.
Il nome chiave è quello di Felice Panzone, ex funzionario addetto proprio alla gestione dei centri. Panzone, per la Procura, era l’uomo delle “soffiate”. Quando stavano per scattare le ispezioni di Asl, Nas, Prefettura o delle delegazioni Onu, faceva partire la telefonata verso il consorzio. Usava una parola d’ordine precisa: “Alert”. Era il segnale per far scattare le pulizie di facciata dell’ultimo minuto, per nascondere lo sporco sotto il tappeto e superare il controllo. Insieme a lui, nei guai ci sono finiti anche gli ex dirigenti dell’Area Immigrazione, Maria Rita Circelli e Giuseppe Canale. L’accusa per loro è di aver evitato sistematicamente di applicare le penali e le sanzioni previste dai contratti d’appalto a fronte delle evidenti irregolarità. Un’omissione continua che ha permesso al business di continuare a macinare soldi. Ma in questa brutta storia, anche un carabiniere che informava il Di Donato di indagini a suo carico e un controllo dei NAS, uno psicologo e dei proprietari di immobili accusati di infedeli dichiarazioni al fine di ottenere l’agibilità per l’accoglienza dei migranti e altri centri di accoglienza gestiti dal consorzio.
Di Donato, intanto, si difende così in un suo post su Facebook di tre settimane fa: “Ribadisco che i fondi non erano vincolati esclusivamente alla gestione dei migranti. La cifra di 35 euro al giorno, spesso citata, era eccessiva; ne bastavano 20 (oggi, a distanza di 8 anni, le Prefetture pagano 22 euro) e la differenza generava utile. Nei progetti SPRAR, il Ministero fornisce fondi sulla base di un piano finanziario dettagliato, dove non è previsto alcun profitto. Per i servizi offerti alla Prefettura, non c’era alcun obbligo di rendicontazione: bisognava semplicemente fornire i servizi concordati e trattenere l’eventuale avanzo, definito “utile di gestione” in un’impresa sociale. Quindici giorni fa, la Guardia di Finanza di Benevento ha notificato un atto, su delega della Procura presso la Corte dei Conti di Napoli. Questo è un atto necessario, visto che sono stato assolto (7 capi di imputazione su 9) in un precedente processo riguardante la questione migranti, compresa l’accusa di truffa ai danni dello Stato. Ora ci troviamo ad affrontare un nuovo procedimento amministrativo, distinto da quello penale, nel quale la Procura contesta alcune spese pubbliche, chiedendo chiarimenti in una ‘richiesta a dedurre’ che non è una condanna, ma l’inizio di un procedimento amministrativo, potrebbero giudicare giuste le nostre osservazioni ed archiviare il procedimento senza un processo che, ripeto, è amministrativo e non penale. Ricordo che la Prefettura non ha pagato 1,2 milioni di euro quindi non c’è stato nessun danno erariale visto che i soldi non sono usciti dalle casse dello Stato, questa è giurisprudenza. È la terza volta che ricevo questo atto, in questa occasione perché il procedimento è stato esteso anche a due viceprefetti in servizio tra il 2015 e il 2016. Detto ciò, considero chiuso questo capitolo”.
Il nodo politico: le tariffe e i rubinetti aperti. Altro che capitolo chiuso
La gestione del bene pubblico in questa vicenda è l’aspetto più doloroso. I rubinetti della spesa pubblica utilizzati non per costruire ma per umiliare, non per assistere ma per arricchirsi, un sistema che nessun governo sembra riuscire ad arginare. Così, se da una parte le strutture virtuose decidono di tirarsi indietro per mancanza di interlocutori istituzionali e fondi adeguati le altre agiscono per anni indisturbate. Mostrando come il settore sia una filiera strutturalmente fragile e costantemente esposta al malaffare. Oggi restano le carte dei magistrati contabili e una condanna del Tribunale penale di Benevento dello scorso aprile. Resta, soprattutto, il racconto di un’accoglienza ridotta a lucroso affare privato sulla pelle degli ultimi, con la complicità di chi lo Stato avrebbe dovuto rappresentarlo con dignità.