Malessere progressivo e inspiegabile. Così Gianni Di Vita, in quel maledetto 28 dicembre del 2025, aveva parlato agli inquirenti, riferendosi ai malori accusati dalla figlia Sara e dalla moglie, Antonella Di Ielsi, ma anche da lui stesso. Quella primissima escussione del commercialista e ex sindaco di Pietracatella, contenuta anche nella relazione autoptica consegnata in questi giorni alla Procura di Larino, è ancora oggi al centro delle indagini sul giallo di Pietracatella. Perché Gianni Di Vita è poi stato chiamato altre volte a raccontare i fatti, ma ricostruire con esattezza le prime fasi della misteriosa intossicazione è ancora il compito principale degli inquirenti. Ancora degente in ospedale, l'uomo ha ripercorso quei drammatici giorni di Natale, spiegando di trovarsi ancora ricoverato presso la medesima struttura sanitaria e di accusare i medesimi sintomi che avevano precedentemente colpito la moglie, Antonella, e la figlia minore, Sara. In quel momento, è bene ricordarlo, gli indagati erano ancora i medici che avevano avuto in cura le due donne e la grande domanda era se potevano o no essere salvate. Alla ricina, insomma, non ci pensava ancora nessuno. I campioni di sangue che poi racconteranno come non vi fosse traccia della ricina in Gianni, mentre la sostanza fosse presente in dosi letali in Antonella e Sara, furono prelevati lo stesso giorno (28 dicembre).
La ricostruzione dei fatti, nel primissimo verbale delle dichiarazioni rilasciate da Di Vita, parte dalla mattina del giorno di Natale, quando la consorte ha accusato ripetuti episodi di vomito, seguita a breve distanza dalla figlia Sara, che ha manifestato la stessa sintomatologia subito dopo il risveglio. Nel pomeriggio, tra le ore 17:00 e le 18:00, l'aggravarsi delle condizioni di salute di entrambe ha spinto l'uomo ad accompagnarle presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale di Campobasso. Presso la struttura sanitaria, alle due donne sono state somministrate flebo di soluzione fisiologica. Al termine degli accertamenti, la ragazza è stata dimessa con la rassicurazione che il malessere sarebbe svanito e con la raccomandazione di fare attenzione alla disidratazione; la madre, invece, è stata trattenuta in osservazione. Il rientro a casa di padre e figlia a Pietracatella è avvenuto soltanto a notte fonda, tra le 2:30 e le 3:00 del mattino. La situazione, sempre secondo il primissimo racconto di Gianni Di Vita, è tuttavia precipitata nuovamente la mattina successiva, il 26 dicembre. Di Vita ha riferito di aver dovuto ricondurre la figlia in ospedale a causa della persistenza dei sintomi e di essersi sottoposto a visita medica lui stesso, avendo iniziato ad accusare a sua volta conati di vomito. Dopo aver ricevuto una flebo di soluzione fisiologica al pronto soccorso, l'uomo è stato dimesso insieme alla moglie e alla figlia, anch'esse giudicate guaribili dai medici. La famiglia si è così riunita a Pietracatella per l'ora di pranzo e, nel corso della serata, le condizioni generali sembravano tornate alla normalità, tanto che il Di Vita ha dichiarato di aver cenato regolarmente consumando sia il primo che il secondo piatto.
Il vero e proprio tracollo sarebbe avvenuto nella notte tra il 26 e il 27 dicembre, quando tutti e tre i membri del nucleo familiare avrebbero accusato un violento malore. Di Vita ha spiegato di aver allertato la Guardia Medica per segnalare gravi difficoltà respiratorie, ricevendo tuttavia come consiglio dal medico di turno l'assunzione di un tranquillante per calmare l'ansia. Poco dopo le 8:00 del mattino del 27 dicembre, l'uomo ha contattato nuovamente il servizio di continuità assistenziale per un secondo parere. In questa seconda occasione, il medico di guardia si è recato personalmente presso l'abitazione per una visita domiciliare, prescrivendo e lasciando delle fiale di soluzione fisiologica da somministrare a moglie e figlia. Per l'inoculazione della terapia endovenosa, Di Vita ha contattato un infermiere amico di famiglia. È stato proprio quest'ultimo, durante la somministrazione delle flebo, ad accorgersi che la giovane Sara stava iniziando a manifestare evidenti problemi di natura cognitiva. Considerata la persistente indisposizione dei genitori, è stato il fratello del Di Vita, Antonio, a farsi carico di accompagnare d'urgenza la ragazza al Pronto Soccorso. Nel corso del pomeriggio, a fronte di una telefonata dall'ospedale che segnalava il peggioramento delle condizioni di Sara, i coniugi si sono precipitati presso la struttura ospedaliera, dove la signora Antonella ha accusato un grave malore non appena giunta sul posto.
Interrogato specificamente dagli inquirenti in merito alla possibilità di aver assunto cibo avariato o tossico, Di Vita ha provato a mappare i pasti consumati nei giorni precedenti. Agli atti risulta che l'unico pasto consumato esclusivamente dal nucleo ristretto — composto da lui, dalla moglie Antonella e dalla figlia Sara, escludendo l'altra figlia Alice — risalirebbe alla cena del 23 dicembre. Di quel pasto, tuttavia, l'uomo ha dichiarato di non ricordare affatto il menu, specificando che era stato preparato dalla moglie. Nei giorni successivi la famiglia ha invece condiviso la tavola con numerosi parenti, senza che si registrassero altri casi di intossicazione: il pranzo del 24 dicembre è stato consumato insieme ai familiari della moglie, con circa dieci commensali presenti, e la cena della Vigilia di Natale si è svolta a casa della madre del Di Vita, anch'essa alla presenza di una decina di persone. In entrambe le occasioni conviviali, come rimarcato dal testimone, nessuno degli altri invitati ha manifestato alcun tipo di malessere, circoscrivendo di fatto il contagio o l'intossicazione ai soli tre componenti del nucleo familiare di Pietracatella.