“Che fai mi cacci?” Questa fu la frase memorabile nell’altrettanto memorabile lite tra Berlusconi e Gianfranco Fini durante il congresso del PdL a Roma il 22 aprile 2010.
Meno memorabile è il tentativo di Tomaso Montanari di far cacciare dal Pd i sostenitori del Sì al Referendum sulla giustizia.
La richiesta arriva a mezzo social da uno che al Pd non è iscritto e che si chiede come sia possibile che all’interno del Partito Democratici ci siano personaggi come Pina Picerno pronti a infrangere la linea data dalla Segretaria Elly Schelin. Che fai, mi cacci?
Eppure, nonostante non frequenti molto il Pd, Montanari dovrebbe sapere come nasce il partito in cui convivono Picerno e Schlein, Prodi a D’Alema, Gentiloni e Veltroni.
Basterebbe ricordare le parole di Michele Salvati, che preconizzò con quattro anni di anticipo la fondazione di un “Partito Democratico” (che nascerà nel 2007) con un appello pubblicato da Il Foglio il 10 aprile del 2023: “La prospettiva del Partito democratico è esaltante: è la riunione di tutte le correnti riformistiche moderate della storia italiana di cui tanto si è parlato a proposito dell’Ulivo. Gli elettori (oltre che i commentatori politici esteri) apprezzano la semplicità, la rapida comprensibilità. Verrebbe finalmente a formarsi un partito di sinistra moderata (o centrosinistra, se si preferisce), con un nome immediato, semplice e fortemente evocativo (basta con la botanica, con le Daisies e gli Olive trees che ci fanno prendere in giro nelle corrispondenze estere) nel quale la componente di lontana origine comunista non sarebbe dominante.”
Il nostro si aspettava qualcosa di diverso? Un grande partito a vocazione maggioritaria, progressista e di centrosinistra, quindi pluralista, lontani da velleità ecclesiali e rigidismo sovietico, lontani da impulsi da barricadero e, almeno idealmente, vicini alla gente comune e cioè ai moderati.
Insomma, in un partito che si definisce (e si chiama) “democratico” non si viene fatti fuori perché la si pensa diversamente.
A maggior ragione se il motivo del dissenso è la Riforma della giustizia che, come ricorda bene Stefano Ceccanti, altro esponente storico del Pd (venne eletto nelle liste dem già nel 2008), fa parte della storia non solo del Partito Democratico, ma dell’Unione e prima persino del Partito socialista e della Democrazia Cristiana.
Non solo, se si pensa ai motivi per cui secondo Montanari gli “eretici” del Pd dovrebbero andarsene dal partito di Schlein, viene da sorridere.
Anche lui, come Barbero e altri, ci propina balle sulla Riforma della giustizia, a partire dalla bugia secondo cui se dovesse superare indenne il referendum avremo “il controllo della magistratura da parte dell’esecutivo”. Affermazione falsa visto che il governo, e cioè l’esecutivo, non è coinvolto a nessun livello nella scelta dei membri dei Csm e persino la fantasiosa teoria secondo cui i membri laici saranno espressione della maggioranza parlamentare è insostenibile dal momento che, anche fosse (ma non è), si parlerebbe comunque solo di un terzo dei membri dei CSM; e se la matematica a casa degli storici dell’arte non è un’opinione, ci saranno due terzi - cioè la maggioranza - del totale pescati tra magistrati e giudici che con il Parlamento (e tantomeno con il governo) non avranno nulla a che fare.
Addirittura, nell’Alta corte disciplinare i membri sorteggiati da un gruppo di avvocati e giuristi scelti dal Parlamento saranno soltanto tre su quindici (altri tre verranno nominati direttamente dal Presidente della Repubblica, sei saranno giudici e tre magistrati requirenti).
Altra balla: “L’obiettivo reale di questa riforma non è la separazione delle carriere (già realizzata)”. Anche qui Montanari sbaglia. La separazione delle carriere in Italia non c’è. C’è la separazione delle funzioni. La separazione delle carriere ci sarebbe se gli organi che decidono e vigilano sulle nomine di magistrati requirenti e giudicanti fossero, appunto, separati. Ed è proprio quello che vuole fare la Riforma Nordio istituendo due CSM invece che uno.
Montanari prosegue con il terrorismo psicologico sostenendo: “Quale sia il passo successivo lo si evince pacificamente da un'altra riforma costituzionale proposta dalla maggioranza e già incardinata in Parlamento, per la quale sarebbe abolita l'obbligatorietà dell'azione penale, affidando di fatto al governo la decisione dei reati che i pubblici ministeri dovrebbero prioritariamente perseguire (e trascurare)”. Sì, altra balla.
Il riferimento di Montanari, che su questo tema ha scritto anche qualche articolo nel 2025, è a un disegno di legge costituzionale depositato in Senato (DDL S. 504) in cui, tra varie modifiche, si chiede anche la modifica dell’articolo 112 della Costituzione, quello che prevede l’obbligatorietà dell’azione penale (cioè quel principio che costringe i pm a procedere, se sono a conoscenza di un’ipotesi di reato, con le indagini). In realtà questa proposta di modifica non elimina “l’obbligatorietà dell’azione penale”, ma chiede che venga aggiunto all’articolo una specifica: non più “Il Pubblico Ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale” ma “Il Pubblico Ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale nei casi e nei modi previsti dalla legge”. Per quanto questa modifica sia discutibile (soprattutto se si è, come li definiva in spregio Giovanni Falcone, dei “feticisti dell’obbligatorietà dell’azione penale”), è quantomeno improprio parlarne in relazione alla Riforma per cui si andrà al referendum. Per un semplice motivo: che la richiesta di modifica di questo articolo specifico non è stata approvata.
Montanari chiude col solito catastrofismo: “Si tratta della sopravvivenza delle libertà costituzionali”. Ma la domanda che poniamo a un intellettuale come lui, che a) vorrebbe che Elly Schlein mandasse via chi nel Pd è d’accordo con la riforma e b) chiede di votare no al referendum sostenendo cose false, è questa: che rapporto c’è tra le libertà costituzionali, il pluralismo e la verità?