Zoe Trinchero aveva diciassette anni. E’ stata ammazzata a diciassette anni. E, prima di morire, avrebbe provato a fare una telefonata alla sua migliore amica, nonché ex del ragazzo che la stava uccidendo. Una chiamata mentre ti ammazzano. Un gesto che racconta una verità straziante: la vita non ci protegge sempre, la fiducia nelle persone, e nel mondo, può essere tradita in un attimo. Anche se una risposta la aspetteremo pure mentre ci viene negato il futuro. Zoe è stata picchiata, strangolata e gettata in un canale. L'ha uccisa un maschio, Alex Manna, di un paio d’anni più grande e ex fidanzato della sua migliore amica. Dire che è l’ennesima donna uccisa da un uomo è una verità. Dire che questo ha a che fare con il patriarcato è altrettanto vero. Ma l’errore più miserabile che si può fare è restare prigionieri di questa parola: il patriarcato. Come se fosse un soggetto agente invece che una struttura. Oh, le strutture non strangolano nessuno! Lo fanno individui, e sono gli individui a fare la differenza. La vera causa, la vera motivazione, il vero male è altro e fare finta di non averlo capito è non avere vergogna di niente.
Secondo le ricostruzioni, Zoe avrebbe respinto un approccio fisico. Un no. Non una provocazione, non un affronto, non una umiliazione gratuita. Un no. Un no e basta. Semplice e netto, come ogni no che ogni giorno viene detto. Ma quel no, nella mente di chi non sa reggere la frustrazione, è un crimine, una condanna, una cancellazione della propria identità. Solo che, in termini psicologici, il no è il primo vero incontro con la realtà. Insomma: un soggetto sufficientemente strutturato può soffrire per il rifiuto, può arrabbiarsi, può sentirsi escluso, ma può affrontare la propria finitezza senza dissolversi. Un soggetto fragile, invece, vive quel rifiuto come una ferita intollerabile. Come un annientamento che non ha via di ritorno. Non c’è forza. Non c’è dominio. Non c’è virilità tossica nel senso popolare del termine. C’è vigliaccheria, cazzo. La VIGLIACCHERIA a cui li stiamo educando. La vigliaccheria di chi non regge la frustrazione, di chi non tollera l’umiliazione minima, di chi non sa stare nel vuoto che ogni no, o ogni limite, inevitabilmente apre. La violenza, prima ancora di essere fisica, è psicologica. È un’aggressione all'Io, la reazione di chi non sa più come sopravvivere a un mondo che non è disposto a piegarsi ai suoi desideri. Winnicott lo aveva spiegato con lucidità: crescere significa affrontare progressivamente una realtà che non cede alle nostre richieste. Noi, invece, abbiamo smesso di insegnarlo. Abbiamo confuso la protezione con l'eliminazione dell’ostacolo, la cura con l’assoluzione preventiva.
La stessa vigliaccheria emerge nel tentativo di Alex Manna di attribuire la colpa a un immigrato con problemi psichiatrici, scatenando un linciaggio che solo l’intervento dei carabinieri è riuscito a fermare. Qui entra in gioco il razzismo, certo, ma ancora una volta, più che come causa, come sintomo. Spostare l’attenzione, anche se legittimamente, sul sospetto di un odio ideologico profondo è pericoloso, anche se quel tentativo di linciaggio è stato giusto raccontarlo. Ma parlare di quell’episodio lì è fare lo stesso gioco che ha fatto l’assassino di Zoe: fuggire in maniera totale dalle proprie responsabilità. È l’ultimo gradino della codardia: quando non si sa più cosa fare con la propria colpa, quando non si ha più il coraggio di affrontarla, allora si trova un capro espiatorio. Più debole. Più esposto. Più vulnerabile. Qualcosa altro di cui parlare. Oppure un nemico perfetto per scappare dal confronto con sé stessi. Vale per chi ha agito, ma dovrebbe valere pure per tutti noi che leggiamo certe notizie ormai ogni giorno, preferendo rifugiarci, da miserabili buonisti ideologicizzati che siamo diventati, dietro a parole come “patriarcato” o “razzismo”.
Per carità, patriarcato e razzismo sono parole necessarie, ma se diventano totalizzanti sono osceni anestetici morali. Perché spiegano (alla superficiale) tutto, ma non interrogano nessuno. Placano l’indignazione e se ne sbattono della ricerca della radice da estirpare. Il vero problema, il nodo da cui derivano tutte le tragedie, è antropologico prima che ideologico: stiamo crescendo individui incapaci di reggere il limite. Di reggere il rifiuto. Di gestire l’insuccesso. Una società che non insegna a reggere il no non sta formando adulti, ma bambini arrabbiati che non vogliono accettare la vita così com’è. E’ qui che la responsabilità degli adulti diventa cruciale. Perché oggi siamo di fronte a una generazione di genitori, educatori e istituzioni che, troppo spesso, non educano più al limite, ma alla comprensione a tutti i costi. Il buonismo del "comprendere sempre", senza porre limiti, è diventato un alibi, una via di fuga dall’educare alla realtà. Quando si confonde comprensione con giustificazione, si assolve chi non merita di essere assolto. Si crea un mondo che non sa più tollerare il dolore del rifiuto, del fallimento, dell’insuccesso. Ogni errore viene spiegato, ogni fallimento contestualizzato, ogni responsabilità diluita. Ma cosa insegniamo in questo modo? Insegniamo a non accettare il limite, a scappare da esso, a cercare il capro espiatorio. A giustificarci sempre. Come se secoli e secoli di filosofia non fossero bastati a segnare la distinzione fondamentale tra perdono e assoluzione. Il perdono è un atto alto, morale, che riconosce la colpa e attraversa il dolore senza cancellarlo. L’assoluzione, invece, è una negazione, una fuga dal problema prima ancora di affrontarlo. Eh, ma so’ ragazzi. Eh, ma bisogna capire. Eh, ma non fanno altro che lanciare segnali per essere compresi. Sono proprio queste le cose che oggi rischiano di essere confuse: il “perdono” non ci esime da ogni riflessione, da ogni conseguenza, da ogni responsabilità e è esercizio nobile sempre. L’assoluzione invece è l’esatto contrario. Perché rende nulla la colpa, ma prepara pure il terreno per la violenza sociale, psicologica, fisica.
La vigliaccheria, dispiace dirlo, non è il comportamento individuale di un assassino, che si chiami Alex Manna o con qualsiasi altro nome: è la forma più profonda di un disegno antropologico distorto che stiamo realizzando tutti. È il prodotto di una cultura che non sa più dire no. Che si deve vergognare se vorrebbe dire di no. Che non sa più proporre limiti. Che, se li propone, è “fascista”. Che non sa più educare al dolore necessario, a quel rifiuto che ci fa crescere, che ci rende veramente adulti. E chi non sa vivere con i propri no, chi non sa affrontare la frustrazione, chi non sa essere ferito senza distruggere, diventa pericoloso. Per sé e per gli altri. Finché non avremo il coraggio di riconoscere che il vero male non è “la struttura patriarcale” o “l’ideologia razzista” o qualsiasi altro dei grandi temi caldi moderni in sé, ma la vigliaccheria che li nutre, continueremo a parlare senza cambiare niente. E, soprattutto, continueremo a contare i morti - sia quelli ammazzati veramente, che quelli ancora vivi, ma vuoti, che stiamo crescendo - senza guardare davvero le radici del male. E senza renderci conto che anche Zoe era una figlia.