Il tempismo è strano. Report lancia il servizio che uscirà domenica sui magistrati “spiati” dal ministero con un sistema informatico di cui si sapeva già nel 2024 ma installato ai tempi di Bonafede, nel 2019. Il tutto sarebbe stato tenuto nascosto per volontà dell’esecutivo e, in particolare, della stessa Presidenza del Consiglio. Insomma, una filiera poco chiara di comportamenti invadenti, alcuni criminali, che farebbero risalire quanto raccontato alle stanze di Giorgia Meloni stessa. E, va da sé, del guardasigilli Carlo Nordio, che nello stesso giorno dell’annuncio di Report, mercoledì 21 gennaio, era in aula per la Relazione sulla giustizia, durata circa quattro ore (tutte monopolizzate dal dibattimento sulla riforma della giustizia, considerata dall’opposizione un attacco drammatico al potere giudiziario, con tanto di corollari teatrali e pantomime in aula, dai “buuuu” per l’uso da parte di Nordio della parola “litania” a proposito delle solite e infondate polemiche sulla riforma, alla promessa di una resistenza democratica da parte di qualche grillino che neanche Matteotti).
Leggiamo il comunicato della trasmissione di Sigfrido Ranucci: “Report è in grado dimostrare con documenti e testimonianze audio e video che sui circa 40.000 computer dell’amministrazione giustizia – dai dipendenti non togati fino ai giudici e procuratori di ogni ordine e grado – è installato un programma informatico che può permettere di videosorvegliare i magistrati. Dal 2019 i tecnici del Dipartimento per l’innovazione tecnologica del ministero della Giustizia lo hanno installato su tutti i dispositivi presenti nelle Procure, Tribunali, uffici giudiziari d’Italia, ufficialmente per gestire in maniera uniforma la manutenzione dei sistemi. Questo programma però offre anche la possibilità di accedere da remoto ai computer: significa che centinaia di tecnici interni ed esterni al Ministero volendo possono introdursi nei computer dei magistrati, senza chiederne il permesso o lasciare traccia. Il caso è stato sollevato da una importante Procura italiana nel 2024 e messo a tacere dai dirigenti ministeriali, su richiesta - secondo quanto raccontato da un dirigente ministeriale - della Presidenza del Consiglio. Il Ministero ha fornito rassicurazioni alla Procura che però, come dimostrerà Report con documenti e testimonianze esclusive, non corrispondono a verità”. Full stop.
Basterebbe una breve analisi logica per rendersi conto che qualcosa non va: per Report il software installato su 40 mila computer dell’amministrazione giustizia “può permettere di videosorvegliare i magistrati”. Quindi è una possibilità, un’ipotesi, uno scenario potenziale. L’inchiesta si basa non su qualcosa che è accaduto, ma su qualcosa che potrebbe accadere. Un processo alle intenzioni. Qual è l’elemento che dà forza a questa teoria? Ovviamente la premessa silenziosa secondo cui qualcuno starebbe facendo la guerra ai magistrati. Se così fosse, si spiegherebbe il tentativo di spiarli e controllarli. Questa è la tesi sostenuta da chi voterà No al Referendum sulla giustizia. Una premessa che, appunto, si basa su un pregiudizio contro questa Riforma, che in nessun passaggio formale e in nessuna argomentazione data da chi la sostiene lascia trasparire una volontà di controllare la magistratura (anzi, semmai c’è la volontà di rendere giudici e pm indipendenti tanto da Parlamento e governo, quanto tra di loro). Secondo punto. Il software è installato su 40 mila computer, non solo sui pc di giudici e procuratori. Molti di questi computer sono di “dipendenti non togati”. Perché installare un software su 40 mila computer se si vuole controllare l’attività dei magistrati? Perché non installarlo segretamente solo sui pc dei “dipendenti togati”?
La risposta è molto semplice. Il “software” di cui si parla, Ecm (Microsoft Endpoint Configuration Manager), è un normale programma utilizzato ovunque per installare da remoto su tutti i pc di un’azienda, di un’organizzazione, di una società e così via, aggiornamenti pacchetti di dati e così via. Da qui la possibilità del controllo da remoto. Se un magistarto o un dipendente non togato dovessero avere un problema con il proprio pc e chiamassero l’assistenza, probabilmente l’assistenza prenderebbe il controllo del computer per poter risolvere il problema tecnico invece di passare dieci ore a spiegare a una persona non avvezza all’informatica come diagnosticare ed eventualmente aggiustare il pc. Secondo Damiano Alipdrandi (uno dei giornalisti più seri quando si parla di giustizia), che ne scrive su Il Dubbio (uno dei giornali più seri quando si parla di giustizia), persino la Nato farebbe uso dell’Ecm, indicato con una sigla diversa (SCCM, Microsoft System Center Configuration Manager) nella lista delle abbreviazioni usate nei processi di configurazione. Alpidrandi sottolinea anche che questo programma ha una certificazione di conformità che rispetta gli standard crittografici richiesti per ambienti governativi sensibili. Quindi per i pc, per esempio, dei magistrati.
Si potrebbe dire: caso risolto. Ma il vero giallo, che tanto giallo non è a pensarci bene, riguarda la narrazione che intorno all’ennesimo servizio sensazionalistico di Report si andrà costruendo. Con articoli del Fatto e influencer indignati e impauriti perché l’esecutivo sta cancellando i margini di autonomia della magistratura. Tesi che rasenta il complottismo per i modi e la debolezza delle argomentazioni e prove portate finora. Resta da capire perché a giornalisti, intellettuali e una parte di società civile, faccia così paura una riforma che non promette di fare nessuna delle brutte cose che le vengono rimproverate dai sostenitori del No. Attendiamo la puntata di domenica.